Ho passato le prime due settimane di questo settembre nel sud est asiatico, tra Thailandia, Laos e Vietnam.
Queste sono le mie impressioni a freddo su quello che ho fatto e le persone che ho conosciuto.
Vedetelo come un tema di quinta elementare.
Sicuramente tutta l’operazione sarebbe molto più efficace se solo avessi tenuto un diario di viaggio, ma la fortuna ha voluto che in un viaggio di diciassette giorni io non abbia collezionato più di venti minuti scarsi di sobrietà.
E niente, vediamo cosa riesco a ricordare.
SCALO A DOHA
Sarò breve: all’aperto c’erano 38 gradi e un’umidità paradossale, mentre l’aeroporto è un inferno di tre o quattro centri commerciali incollati assieme in cui tengono una gradevolissima temperatura di 18 gradi. Potrei vivere tre vite a impatto zero e forse annullerei venti secondi di emissioni dell’aeroporto di Doha, praticamente il tempo di una pisciata.
BANGKOK
La prima cosa di cui mi sono accorto è che la cultura thailandese ha effettivamente un numero di differenze con quella italiana.
Eccomi qui: Casella il giramondo.
L’omogeneità architettonica è la loro carta da culo.
Puoi vedere una casa di lamiera, accanto a una casa in muratura, accanto a una casa di legno, accanto a un tempio pulitissimo e decorato d’oro in dettaglio maniacale, accanto a una casa di lamiera.
La mia impressione è che ciò non fosse dovuto a una povertà materiale o economica quanto a un onesto “chissenefregadidovevivo” gridato dalla popolazione.
Questo lo dico in parte perché è stata davvero la mia impressione, in parte perché, se invece è una questione di povertà, sono davvero uno stronzo.
Io e Macca, il mio compagno di viaggio trentanovenne, abbiamo visitato una quantità spropositata di templi.
Sono rimasto molto positivamente colpito dal modo di fare culto dei buddhisti thailandesi, da questo processo praticamente del tutto interiorizzato, esclusa una manciata di regole da seguire all’interno del tempio. Dei monaci e di come vivono non so niente.
Degno di nota è stato un uomo con la maglietta del Manchester City che è venuto a parlarci del tempio che stavamo visitando una mattina e ci ha detto che era il custode.
Sono una persona semplice, ho trovato divertente che fosse vestito in quel modo mentre faceva la guardia a una gigantesca statua dorata.
Come indossare un frac per spalare la merda sotto i ponti.
Un’esperienza indimenticabile è stata mangiare il pad thai di Thipsamai, ristorante che si vanta di avere la ricetta più buona di Bangkok.
Oltre al pad thai e agli involtini di una bontà sconvolgente, il locale ha un’atmosfera a dir poco avvolgente.
Ti fanno fare la coda fuori, poi ti fanno entrare ad aspettare il tavolo su un divanetto all’ingresso, davanti alla cucina a vista, poi ti portano cinque metri più in là a un secondo divanetto posizionato di fronte a una vetrina.
Lì sono esibite tutte le guide stampate che affermano che il loro pad thai è il più buono della città.
Solo dopo che ti hanno reso molto chiaro che ce l’hanno durissimo per il loro stesso pad thai, ti portano al tavolo.
I camerieri sono amichevoli come uno che ti vuole scopare e sembrano obbligati dalla direzione a chiederti da dove vieni e poi dirti qualcosa nella tua lingua.
A un certo punto della cena, una cameriera e un cameriere sono arrivati insieme a portarci da bere e da mangiare e lei si è freezata: non sapeva l’italiano.
Lui le ha messo il viso nell’orecchio e le ha sussurrato delle parole in italiano che ho sentito benissimo, così che lei potesse tirare fuori un sorriso falsissimo, gigante e un po’ spaventato ed esclamare “BONGIORNI”.
Macca, che ha il cuore grande, ha apprezzato molto tutto questo.
Io, che ho il carattere un pochino più ruvido e sono abbastanza sensibile all’imbarazzo, mi sarei ammazzato se ne avessi avuta l’opportunità.
Avendolo saputo prima, avrei detto loro che sono ungherese o estone per vedere di che pasta sono fatti.
Ora, però, devo calare l’asso di briscola.
Nel ristorante sono appesi alle pareti vari schermi televisivi che trasmettono in loop un cartone animato, prodotto dal ristorante stesso, che parla della donna che l’ha fondato.
È molto difficile per me descrivere l’esperienza di essere a tavola, mangiando un pad thai da lacrime agli occhi, mentre guardo un cartone in cui una donna, colpevole solo di aver perfezionato una ricetta tradizionale, viene bistrattata da un locatore seminudo, grasso e sporco con una catena d’oro.
Ancora più sconvolgente è la scena in cui la donna, ormai anziana, sta cucinando e di colpo crolla, seguita dalla scena in cui muore in ospedale con il figlio che le tiene la mano e piange.
Il figlio si rivela essere il motivo per cui sei lì a mangiare, ha preso la ricetta della madre e ha tenuto in piedi il ristorante.
La cosa bella è che questo ragazzo aveva studiato economia, la sua storia non è quella romantica e folkloristica che uno si aspetta.
Non ha salvato il pad thai più buono di Bangkok mettendosi ai fornelli, assolutamente no.
Ha fatto il franchise.
Il figlio è il motivo per cui i camerieri ti dicono “ciao” e “danke shon” , per cui fanno così grandi proseliti del loro pad thai, per cui stai guardando un cartone prodotto da lui e in cui si è fatto disegnare in una specie di stile chibi mentre tiene la mano a sua madre che muore.
E la cosa incredibile è che funziona.
Vi prego di non vedere altezzosità in questo, non sto dicendo “funziona perché un vago insieme di altre persone si beve queste cazzate che io invece trovo ridicole”.
Quello che intendo è che mi dispiace per le difficoltà di sta donna e che il cartone mi fa venire una voglia matta di pad thai.
L’ho trovato su YouTube, comunque.
Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo.
LAOS – HUAY XAY
Un agile viaggio di un paio d’ore da Chiang Rai su un pulmino di latta senza porte ci ha portati alla nostra prima destinazione in Laos, Huay Xay.
Prima di arrivare alla ciccia di questa parte del viaggio, devo condividere un aneddoto splendido della prima notte passata lì.
La notte stessa del nostro arrivo io e Macca stavamo passeggiando sulla strada principale del villaggio, quando un fattorino di una qualche food delivery asiatica ha superato col motorino un presidio di polizia – un gazebo con sotto un tavolo di plastica – con tipo dodici sbirri sbronzi.
Purtroppo per lui, gli sbirri erano ancora abbastanza coscienti da sapere che quella strada è a senso unico e che lui stava andando contromano.
L’hanno fermato, si sono scambiati due parole, lui ha detto qualcosa che posso solo immaginare fosse “Sucatemi le palle” in laotiano ed è ripartito.
Allora tre sbirri sono saliti su un motorino e l’hanno rincorso, l’hanno fermato trenta metri più in là, lui di nuovo li ha mandati affancuore ed è ripartito.
Dieci metri più in là gli sbirri l’hanno fatto scendere dal motorino, su cui è salito uno dei tre e sono tornati indietro.
Il fattorino ha continuato a piedi nella stessa direzione in cui stava andando.
Nessuna multa, nessuna burocrazia, non gli hanno dato nemmeno una gomitata.
“Dammi sto cazzo di motorino” e basta.
Il braccio sbronzo della legge.
Comunque, avevamo deciso di passare da Huay Xay perché il villaggio offre la famosa Gibbon Experience, un’esperienza a metà tra una tamarrata con le zipline e una scarpinata di cinque ore nella giungla con tanto di notte in una casa sull’albero in mezzo al verde sterminato.
La fauna della giungla conta orsi neri, cobra, tigri e tutti gli insetti mai esistiti.
Sono praticamente convinto che quel luogo sia il Valhalla degli insetti, le cui anime incarnate continuano a insettare fino alla fine dei tempi.
Ah cazzo i gibboni.
In teoria ci sono anche i gibboni, anzi è un po’ tutta la cosa dell’Experience, ma te li hai visti?
Nessuno si imbatte mai nemmeno negli altri animali che ho detto prima, volevo solo veicolare che ho avuto paura.
La fauna del gruppo contava me, Macca, un ragazzo polacco col suocero, una ragazza olandese e le guide, due laotiani di ventun anni che fanno la scarpinata tutti i giorni, rigorosamente in infradito.
Le zipline lì sono molto alte, lunghe e relativamente veloci; la prima che fai entra in un nugolo di giungla e non vedi dove finisce.
Anche lì ero molto spaventato, nonostante fossi appeso con un moschettone enorme a un cavo d’acciaio abbastanza spesso per una funicolare.
Un paio di volte ero sospeso nel vuoto e ho davvero pensato che il mio enorme peso avrebbe spezzato il cavo.
Sono fatta così, un po’ pazza e un po’ romantica.
A un certo punto abbiamo sentito uno di quei tipici uccelli da giungla con quei versi sovrannaturali che si sentono nelle commedie con le persone che non sono mai state nella giungla, tipo la bionda vanitosa che si prende male, o un qualche tipo di Jack Black.
La ragazza olandese ha chiesto a una guida che cosa fosse.
Lui l’ha guardata come una cretina e le ha risposto “Bird”.
Abbiamo cenato e passato la notte nella casa sull’albero.
Vi sparo due cosette veloci veloci che per me hanno fatto l’esperienza, oltre ovviamente alla vista incredibile.
Prima di tutto, da quelle parti le cicale sono grandi come tubetti di dentifricio e, quando friniscono al tramonto, tutto attorno senti un canto acutissimo ed estremamente rumoroso, come se stessi guardando un horror con le cuffie.
Davvero surreale.
Seconda cosetta veloce veloce: alla sera stavamo bevendo un distillato di riso laotiano quando Darek, il signore polacco, sudatissimo e molto più socievole di prima, dopo aver tirato giù un paio di bicchierini, ha detto “I haven’t had vodka in forty years” e ne ha tirato giù un terzo.
C’è stato un lunghissimo istante di terrore per tutti; ognuno aveva la propria immagine mentale di come quest’uomo stava per impazzire.
Avrebbe cantato? Avrebbe pianto? Sarebbe saltato al collo di qualcuno?
Che sballo.
Purtroppo, Darek ha rovinato la magia spiegandoci che di birra ne ha sempre bevuta a fiumi, era semplicemente stato lontano dai superalcolici perché aveva preso una sbronza bruttissima da adolescente.
Ci sono rimasto quasi male: avevo sinceramente pensato che, visto che aveva chiamato “vodka” quella benzina di riso, ci fosse un errore di traduzione e che stesse dicendo che non toccava alcol da quarant’anni.
E, se non avete mai visto un astemio dopo un numero imprecisato di shottini, procuratevene uno il prima possibile.
Mi ringrazierete quattro volte su dieci.
TRENO PER LUANG PRABANG
Dopo la Gibbon Experience ci siamo spostati verso Luang Prabang.
Le strade in Laos sono quelle delle battute sulle strade di Roma.
I pulmini e i minivan, infatti, sono nuovi e in ottime condizioni, è l’unico modo per attraversarle.
Per assurdo, la scatola di latta che abbiamo preso in Thailandia, paese decisamente più ricco e con le strade in ottime condizioni, non durerebbe dieci metri in Laos.
Si parla di quasi cinque ore di tagadà per fare duecento chilometri, una figata che vi consiglio di attraversare in doposbronza come me e Macca.
Io avevo anche la fortuna di avere a mezzo metro dal viso i piedi nudi di un signore laotiano che era seduto dietro di me.
Masticava molto rumorosamente e a bocca aperta delle radici.
Non gli ho voluto benissimo.
Il minivan ci ha portati alla stazione di Nateuy, dove passa la linea ferroviaria che la Cina ha costruito per connettersi alle città maggiori del Laos.
Uno di tanti regali infrastrutturali che i sempre benintenzionati cinesi hanno fatto ai loro vicini.
Sul treno, ho trovato il mio posto occupato da una vecchia cinese che chiacchierava con una sua amica.
La signora ha notato che la stavo guardando e mi ha detto qualcosa in cinese.
Io non lo parlo e quindi non ho risposto.
Allora mi ha detto un’altra cosa in cinese, ma in quei dieci secondi non lo avevo imparato e quindi non ho risposto.
Allora mi ha detto una terza cosa in cinese, così tanto per.
Poi ha gesticolato verso il numero del sedile e mi sono ripreso dallo sgomento per dire un chiarissimo “YES” con ritrovata sicurezza.
Le due vecchie sono scoppiate a ridere e mi hanno lasciato il posto.
Sedute davanti a me, hanno continuato a parlarmi ancora per qualche minuto.
Io sorridevo e annuivo leggermente.
Hanno anche tirato fuori dalla borsa una busta di plastica con dentro delle radici bollite e mi hanno obbligato a mangiarne una.
Tutto sommato niente male.
LUANG PRABANG
Patti chiari amicizia lunga: Luang Prabang è una città meravigliosa.
La crasi architettonica tra il coloniale francese e il laotiano è da vedere almeno una volta nella vita.
Abbiamo passato lì dei lunghi giorni di pioggia mentre il tifone Yagi devastava il Vietnam, dove in origine avevamo pianificato di andare per villaggi.
Non l’avevo ancora detto, ma la scorsa primavera avevamo pensato di andare nel sud est asiatico proprio all’inizio della stagione delle piogge.
La nostra lungimiranza è stata giustamente premiata con quantità bibliche di acqua quasi ogni giorno, tolti ovviamente quelli passati a viaggiare.
Di certo, comunque, non ci siamo annoiati.
Il mercato notturno vende ogni genere di ninnoli e street food, tra cui brillano un pesce di fiume imbottito di citronella e cotto alla brace e certi spiedini che infilzano una decina di bocconi del prete l’uno.
Il palazzo reale, ora museo, trabocca storia. Ho apprezzato in particolare una certa sequenza di dipinti che raccontano un pezzo importante di folklore laotiano.
Io e Macca abbiamo perfino meditato di attaccare bottone con alcune turiste, ma il metro quadrato di sudore che esibivamo su petto e schiena in ogni dato momento ci ha fatto ripensare a certi bassi propositi.
Sbronze, templi e un paio di nuovi amici ci sono bastati e avanzati.
Questa fa sempre ridere quando la racconto al baretto: mentre soggiornavamo a Luang Prabang, i nostri apparati digerenti hanno finalmente deciso di dire la loro sulla dieta a cui li stavamo sottoponendo oramai da una settimana.
A chi non piace un bell’aneddoto sullo stare male dall’altra parte del mondo?
Quando fai questo tipo di viaggio, se non hai intenzione di fare lo schizzinoso, mangerai qualcosa di completamente nuovo quasi ad ogni pasto.
Dopo un po’, subentra un certo affaticamento sensoriale a cui viene presto dietro lo stomaco.
In più, io ero abbastanza convinto di essermi preso la malaria durante la Gibbon Experience. Mancavano giusto i sintomi.
Macca ha avuto il suo crollo fisico mentre visitavamo un tempio in cima a un colle, io ho avuto il mio durante un’escursione a delle cascate poco fuori dalla città.
Dio, le cose che abbiamo fatto a quei bagni.
Non siamo più i benvenuti in un numero considerevole di esercizi di Luang Prabang.
NONG KHIAW
Presi dall’esasperazione per tutto il backpacking che non saremmo riusciti a fare causa pioggia, ci siamo fidati della guida Lonely Planet e abbiamo preso un altro infernale minivan diretto a Nong Khiaw, un pittoresco villaggio a metà strada tra Luang Prabang e il Vietnam.
Lì abbiamo finalmente incontrato le blatte che Macca aveva incontrato nei suoi precedenti viaggi e di cui mi parlava con grande orgoglio da settimane.
L’aria piena di ossigeno e il territorio umido producono blatte dalle dimensioni di un blocchetto doppio di cartine.
Quando ne abbiamo trovata una in stanza ho fatto un salto in stile Tom e Jerry che a momenti non lascio un buco nel soffitto.
Già la seconda blatta, che camminava tranquilla sul tavolino su cui stavamo cenando la sera dopo, mi ha lasciato decisamente più indifferente.
Piccolo salto, appena mezzo metro.
Tra le attività più belle nel perimetro di Non Khiaw, plurigarantite dalla guida, ci sono le scarpinate per raggiungere i due punti panoramici che fanno vedere tutto il villaggio.
Quella che abbiamo scelto richiede un’ora e mezza a salire e due a scendere, senza contare possibili soste.
Un signore ubriaco ti fa pagare un biglietto che equivale a ottanta centesimi e ti ride in faccia per la grande idea di merda che hai avuto a fare questa camminata.
Credo di non avere mai avuto così tanta paura di morire in vita mia e, giusto per dire quanta ne avessi, questa volta era parzialmente giustificata!
Eravamo completamente soli in mezzo a questa giungla, il passaggio era quanto più stretto e ripido può esserlo per essere a malapena ancora chiamato tale.
Il terreno era argilla bagnata e rocce calcaree bagnate, tutte buie e piene di cunicoli perfetti per ogni tipo di serpente e insetto.
Niente che puoi mettere ai piedi farà il minimo attrito, è come pattinare in salita.
È virtualmente impossibile essere trasportati via da lì in qualsiasi modo, se cadi e ti rompi una gamba o se ti morde qualcosa di velenoso hai davanti a te minimo un paio d’ore in cui attendi soccorsi, seduto da solo nella stessa giungla che ti ha messo in quelle condizioni.
Questi sono i pensieri che mi hanno accompagnato per tutta l’ascesa, sarei stato furioso se non fossi stato così impegnato a controllare un minimo il terrore.
Mi agghiacciava specialmente il morso del serpente, non riuscivo a pensare ad altro.
Macca saliva come uno stambecco.
Arrivati in cima, il valore dell’escursione mi è stato subito chiaro.
Non è il panorama mozzafiato – colline verde smeraldo a perdita d’occhio – a valere la candela, è il completamento stesso della scalata.
La gioia di essere arrivato in cima, il senso di responsabilità sulla mia vita per aver deciso a metà strada di accogliere come un’amica la paura e di portare a termine quello che avevo iniziato.
Macca che mi prende per il culo perché mi ero spaventato così tanto.
Macca che a momenti sviene per la fatica durante la discesa.
Macca a cena che si blocca quando gli dico la cosa dei serpenti a cui avevo pensato, impallidisce e mi dice “Fortuna che non me l’hai detto mentre eravamo lì”.
Menzione d’onore a Lonely Planet che ti dice “Portati una torcia e fallo al tramonto”. Siete degli psicopatici senza un legame che sia uno.
Per intenderci: gli abitanti stessi di Nong Khiaw non fanno quell’escursione più di tre volte nella vita e mai nella stagione delle piogge.
VIETNAM – HANOI
Da Nong Khiaw siamo dovuti tornare a Luang Prabang per prendere un volo diretto ad Hanoi, dato che i confini con il Vietnam erano stati chiusi.
Ora, non so che tipo di notizie sono arrivate in Italia in quei giorni, ma da quello che ho visto dall’aereo posso dire che il Vietnam era allagato.
Avete presente quando fate la doccia troppo a lungo e sono già cinque o sei docce che dovevate pulire lo scarico e uscite per trovare il bagno allagato?
Ecco, tipo così però il Vietnam.
Hanoi è come la mia mente razzista si figurava Bangkok prima di visitarla.
In ogni momento hai nel tuo campo visivo mille persone, di cui almeno quattrocento sono in motorino e la metà di loro è perennemente a dieci centimetri dallo schiantarsi contro un altro motorino o un passante.
Il marciapiedi è interamente occupato da – avete indovinato – motorini parcheggiati e tavolini di plastica dei locali.
Ci si sposta tutti per strada, ha quasi senso se ci pensi.
Il clacson si usa per farsi notare, non per litigare.
Il loro codice della strada è un dépliant con solo due punti:
- Non schiantarti.
- Se Pietro Casella è in città, fai del tuo meglio per fargli cacare i pantaloni.
L’aria è tra le più inquinate al mondo, la senti entrare velenosa nel tuo corpo a ogni respiro.
La prima sera ho avuto un piccolo attacco di panico che abbiamo risolto rifugiandoci per un’oretta in un rooftop bar per turisti.
Due birre, una sigaretta jazz, e siamo riscesi in strada con tutta una nuova grinta.
Mentre stavamo bevendo ancora un po’, seduti a un tavolino in mezzo al marciapiedi, è passata una vecchia che portava due ceste sulle spalle.
In una cesta teneva varie erbe e alcune stoviglie, nell’altra un accrocchio di metallo che conteneva una brace accesa su cui bollivano delle uova.
Macca, grande avventuriero, ha voluto prenderne subito uno.
Ha fermato la vecchia e le ha offerto del denaro, lei lo ha guardato come per dirgli “Guarda che non lo vuoi”, ma lui ha insistito.
Un minuto dopo avevamo davanti una ciotola di plastica con dentro un uovo sodo aperto e coperto di erbette locali.
Mentre Macca prendeva ancora un sorso di birra, ho guardato un po’ meglio nella ciotola e ho spostato le erbette esclamando “Minchia fortuna che ti sei preso l’uovo sodo con l’insalata!”, perché ho smesso di fare il comico ma sono ancora un grande umorista.
Non sapevo cosa avrei trovato sotto al verde.
Era il balut.
Se non sapete di cosa si tratta, cercatelo su internet.
Poi scrivetemi pure su Instagram così vi mando sia la foto del balut che quella del vietnamita che vede Macca sbiancare e si mette a spiegargli che quella roba lì è LA BOMBA.
Credo di aver riso per mezz’ora di fila.
Prima di concludere, voglio dire una cosa di destra: ad Hanoi c’è pieno di figa.
Pieno così.
Fa davvero impressione.
Mi salvo in corner dicendo anche una cosa di sinistra: c’è pure pieno di cazzo.
L’età media è venticinque anni e il paese sta avendo una crescita economica spaventosa, i giovani sono tutti curati e infighettati e stanno davvero bene.
L’esperienza è riassumibile in una nevrosi perfettamente bilanciata tra “lasciatemi qui” e “portatemi via”.
Una sera ci è passato davanti un gruppo di ragazze particolarmente attraenti e ho sentito un turista italiano poco più in là bestemmiare ed esclamare “Gliela ciuccerei come un frullato denso”.
Precisiamo: a casa mia non c’è spazio per questo genere di volgarità, ma se non fosse sparito nella folla avrei voluto conoscerlo e magari farmi una foto con lui.
Ok, ne aggiungo una perché Macca mi ha dato il permesso.
Dovete sapere che per tutto il viaggio è successo parecchie volte che ci chiedessero se fossimo padre e figlio, nonostante ci separino solo tredici anni.
Il primo è stato a Bangkok, un tassista che ci stava portando alla Jim Thompson House (che consiglio come tappa light a chi sta più di due giorni).
Appena gli abbiamo detto di no, ha estratto dal cruscotto un volantino per un bordello e ci ha detto che se avessimo voluto ci avrebbe portati lì.
Il punto forte di quel bordello? Lì le donne costano particolarmente poco.
Credo che sia uno dei peggiori modi di vendere il sesso a pagamento.
“Sai una cosa? Sono qui a Bangkok per due giorni con il mio amico quarantenne, stiamo andando a vedere una specie di museo delle sete, sono sudato come la merda, sai cosa mi ci vuole per mettere la firma? Una puttana a buon mercato!”. Boh.
Ma comunque! Mi perdo nei discorsi.
Questa confusione sulla nostra parentela stava complessando molto Macca, che cercavo di consolare dicendogli “Ma non ti preoccupare, è perché io sembro così giovane, figurati se sei tu”.
L’ultima volta che ci hanno chiesto se fossimo padre e figlio è stata in ostello ad Hanoi, mentre prendevamo i bagagli per partire verso casa.
Per puro caso ho risposto solo in quell’occasione con le nostre rispettive età, ventisei io e trentanove Macca.
Il ragazzo dell’ostello si è girato verso di lui e gli ha detto – in inglese – “Oh cazzo hai TRENTANOVE anni??”.
Terribile.
Per una spruzzata di bianco sulla barba e il viso un po’ provato dal viaggio gli hanno dato almeno cinquant’anni.
Razzisti, ecco cosa sono.
AEROPORTO DI HANOI
Top 30 sbronze di una relativamente breve ma onorata carriera.
CONCLUSIONI – PROPRIO COME UN TEMA
Nonostante io abbia fatto il bimbo spaventevole quasi ad ogni passo del tragitto, è stata un’esperienza memorabile e molto trasformativa.
Sono molto cambiato, decisamente più saggio.
Sono tranquillo come il fiore di loto che galleggia sullo specchio d’acqua.
Macca è il miglior compagno di viaggio che abbia mai avuto.
Sempre paziente, aperto all’improvvisazione, sereno come il panda rosso che riposa all’ombra.
In Laos abbiamo un detto: “Vai a vedere culture diverse dalla tua, magari torni parzialmente più razzista ed esplodi un paio di cessi, magari ti innamori cento volte e digerisci tutto. Quel che è certo è che ne uscirai arricchito e molto più saggio, appagato come il monaco che divide la cena con il cane randagio”.
Ora che sono tornato e ho iniziato l’università, non vedo l’ora di trovare finalmente il coraggio di attaccare bottone con i compagni di corso e di essere esattamente quel pezzo di merda che ti dice che devi troppo fare un viaggio nel sud est asiatico.
Mi frego le mani, sono emozionato come il pesce gatto che trova una tana di lombrichi.