Stavo dormendo sul treno e mi sono svegliato con una poesia in testa.
Davvero.
È spaventosamente ordinaria, eccola ed ecco cosa ne ho pensato.
Ti voglio nel mio letto,
nuda o vestita,
sobria o riposata,
noiosa o eccitata,
sana o malata.
Ti voglio nel mio letto
anche quando non è un letto,
anche quando è un bagno,
un treno,
una doccia,
un lampione,
una barca,
un prato.
Non c’è forma di te che io non voglia,
non c’è luogo in cui io non ti voglia.
Sei sempre te,
è sempre il mio letto.
I prodotti della mia intuizione, così lamentosi e poetici solo per me, sono sempre scarni e banali.
Eppure, mi parlano di te.
Tu non sei lamentosa, non sei poetica solo per me, non sei scarna e non sei banale.
Per questo, forse, mi parlano di te.
Tutto, se osservato attentamente, rivela già il proprio contrario.
Per questo, allora, le poesie più inutili al pubblico, del tipo che sovvengono a chi non ne scrive, fanno così bene il loro lavoro.
Ora, qual è il loro lavoro?
“Ispirarmi” è la parola che emerge, ma non la capisco.
Come fa qualcosa di successivo a un’ispirazione a provocarmi un’ulteriore ispirazione?
Forse il loro lavoro è aiutarmi a contemplare quello che ho dentro in un linguaggio a me comprensibile, cioè la parola scritta.
Farebbero questo rimanendo comunque legate al registro poetico e misterioso dell’inconscio, ma spogliate per mio uso e consumo del segreto racchiuso nella bella poesia, che io non riesco a capire.
Niente di tutto questo cancella dalla mia testa la parola “ispirazione”, devo andare più a fondo.
Effettivamente, non è per niente inaudito che uno, guardando la propria opera, sia ispirato a produrne altre.
In più, se questa poesia di poco valore tra le poesie – ma che confessa qualcosa di grande importanza per me – può rivelarmi qualcosa che non sapevo o avevo dimenticato, è un’ovvia conseguenza che mi verrà voglia di tornare su questi temi.
Tutto questo sembra davvero volermi ispirare.
Il comico in me non è morto e ancora non ha del tutto trovato il suo giusto posto.
Lo sento scalpitare, contorcersi e ribellarsi, perché sto seriamente considerando di pubblicare queste pagine [è una trascrizione integrale dal mio quaderno, ndr.].
Un anno e mezzo fa prendevo selvaggiamente in giro chi scrive queste cose, riferendomi al non troppo nascosto pretesto che c’è dietro la loro pubblicazione.
Sospettavo che ci fosse dell’invidia in me, ma non immaginavo quanta.
Sentivo un po’ più agilmente la paura di espormi in questo modo, quello sì.
Ne parlavo anche con alcuni altri comici, che talvolta erano d’accordo.
Sentire i loro occhi addosso mentre scrivo queste cose è sentire il comico in me che scalpita.
So che vuole la sua parte, mi è ancora molto difficile capire come dargliela e, soprattutto, quando sia il caso.
Ne parlavo con Matteo Abrami, che ha un occhio raffinatissimo, dopo che avevo pubblicato “L’Erba Voglio Non Cresce Neanche Nel Giardino Del Re”.
Devo ritrovare la mia voce.
Fortunatamente, ho il tempo dalla mia parte.
Sto per iniziare l’università, non so come arrotonderò nei prossimi anni ma è probabile che non sia artisticamente.
Questo mi dà tutto l’ampio respiro che mi serve per reinventarmi e ritrovarmi come scrittore.
E se niente funzionasse, andrò a insegnare quello che avrò studiato.
Insomma, finché faccio quello che mi viene con sincerità, non posso davvero perdere.