SONO TUTTO SOLO E POI MANCO LO SONO ABBASTANZA DA LAMENTARMI

Nell’appartamento sopra al mio vive una giovane famiglia.
Hanno una bambina che non può avere più di sei anni e, nel tempo trascorso tra l’acquisto di casa mia e la fine dei lavori, ha fatto la sua comparsa un neonato.
Nel condominio in cui vivo le pareti sono molto spesse e ben insonorizzate, mentre i soffitti sembrano fatti di legno cavo.
Tutti i giorni sento questi bambini, il neonato ultimamente sta piangendo parecchio – credo che stia mettendo i dentini, o forse ha le coliche – e la bimba gioca liberamente per casa.
Sento i tonfi dei suoi passetti sgraziati, lo scorrere incessante di qualche tipo di biglia o macchinina, un po’ di vociare tra lei e i genitori.
Nel fine settimana mi sveglia lei, la sua stanza è direttamente sopra alla mia.
È la prima volta nella mia vita che ho dei vicini così vitali e ne sono felicissimo.
I bambini mi piacciono molto, trovo un certo piacere romantico a sentire la vita che va avanti. Mi riempie di speranza.

Io conduco una vita molto solitaria, spesso danzo sul limite della reclusione.
Nell’ultimo anno questo lato di me ha piano piano preso più spazio.
Socializzare tende a costarmi una grande fatica.
Per esempio, ho recentemente ricominciato l’università e non ho ancora davvero attaccato bottone con nessuno.
Qualunque scusa è buona per non farlo.
“Se parlassi con questo sarebbe solo perché spero che conosca altre persone e che eventualmente socializzare con loro possa farmi conoscere una donna e, visto che starei solo usando queste persone per procurarmi delle donne, sono cattivo e non posso attaccare bottone”, per esempio, è una cosa che mi sono davvero raccontato nelle prime due settimane di lezione.
Come se fossi in grado di fare questa cosa che si chiama “attaccare bottone”, peraltro.
A volte mi chiedo se io l’abbia mai fatto in vita mia.
Se provo a pensarci, credo che tutti i miei rapporti più significativi siano iniziati in primissimo luogo con una mia partecipazione del tutto – o quasi – passiva.
Mi è praticamente impossibile approcciare chiunque per primo.
Spero che si inizi a vedere quanto questa solitudine sia autoimposta.
Su quale base, infatti, trovo impossibile per me parlare con uno sconosciuto a scopo puramente sociale?
Di fatto, quando mi trovo di fronte a qualcuno a cui per un motivo qualsiasi voglio piacere, decade qualsiasi buona opinione di me io possa avere.
La mia rappresentazione di me corre nella direzione del nulla siderale.
Di rimando, la mia rappresentazione del mondo lo trasforma in un luogo in cui tutte le più semplici regole sociali, per esempio quella che si può parlare con le persone ed è così che le si conoscono, non si applicano a me. Anzi, si applica tutto il contrario.
Io quindi non posso attaccare questo dannato bottone, non posso offrire niente a una donna, non posso neanche pensare di meritare di essere amato o accettato, men che mai posso permettermi di rifiutare qualcuno.

Oggi sento questo problema come non mi capitava da sei anni.
È stato un anno molto lungo.
Ho avuto una spaventosa emorragia di affetti, tra cui la prima vera grande relazione della mia vita, finita in circostanze molto dolorose per entrambi.
Tutt’ora ho il cuore in buona parte spezzato, mi dicono che deve andare così.
Molto raramente so cosa farmene, spesso invece ho molta ansia di riuscire subito ad andare avanti e colmare questo vuoto – magari con un miglior rapporto con me stesso – ma, probabilmente proprio perché sono così agitato, ancora non mi riesce bene.
Fortunatamente, sentire la famiglia al piano di sopra mi aiuta anche con la tristezza dovuta a questo appartamento vuoto, infestato da me.
Dio sa quanto vorrei tornare a toccare il mondo e imparare a toccarlo in tutti i modi che mi sono sempre negato.
Desidero partecipare con ardore a tutto ciò che ho deciso che non mi riguarda.
Voglio ballare, cantare, ridere e scherzare insieme a tutti gli altri. Ogni tanto anche scopare non mi dispiacerebbe.
Ci pensate? Io che partecipo in modo sano e continuativo al mondo del sesso.
Fantascienza.
Pazzia.

È con grande rammarico che vi dico che anche questa rappresentazione è per lo più falsa.
Per carità, è vero che in università sono un palo di legno e che non faccio sesso da un bel po’.
Intanto, però, esco praticamente tutte le sere, ho diversi amici, anche nuovi, che incontro a Torino e altri che sento praticamente ogni giorno.
Soprattutto nelle ultime settimane ho avuto molti ospiti.
Pure mentre scrivo questo strano monologo ho in casa un ballerino colombiano che mi è venuto a trovare per un paio di giorni.
How cool is that?
Canto e fischio per strada mentre cammino, come uno psicopatico.
Tutto il mio quartiere mi ha sentito cantare.
Se sono sbronzo ed è molto tardi ballo pure.
Certo, davanti a me non c’è gente quando lo faccio, ma chissà negli anni quanti mi hanno visto dalla finestra.
Di nuovo, è vero che non faccio mai il primo passo perché sono una principessina, ma poi chiacchiero subito senza troppi problemi. Anzi, rido e scherzo più della maggior parte della gente con cui ho a che fare.
Il punto è che, per quanto io faccia tutte queste cose, non le penso di me.
Il me pensato altalena tra uno zero totale e un alieno, mentre il me reale è una persona piuttosto normale.
Le mie carenze sociali e sessuali sono dovute a problemi reali, ma che sono meno gravi di come mi appaiono quando voglio abbattermi.
Dovrei sicuramente essere meno sostenuto in università e parlare con le persone che, proprio come me che ho trovato passivamente tutti i miei rapporti significativi, spesso e volentieri hanno piacere a fare due chiacchiere.
In più, se proprio stessi per esplodere e avessi bisogno di consumare un rapporto sessuale fine a sé stesso, mi scaricherei un’app o due e mi darei una mossa.
Lo starei già facendo se mi interessasse, ma mi sto ancora leccando certe ferite e quindi non riesco a guardare oltre la solita, spessa coltre di chi mi piace ben più di un pochino.
Con questo non voglio dire che, se volessi, rastrellerei Torino e che dovete chiudere in casa le vostre figlie il giorno che mi sveglio dal mio lungo riposo, ma porca puttana qualcosa farei, eddai. Son mica l’uomo elefante.
Insomma, ho già tutto quello che mi serve per essere normale, ma non lo penso.

Ora sono costretto a chiedermi a cosa mi serva questa forte dissociazione tra atteggiamento e rappresentazione.
C’è una risposta relativamente semplice: voglio torturarmi.
Ho un forte rapporto di godimento con la sofferenza.
Se non prendo un’attiva decisione di benessere, mi affamo di fronte a ogni tipo di appetito umano.
Credo di farlo perché cerco un appagamento il più forte possibile ai miei desideri.
In più, un’attesa sofferente è una sofferenza goduta.
Il corpo gode anche della sofferenza, diceva – tra i vari – Lacan.
Infatti, uno potrebbe pensare che, se ho imparato ad affamarmi in questa maniera, io sia molto paziente, ma non è vero.
È proprio perché sono impaziente e voglio subito il mio contentino, che mi impongo certe attese dolorose.
Proviamo con una risposta più fastidiosa alla domanda: voglio ottenere l’irraggiungibile, cioè un me perfetto e felice per sempre.
Si tratta di un problema che sta alla base di davvero moltissime nevrosi.
Sono semicosciente di un qualcosa, un me a cui devo arrivare e mi arrovello come un pazzo per riuscirci.
L’errore concettuale è enorme: ritengo, mio malgrado, che questo me esista già perenne in una dimensione iperuranica e che ci sia una singola sequenza di decisioni, celate solo a me, che mi porterà a realizzarlo.
Tutto ciò è falso, a partire dalla mia idea che si possa essere perfetti, a continuare con la sicurezza che tutti gli altri sappiano come io debba fare e a finire col mio terrore pazzo di commettere errori pratici o morali di qualsiasi tipo.
Ovviamente non funziona così, io stesso confesso di aver commesso più di una manciata di errori negli ultimi nevroticissimi ventisei anni della mia vita, alcuni addirittura volontariamente, eppure non ho perso i miei più basilari diritti umani e non ho finito di crescere e imparare.
Giuro che so tutte queste cose.
Il problema è che partecipare in modo più integrato al mondo implicherebbe essere ancora più in gioco. Ho già fatto notevoli progressi da quando ho deciso di non sacrificare la mia vita all’altare della presa per il culo, ma devo mangiare ancora parecchia pastasciutta.
E mettersi in gioco, cosa ti rompe?
Ti rompe la speranza di poter diventare davvero completamente completo nella coscienza, perché ti mette in rapporto con le tue mancanze, alcune delle quali incolmabili.
Si possono integrare spaventose quantità di materiale inconscio ma mi sono convinto che, non essendo divinità, non potremo mai sapere tutto di noi né trascendere il rapporto di compensazione tra mondo esteriore e mondo interiore, di cui la nostra esperienza è per definizione limitata.
Separarsi da tutta questa struttura nevrotica e vivere appieno costa un particolare e continuo sacrificio dell’Io che non può essere sottovalutato.
Chissà se aver scritto sta cosa mi tornerà utile.

L’ULTIMA FATICA DI NAPOLEONE

Questa storia parla di un Napoleone.
Non importa se fosse quello vero oppure no: la storia ci insegna che moltissime persone, accomunate solo dalla profonda convinzione di esserlo, sono state Napoleone.
Infatti, è già sbagliato pensare di poter definire “quello vero”.
Se un matto spende tutte le ventiquattro ore del giorno pensando di essere Napoleone, non lo è veramente?
D’altra parte, molto raramente nella vita abbiamo il lusso di essere davvero ciò che pensiamo.
Questo però vuol dire che anche il primo Napoleone, “quello vero”, non era altro che una copia di qualcosa che dopo la sua morte gli ha preso in prestito il nome.

Il Napoleone della mia storia era anziano, malato e stanco.
Il suo esilio sull’isola a tratti sembrava avergli estirpato gli ultimi, già stantii profumi di giovinezza, lasciando finalmente respiro alla riflessività e alla pacata lentezza della vecchiaia.
Peraltro, ora che gli impedimenti del corpo e della legge mondiale lo avevano liberato dalla sua stessa ambizione, trovava molto divertente – e superflua – la sorveglianza militare che gli inglesi gli avevano imposto.
Era pure riuscito a fare amicizia con alcuni soldati, per i quali l’opportunità di condividere un brandy serale e una partita a carte con Napoleone Bonaparte valeva tutta la noia e l’assurdità di stare in mezzo all’oceano a fare da guarnigione alla casa di un vecchio morente.
Potrà sembrare strano – almeno per loro fu così – ma nessun ufficiale fu preso in simpatia o anche solo avvicinato da Napoleone, solo soldati semplici e in particolare un singolo sergente, tale James Lennox, che aveva perso un figlio a Waterloo.

Era un sereno primo pomeriggio di inizio maggio, l’imperatore si era svegliato da poco da una pennica digestiva e si stava facendo accompagnare giù per le scale dal suo maggiordomo, anziano quasi quanto lui.
Napoleone indossava una pesante giacca di fustagno grigia appaiata a pantaloni dello stesso tessuto e colore, con una camicia color crema e un non troppo elegante paio di stivali di pelle.
Per quanto fosse emozionato all’idea di incontrare suo figlio, che era appena arrivato in visita con moglie e bambini, non riusciva a scrollarsi di dosso un certo nervoso dovuto al sogno che aveva appena fatto.
Pensavo di aver finito di sognarla… poco importa.
All’ingresso della villa, Napoleone trovò con sollievo che il figlio e la nuora si stavano già occupando di istruire la servitù sulle particolarità di ogni membro della famiglia e di come avrebbero voluto soggiornare, senza dover passare da lui o dal maggiordomo.
Finalmente hanno capito che non bisogna disturbare gli anziani con queste piccolezze.
I due giovani inglesi che stavano di guardia al portone, Lewis e Taylor, rilassarono il viso non appena incrociarono lo sguardo di Napoleone: erano tra quelli che più avevano legato con lui e avevano paura di perderne la confidenza una volta di fronte alla sua famiglia, ma il sorriso e l’occhiolino del loro improbabile amico li rassicurarono completamente.

Napoleone non aveva nemmeno finito di salutare suo figlio, un uomo robusto e solare che si avvicinava alla mezz’età, quando sentì una vocetta stridula chiamarlo dal giardino.
“Nonno! Sono venuto a trovarti!”, gridava Jaques Bonaparte, che con i suoi sei anni e mezzo era il più giovane della famiglia.
Napoleone uscì all’aperto che già sorrideva come non gli capitava da settimane.
Era sempre stato difficile per lui andare d’accordo con i bambini, anzi, come certi uomini che hanno fatto la vita militare spesso non li sopportava proprio.
Tuttavia, era segretamente affascinato dai loro giochi e dal loro sguardo sul mondo, così povero di quelle informazioni che si imparano crescendo e per questo colmato da fantasia infinita.
Il piccolo Jaques, poi, era un piccolo despota lentigginoso che catturava come per incanto tutto l’affetto di suo nonno.
Anche se Napoleone praticamente non riusciva più a chinarsi, fece un sacrificio per abbracciare il nipote.
Si sta facendo davvero un bel bimbetto, guarda come mi somiglia!
“Allora, Jaques, hai fatto buon viaggio?”, chiese.
“No! La nave era scomodissima e il cibo era cattivissimo!”, strillò impertinente il bambino.
“Ma che dici mai! Mi sono assicurato di persona che fosse tutto il più confortevole possibile per voi”, rispose Napoleone con una punta di stizza.
Quegli inglesi mi sentiranno.
“E invece era tutto scomodo. La mamma non mi ha nemmeno lasciato portare i giocattoli. Qui hai dei giocattoli per me, vero? Vero, nonno?”, chiese Jaques saltellando.
Questa poi!
“Non credo proprio di avere dei giocattoli per te. A cosa giochi?”
“Alla guerra! Ho cinque soldati di latta e una spada di legno con cui gioco tutti i giorni!”
“Qui abbiamo solo soldati veri!” rise Napoleone, “Ma con loro è meglio non giocare, sai, sono inglesi”, disse poi con finto tono grave e un accenno di sorriso.
Anche Jaques si fece tutto serio.
“Mi farei mandare alla forca prima di giocare con degli inglesi”.
“Vedrai che alcuni di loro riusciranno a starti simpatici tanto quanto certi francesi sono insopportabili”.
Il bambino non lo ascoltò e tornò al molto più impellente problema di come divertirsi durante la sua villeggiatura a Sant’Elena.
“Almeno un’altalena ce l’hai, nonno? È pieno di alberi qua!”, esclamò guardandosi attorno.
Era vero: la villa in cui riposava Napoleone, oltre il giardino e la strada per raggiungerlo, era circondata da un bosco fitto ma tranquillo.
È pieno di alberi…
“Non ho un’altalena, Jaques. Mi dispiace”.
“Allora me la costruisci? Dai, nonno! Costruiscimi un’altalena!”
Ora Jaques saltellava di nuovo, con le mani protese verso il viso di Napoleone.
Ma questo bimbo è davvero una peste! Una richiesta dietro l’altra, a un uomo anziano come me, poi. Questi sono lavori da servi. Sono lavori da servi. Una passeggiata nel bosco però potrebbe…
“Nonno! Allora?”, strillò di nuovo Jaques, interrompendo i pensieri in cui il vecchio si stava perdendo.
“Va bene!” sbottò Napoleone, “Avrai la tua altalena. Prima però andiamo a prendere il tè: non ho ancora salutato bene i tuoi genitori. Più tardi andrò a costruirti un’altalena”.

Davanti al tè, Napoleone poté toccare con mano quanto poco era sempre andato d’accordo con suo figlio e se ne dispiacque molto.
A modo suo amava la sua famiglia e, in più, l’esilio gli aveva fatto realizzare che non sarebbe stato ricordato come un padre presente o amorevole, ma solo come il più grande imperatore e condottiero di tutti i tempi.
In quell’ora scarsa che passarono insieme, cercò maldestramente di colmare questa mancanza con sorrisi e complimenti che a tratti avevano del viscido e che per lo più lasciarono suo figlio interdetto e incapace di rispondere.
Per due volte, poi, cadde nelle vecchie abitudini di redarguirlo per la postura e per come mangiava, pentendosene subito dopo.
Tuttavia, non si occupò di questi pensieri e dispiaceri che con una frazione delle sue energie.
Infatti, tra un sorso di tè e un altro pasticcino, continuava a rimuginare sull’altalena che avrebbe costruito per Jaques. Pensava a quale albero l’avrebbe fissata e che qualunque avrebbe scelto, avrebbe dovuto essere assolutamente perfetto.
Napoleone in cuor suo intuiva come mai la sua personalità si era tanto ammorbidita e variegata negli ultimi tempi dell’esilio, ma non sarebbe mai riuscito ad ammetterlo a nessuno, nemmeno a sé stesso.
Dunque, lasciava che si pensasse – e si lasciava pensare – che fosse davvero tutto dovuto alla perdita dei suoi poteri e della sua influenza.
Ma dentro sapeva che quegli strani movimenti avevano a che fare con una sequenza davvero peculiare di tre sogni, riguardanti tre alberi.
“I sogni sono perdite di tempo per finti maghi e selvaggi”, era solito dire da giovane.
Non si sentiva troppo a suo agio a dar ragione alle idee più mistiche.
La richiesta del piccolo Jaques, però, lo stava ossessionando in modo decisamente inusuale: per quanto amasse il nipotino, era sempre stato ferreo sul fatto che dare ai bambini quello che vogliono senza esitazione fosse straordinariamente diseducativo e, per quanto non fosse abituato ad avere granché rispetto dei suoi stessi sogni, l’idea di immergersi tra la vegetazione e stare in mezzo agli alberi si era impadronita di lui.

Finito di prendere il tè, Napoleone si fece portare una lunga corda e una trave.
Una volta tagliato e fissato tutto in modo da avere un’altalena da trascinarsi dietro, partì da solo per il bosco.
La servitù e i soldati furono un po’ restii a lasciarlo andare, ma si fecero convincere.
Napoleone non si era ancora mai avventurato tra la vegetazione dell’isola, ma si trovò sufficientemente a proprio agio.
L’albero per Jaques deve essere perfetto. Nessuna scusa.
Nella prima ora di ricerca non riuscì mai ad accontentarsi.
Questo albero era troppo piccolo, quell’altro stava in fondo a una depressione e il terreno si sarebbe infangato troppo in caso di pioggia.
Intanto, però, si ricordò del primo dei tre sogni che aveva fatto e si permise di riflettervi su più seriamente.
Gli era arrivato due mesi dopo essere sbarcato sull’isola.
Aveva sognato di essere di nuovo bambino e di correre in uno sterminato campo d’orzo.
Sua madre lo raggiungeva, lo prendeva in braccio e lo portava al cospetto di un albero gigantesco, più alto delle nuvole. A malapena si poteva scorgere la sua chioma dorata.
Le foglie non erano autunnali, erano proprio fatte d’oro.
Senza proferire parola, la madre lo indicava e poi gli indicava l’albero.
“Sono io?”, le chiedeva allora lui, ma lei scuoteva la testa.
Al suo risveglio, Napoleone si era sentito molto spaesato e non si ricordò del sogno finché non andò a dormire la notte dopo.
Ora che si trovava nel bosco e rifletteva sulla propria infanzia e l’infinito potenziale che l’aveva caratterizzata, era sicuro che il suo lato bambino non fosse mai davvero morto; anzi, era stato certamente determinante nel far emergere la placida affabilità e la scherzosità che nessuno si sarebbe mai aspettato da lui sull’isola.
Un po’ di quella nuova, più leggera personalità gli avrebbe sicuramente fatto comodo in quel pomeriggio in cui la ricerca dell’albero perfetto per l’altalena di Jaques iniziava già a sembrare interminabile.
Ma se questo albero è troppo alto e quell’altro ha i rami secchi, cosa ne posso? Un Bonaparte non si dondolerà da un albero qualunque!
Dopo un’altra mezz’ora di vagare a vuoto, Napoleone si trovò di fronte a uno splendido tiglio, non troppo alto o basso, bello e dall’aspetto robusto.
Eccoti qua, ti ho trovato!
Prese l’altalena per la trave e, con un vigore che ormai mostrava molto di rado, la lanciò oltre un ramo tra i più bassi e robusti, così da appenderla.
Con sua grande soddisfazione, ci riuscì al primo tentativo.
Tuttavia, quando Napoleone si avvicinò per legare bene le corde, il ramo si spezzò in più parti, rivelando un’anima nera, umida e marcia.
No, non può essere.
L’imperatore si mise freneticamente a staccare la corteccia dal tiglio e, con grande orrore, trovò lo stesso legno in decomposizione del ramo.
Evidentemente le foglie erano rimaste verdi perché stavano succhiando l’ultima parvenza di vita da quel tronco oramai andato.
Napoleone sferrò un pugno al tiglio e cacciò una colorita serie di imprecazioni in francese.
La foga, poi, ebbe la meglio di lui: un dolore lancinante allo stomaco, come se fosse stato trafitto, lo mise a sedere.
Sconcertati dalla scena, Lewis e Taylor, che lo avevano seguito fino a lì in segreto, saltarono fuori dal cespuglio da cui stavano spiando.
“Eccellenza! Che vi succede?”, chiese Lewis preoccupato mentre Taylor porgeva la sua borraccia a Napoleone.
“Cosa ci fate qui voi due?”, sbraitò il vecchio prima di accettare l’acqua e di berne qualche sorso.
“Vogliate perdonarci, Eccellenza, ma non potevamo davvero lasciarvi andare da solo. Potrebbe succederle qualsiasi cosa e noi… Eccellenza, non ce lo saremmo mai perdonato”, disse Taylor.
Napoleone sospirò.
Sono dei bravi ragazzi.

“Tenevo molto a fare tutto da solo… per Jaques, s’intenda. Ma mi sa che avete ragione, sono un po’ troppo vecchio e malandato per vagare nei boschi senza qualcuno che mi dia una mano”, disse con un leggero sorriso ironico.
“Non dite così, Eccellenza, voi avete ancora la forza di un uomo in piene facoltà! Un bosco sconosciuto è insidioso per chiunque!”, esclamò Taylor.
Davvero dei bravi ragazzi.
“Va bene. Volete continuare questa piccola avventura con me?”, chiese Napoleone.
Lewis e Taylor annuirono solennemente, come bambini.
“Allora aiutatemi ad alzarmi e prendete l’altalena”.
I due inglesi eseguirono con gioia.

Mentre gli uomini camminavano tutti e tre assieme al passo di Napoleone, la conversazione arrivò molto velocemente al tema della guerra.
Lewis e Taylor erano veterani di due battaglie ciascuno e ancora non sapevano bene come sentirsi a riguardo.
Riconoscevano entrambi di essere disgustati dall’incredibile violenza che avevano visto, dall’inconfondibile suono della morte, dagli scoppi, dall’orribile odore di sangue bruciato mescolato a feci e fango che permeava un campo di battaglia alla fine dello scontro.
“E poi, a volte, mi sembra di essermi portato dietro una strana irrequietezza”, disse Taylor.
“So di cosa parli. È il nostro segreto peggiore. È la voglia di tornare”, sentenziò Lewis.
“Non esserne così sicuro. Molti veterani in pensione la vivono come una gabbia per i tempi di pace, un’incapacità di fare una vita normale. Non so quale sia la verità, ma tu non esserne così sicuro, Lewis”, replicò Napoleone.
Il giovane soldato annuì grattandosi il mento.
“Voi l’avete? Questa irrequietezza, intendo”, chiese Taylor.
“Mi è capitato. All’Elba ero come impazzito. Io l’ho sempre provata come una schietta voglia di tornare, tra l’altro. Ora che sono vecchio e che sono qua, però, non la sento più. Sono tranquillo”.
Senza farsi vedere da Napoleone, i due inglesi lo guardarono con grande ammirazione.
“Sapete, mio nipote gioca alla guerra”, disse poi l’imperatore.
“Ah, sì? Come ci gioca?”, incalzò Lewis interessato.
“Ah, non ne ho idea!” rise Napoleone, “Mi ha detto che ha dei soldati di latta e una spada di legno, ne è così entusiasta. Mah. Voi due giocavate alla guerra quand’eravate bambini?”
“Io sì,” rispose Lewis, “da piccolo mi piaceva molto, anche se pensavo che sarei diventato un burocrate come mio padre”.
Il soldato si fece un attimo pensieroso prima di procedere col discorso.
“Con i miei amici facevamo una cosa strana, mentre giocavamo. Fingevamo di combattere contro infiniti nemici immaginari e di essere eroici guerrieri. Ogni chissà quanti minuti di gioco, però, uno di noi, praticamente a rotazione, fingeva di essere colpito dal nemico e stramazzare”.
“Buffo, facevo esattamente la stessa cosa anche io”, disse Taylor.
“Ma non finiva lì,” continuò Lewis, “il caduto tra noi rimaneva a terra per un po’ e poi, per simulare un grande gesto eroico, si rialzava come se fosse per miracolo sfuggito alla morte, anche se nel gioco aveva preso una cannonata!”
Tutti e tre scoppiarono a ridere fragorosamente, poi Napoleone si fece di nuovo serio.
“Davvero curioso. Io non credo di aver mai giocato alla guerra, ci credete? Lottavo molto con mio padre e gli altri bambini, ma non ho mai giocato a fare la guerra. Poi, passa qualche decennio e i bambini si divertono a fingere di essere presi dai cannoni. E non lo sanno, come potrebbero?”, disse.
“Cosa non sanno, Eccellenza?”, chiese Taylor ancora ridacchiando.
“Non sanno cosa succede a un uomo quando è colpito da una cannonata”, si intromise cupo Lewis.
Il suo commilitone capì subito e anche il suo volto si indurì.
“Già”, mormorò.
“Svanisce nel nulla e al suo posto rimane quella nebbia rossa, così calda e appiccicosa, che schizza ovunque. A volte penso che l’aria dell’inferno sia fatta di quello”, disse Napoleone.
Strano. Non avevo mai detto questa cosa a nessuno.
I due soldati non risposero se non con il silenzio.
I loro volti rivelavano le atrocità che stavano ricordando.
“Ho sognato la guerra qualche mese fa”, aggiunse poi l’imperatore, un po’ perché sentiva uno strano bisogno di rivelarsi, un po’ per risvegliare i suoi amici dalle loro memorie.
“Purtroppo a me succede molto spesso”, mormorò Lewis.
“Rischi del mestiere, ragazzo. Per non dire garanzie. Vorrei raccontarvi il sogno, comunque”.
Taylor, che amava fare attenzione al mondo onirico, acconsentì con entusiasmo.
Lewis invece aveva un rapporto più conflittuale con i sogni, ma non avrebbe comunque mai detto di no.
“Stavo combattendo la battaglia di Austerlitz, il mio più grande successo militare. Mi trovavo in una tenda a coordinare gli sforzi, mentre fuori c’era un putiferio di spari, esplosioni e grida. Dopo aver finito di dare ordini di ogni tipo agli ufficiali, mi sentivo come attirato a uscire a vedere lo scontro. Appena fuori dalla tenda, però, mi trovavo davanti a un albero dall’aspetto quasi alieno: il tronco, lungo e stretto, era di un innaturale color ocra e terminava in una punta. Le foglie che pendevano dai pochi rami erano cremisi, carnose e profumate come petali di rosa. Seduta appoggiata al tronco c’era mia moglie, ancora giovane, che indossava un vestito bianco. Un serpente si avvicinava minaccioso verso di lei e io provavo ad avvertirla, ma lei aggrottava le sopracciglia. ‘Lo sai che siamo a Waterloo, vero?’, mi chiedeva. Nel momento in cui le dicevo di sì, mi sono svegliato preso da una rabbia antica, propria di quando ero giovane e stavo conquistando il mondo. Sono stato nervoso e inavvicinabile per giorni”, concluse Napoleone con una risatina.
“Davvero interessante, Eccellenza. Che significato avete dato alla visione di un albero così poco ordinario?”, chiese Taylor.
“Non saprei. Mi ha sempre infastidito l’idea che i sogni possano avere questo o quel significato, quindi non ho mai imparato a leggerli. L’ho sempre chiamata roba da sciamani. Di questi tempi, però, non posso negare che hanno un certo effetto su di me”, rispose Napoleone.
Taylor si prese qualche secondo per pensare.
“È come se il sogno vi avesse riportato per un breve periodo a un tempo della vostra vita in cui esisteva davvero solo il conflitto… e a come quel grande capitolo sia stato chiuso così bruscamente a Waterloo”, disse poi.
Waterloo. Hai perso, Bonaparte.
Lewis, che era ammutolito sentendo il racconto dell’imperatore, lanciò al suo commilitone uno sguardo impaurito e sgomento, come d’avvertimento.
A Napoleone non piaceva mai che qualcun altro parlasse della sua più grande sconfitta, a malapena concedeva a sé stesso di farlo.
Effettivamente, i due inglesi lo videro stringere i pugni e la mascella e temettero un’esplosione.
Molla la presa. Non ne vale davvero più la pena.
Con grande sollievo di Lewis e Taylor, Napoleone si distese e forzò un sorriso che subito dopo gli rimase sul viso con naturalezza.
“Potresti avere ragione, Taylor. Ora non stiamo troppo a pensare a queste cose, però. Ho un’altalena da costruire!”, esclamò.

I tre uomini continuarono il cammino nel bosco mentre Napoleone snocciolava aneddoti sulla sua corte imperiale che ora facevano sbellicare Lewis e Taylor, ora li lasciavano senza parole.
Intanto, l’imperatore continuava ad essere tremendamente indeciso riguardo l’albero su cui avrebbe costruito l’altalena.
Siamo pure andati troppo avanti nella vegetazione, Jaques non impiegherà mai mezza giornata per andare e tornare. Cosa diamine sto facendo? Il dolore allo stomaco non è nemmeno andato via.
Napoleone stava per arrendersi a questi pensieri e rimandare tutto al giorno dopo. Magari si sarebbe anche portato dietro il nipotino.
Sì, perché no?
“Eccellenza, guardate!”, esclamò invece Taylor.
Il soldato stava indicando una piccola radura alla loro sinistra, in mezzo alla quale torreggiava un noce meraviglioso.
Emozionato, Napoleone si avvicinò all’albero a passo accelerato.
Devo controllare che non sia tutta una grande bugia come il tiglio.
Una veloce ispezione confermò che il noce era in perfetta salute.
I soldati si offrirono di montare l’altalena, ma Napoleone insistette per fare da solo.
Tutti e tre chiacchieravano di buonumore mentre l’imperatore si apprestava a stringere i nodi, dando le spalle agli altri due.
“Il ragazzino sarà contentissimo”, disse Taylor.
“E non ci sarà nemmeno bisogno di sgomberare la vegetazione, ci ha già pensato l’albero!”, esclamò Lewis.
Sentite queste parole, Napoleone mollò le corde e il capo gli crollò sul petto.
“Eccellenza? State di nuovo male?”, chiese Lewis.
Ci ha già pensato l’albero.
“Eccellenza?”
Il vecchio imperatore sentiva come lontanissime le voci dei suoi amici inglesi.
Sapeva che lo stavano chiamando, ma per un momento lungo chissà quanto non avrebbe saputo dire perché.
Lo stomaco gli faceva sempre male e la testa gli girava.
Si rese conto di essere sui gomiti e le ginocchia di fronte al tronco del noce.
Non aveva idea di quanto tempo fosse passato.
Piangeva e urlava disperatamente.
“Riprendetevi, vi prego!”, gli gridò Lewis vicino all’orecchio.
Napoleone finalmente si riebbe abbastanza da mettersi seduto.
Davanti a lui, i suoi amici lo fissavano sconcertati.
Provò ad asciugarsi il volto con un fazzoletto, ma le lacrime continuavano a cadere.
“È un parassita”, disse con voce rotta.
I due soldati si guardarono preoccupati.
“Cosa intendete, Eccellenza?”, chiese Taylor.
Napoleone ancora singhiozzava ancora un po’ troppo per parlare.
“L’albero… è un parassita. Sembra perfetto, proprio come il tiglio di prima. Ma è un parassita. Niente può vivergli vicino. Ruba il nutrimento a decine, magari centinaia di piante che potrebbero vivere dove c’è la sua radura. È l’albero peggiore che abbiamo visto finora. Toglietemelo da davanti”, riuscì poi a dire.
“Va bene, continuiamo a cercare”, rispose Lewis, ma il volto di Napoleone si era fatto altero e duro come la pietra.
“No. Sulla mia isola non ammetto parassiti. Abbattetelo”, sentenziò.
“Eccellenza… non abbiamo niente di quello che ci servirebbe per buttare giù un alberello di un mese, men che mai un noce come questo!”, esclamò Taylor.
Il vecchio imperatore scattò in piedi, ignorando gli acciacchi e una poderosa fitta allo stomaco.
Sembrava febbricitante.
“Allora bruciatelo! Fate sparire questa schifosa feccia dalla mia isola!”, ordinò con la bava alla bocca.
Lewis si avvicinò a lui e gli mise una mano sulla spalla, guardandolo con occhi diversi dal solito, molto più simili a quando era appena sbarcato a Sant’Elena.
“Non appiccheremo nessun fuoco”, disse a Napoleone, che di tutta risposta provò a rifilargli un pugno sui denti.
Il giovane soldato lo bloccò senza sforzo.
“Mi rincresce dovervelo dire così e per la prima volta da quando ci conosciamo, ma non siamo ai vostri ordini. Siamo qui per ricordarvi che siete stato esiliato dal continente e che non farete mai più ritorno”.
Taylor, poco più dietro, era visibilmente a disagio.
A Napoleone girò di nuovo la testa e si dovette risedere ai piedi dell’albero.
I suoi amici si unirono a lui.
“Nonostante questo avete, da parte mia, un tale affetto e una tale simpatia che non saprò come spiegarlo ai miei conterranei. Vi prego, ditemi cosa vi prende”, continuò Lewis, completamente raddolcito dopo aver dovuto mettere al suo posto il suo anziano e improbabile amico.
“Maledizione. Pensavo davvero che fosse finita”, piagnucolò Napoleone.
“A cosa vi riferite?”, chiese Taylor.
“La rabbia. Quella rabbia terribile che mi ha accompagnato per tutta la vita, che mi ha dato tutto quello che ho. Credevo di aver smesso di dover odiare, e invece guardatemi. Urlo e sbraito contro gli alberi come un vecchio imbecille”.
“Cosa succeda a un uomo quando procede nella vita non lo posso sapere, Eccellenza, ma temo che certe cose non possano davvero finire. Giusto prima ci diceva che qualche mese fa era stato intrattabile per giorni. Credo anche di ricordarmelo, peraltro”, disse Lewis.
“Non capisci. Ero davvero cambiato, o almeno ne ero certo. Ho fatto un sogno meraviglioso una settimana dopo quello che vi ho raccontato. È stato lì che ho trovato la calma e un po’ di gioia di vivere. Temo che sia solo grazie a quel sogno se riesco a fraternizzare con persone come voi”, ribatté Napoleone.
Taylor fu preso dall’emozione e implorò l’imperatore di dire loro cosa aveva sognato.
“Vi prego, raccontatecelo!”, squittiva.
“Va bene. Come vi avevo detto, aver rivissuto la guerra per una notte mi aveva imputridito l’umore. Ma poi mi è arrivata una visione di una bellezza sconcertante. Ho sognato di essere vecchissimo, decrepito, molto più di quanto non sia già. Per muovermi dovevo aiutarmi con un bastone, salivo a fatica su per una collina. Arrivato in cima, davanti a me trovavo la più meravigliosa e complessa scena biblica, tutta incentrata sull’albero della conoscenza del bene e del male. Un melo stupendo, alto e rigoglioso. Su un ramo di sinistra un serpente pendeva verso Eva e le parlava, ma lei non era spaventata né si lasciava convincere dalle sue lusinghe. A destra, invece, un uccellino blu cinguettava per Adamo, che ascoltava con attenzione. Intuivo che dietro il tronco i due sposi si tenevano segretamente la mano. Il sole e la luna condividevano l’illimitato spazio del cielo. Io me ne stavo lì e contemplavo la bellezza eterea di quell’immagine. Al mio risveglio, ero preso da una tale commozione che in cuor mio quasi pensavo che sarei morto lì. Da quel giorno la servitù e alcuni di voi inglesi avete avuto, come per magia, il mio affetto e la mia simpatia. Ho davvero creduto di essere cambiato per sempre. Guarito dall’odio, addirittura”, dichiarò l’imperatore ai due giovani uomini, che lo avevano ascoltato in religioso silenzio.
Effettivamente, era tutto vero.
Da quando si era svegliato quella mattina, tutti sull’isola avevano avuto modo di conoscere quello strano nuovo Napoleone, ancora assertivo e deciso ai limiti delle umane possibilità, ma adesso anche affabile, simpatico, a tratti addirittura scherzoso.
Nella radura era finalmente tornata la pace, ora che il vecchio si era tolto quel peso.
È l’effetto che fa parlare dopo tanto tempo di cosa si è trattenuto nella testa.
Il volto di Taylor era rigato da un fiume di lacrime, investito dalla meraviglia di quanto aveva visto in sogno Napoleone.
Fu Lewis a parlare.
“Eccellenza, di sogni non mi interesso e li capisco ben poco, come voi. Tuttavia, dubito che abbiate visto un segno che foste cambiato per sempre. Credo piuttosto che abbiate visto… tutto. Perdonatemi, ma non so come dirlo meglio. Uomo e donna, volatile e serpente, sole e luna, mi spiego? E tutto vuol dire completezza. Potreste davvero dire di essere voi senza il fuoco che vi ha sempre bruciato dentro? Il vostro sogno è prezioso, su questo non ci piove. Come le dicevo prima, nessuno mi crederà quando tornerò a casa e racconterò della persona che ho conosciuto in voi. Ma vi prego, non fate l’errore di credere in questa strana, irraggiungibile santità. Siete troppo saggio per cose del genere”, disse.
“Sì! Sì! Ben detto, Lewis! Eccellenza, non avrei saputo dirlo meglio!”, esclamò Taylor.
Napoleone fu molto colpito dalle parole e dall’affetto dei due soldati.
Davvero due bravi ragazzi.
“Vi ringrazio molto per essermi stati vicini tutto il giorno. Il sole è quasi completamente calato, non c’è più rosso in cielo. Che ne dite se torniamo indietro? So cosa fare con l’altalena di quella piccola peste che è mio nipote”.
I tre uomini si alzarono, slegarono le corde dal noce e si avviarono verso la villa.

Gli umori del gruppo erano completamente guariti, se non addirittura migliorati rispetto alle ore precedenti.
Napoleone sorrideva e chiacchierava amabilmente, stringendosi con la mano il punto dello stomaco che ancora gli faceva male.
Tuttavia, non riusciva proprio a preoccuparsene.
Erano quasi arrivati ai margini del bosco quando superarono un giovanissimo alberello, non più alto di un metro e mezzo.
Nessuno dei tre sapeva cosa fosse.
“Fermatevi un attimo, devo ancora montare questa trappola per monelli!”, rise l’imperatore.
Lewis e Taylor, confusi, lo guardarono appoggiare le corde con la trave tra un ramo e il sottile tronco dell’alberello.
“So già cosa state per dire. L’albero perfetto non esiste o, almeno, non è su questa dannata isola. Jaques aspetterà, col tempo l’albero crescerà e l’altalena gli rimarrà appesa. Anche lui crescerà. Sarà molto bello vedere un po’ questo processo, ora che il mio volge alla fine. Non credete?”, chiese Napoleone con un occhiolino.
I due inglesi si trovarono d’accordo e risero pensando alla sfuriata che avrebbe fatto l’indomani il piccolo Bonaparte, una volta scoperto che avrebbe dovuto attendere chissà quanti anni per dondolarsi da quell’altalena.

Arrivati davanti all’ingresso della villa, Napoleone volle sedersi e riposare qualche minuto ancora all’aperto, sul patio, prima di entrare e cenare con la sua famiglia.
Salutò con una calorosa stretta di mano Lewis e Taylor, ancora ringraziandoli di cuore per tutto quello che avevano fatto per lui.
“Non sarebbe stato possibile portare a termine la mia piccola missione senza il vostro aiuto, ragazzi. Sarei stato orgoglioso di avervi nel mio esercito”, disse loro.
Commossi, i due inglesi si congedarono e andarono a riunirsi ai loro commilitoni.
Non stavano nella pelle di raccontare agli altri la giornata che avevano passato.
Napoleone si sedette sulla comoda sedia che era solito usare e, senza farlo apposta, si addormentò profondamente.
Sognò di essere nel fiore degli anni nel senso più astratto del termine: aveva tutte le migliori qualità di un bambino, di un ventenne, di un uomo di mezz’età e di un anziano, era una composita versione migliore di sé stesso.
Davanti a lui c’era una bella quercia, robusta e, nel suo essere quercia, normalissima.
Sapeva di stare sognando.
Gli era anche chiaro che, se mai avesse voluto svegliarsi, avrebbe dovuto fare qualcosa.
Allora si inginocchiò di fronte all’albero e pregò inneggiando alla vita.

Al suo risveglio, Napoleone si sentiva perfettamente pacifico e riposato.
Ancora accusava qualcosa allo stomaco, ma non più di un gorgoglio sordo.
Era notte fonda.
Nell’aria c’era un forte odore di tabacco.
“Ah, cazzo. Ti ho svegliato”, disse una voce roca.
A parlare era stato James Lennox, il sergente inglese con cui l’imperatore aveva legato moltissimo a Sant’Elena.
Era un uomo duro e severo che si avvicinava ai sessant’anni, forgiato da un’intensissima vita militare.
Sedeva anche lui sul patio, in mezzo a loro c’era un tavolino con una bottiglia di vino francese e due calici.
Aveva appena acceso un grosso sigaro.
Napoleone e Lennox erano soliti parlare proprio la notte, proprio su quel patio, quando nessuno dei due riusciva a dormire.
Fra i due era decaduto quasi immediatamente ogni tipo di formalità, si erano trovati come possono solo gli amanti e certi rari amici.
“Che ore sono?”, chiese l’imperatore, che si accorse di avere una coperta leggera sulle ginocchia.
“Mezzanotte e mezzo. Dormivi come un pupetto, nessuno si è sentito di svegliarti. I ragazzi dicono che hai dato di matto con degli alberi”, rispose Lennox.
Napoleone rise, stappò la bottiglia di vino e riempì i calici.
“Ahimè, è vero. Chi mi rispetterà più adesso?”, disse con tono ironico.
“Vuoi raccontarmi cosa ti è preso?”, incalzò l’altro.
“Farei fatica a spiegarti bene. Quello che posso dirti è che la richiesta di Jaques mi ha preso in modo davvero strano. Mi ha ossessionato tutto il giorno, anche prima di entrare nel bosco”.
“Vuoi vedere che ha a che fare con quegli alberi che avevi sognato?”
“Molto arguto, James. Credo proprio di sì. Infatti, li ho ricordati tutti e tre nell’arco della giornata. È sicuramente quello”.
“Te l’avevo detto che i sogni sono importanti. Ora come stai?”
“Meglio. Molto meglio”.
“Finalmente!”, esclamò James Lennox alzando il calice.
I due brindarono gioiosi guardandosi negli occhi, poi volsero lo sguardo verso la luna e le stelle.
Napoleone chiese anche qualche tiro dal sigaro del sergente.
“Sai, mi sa che tiro e spingo un po’ troppo in questa vita”, disse Napoleone dopo aver buttato fuori il fumo.
Lennox si dovette trattenere dal ridere troppo forte e svegliare tutti nella villa.
“Questo è l’eufemismo del millennio, mio caro. Cosa te l’ha fatto capire?”
“Rischiare di frantumarmi le nocche contro un tiglio alla mia età è stato un segnale abbastanza chiaro”.
“E l’esilio in mezzo all’Atlantico cos’era per te?”
“Una breve e meritata villeggiatura prima di tornare e riprendermi tutto”, scherzò il vecchio.
“Sei davvero scemo. Quindi è stata davvero una giornatina, eh?”
“Non hai idea. Ma tu, invece? Come stai?”
Lennox si incupì leggermente.
“Come sto sempre. Per me oggi era solo un giovedì. Ho svolto le mie mansioni e mi sono fatto gli affari miei, per quanto potevo”.
“Sei stato da solo tutto il giorno, vero?”, chiese l’imperatore, a cui la voce iniziava ad affievolirsi, indebolita forse dal fumo e dal vino.
“Sì”, rispose secco l’altro.
“Mi dispiace. Non credo che saprò mai cosa si provi”.
“In che senso?”
Napoleone bevve un lungo sorso di vino e si aggiustò la coperta.
“Lo sai, James. Mio figlio”.
“Ah. Certo”.
“Mio figlio è qui, praticamente in vacanza. È vivo, mentre il tuo è morto per fermarmi. E tu sei qui a brindare con me. Vuoi sapere una cosa?”.
Una singola, grossa lacrima cadde dall’occhio di James Lennox.
“Dimmi”.
“Sei un uomo cento volte più grande di quanto io sia mai stato. E che io ti abbia detto questo, non ti crederà mai nessuno”.
Dopo aver pronunciato queste parole al suo amico, Napoleone si girò di nuovo verso il cielo e, esalato l’ultimo respiro, un’espressione serena si fermò sul suo volto.
James Lennox, ora da solo, pianse suo figlio in silenzio per qualche lungo minuto.
Poi finì il sigaro e la bottiglia di vino con calma, prima di entrare e avvertire gli altri che presto sarebbero tornati a casa.