Nell’appartamento sopra al mio vive una giovane famiglia.
Hanno una bambina che non può avere più di sei anni e, nel tempo trascorso tra l’acquisto di casa mia e la fine dei lavori, ha fatto la sua comparsa un neonato.
Nel condominio in cui vivo le pareti sono molto spesse e ben insonorizzate, mentre i soffitti sembrano fatti di legno cavo.
Tutti i giorni sento questi bambini, il neonato ultimamente sta piangendo parecchio – credo che stia mettendo i dentini, o forse ha le coliche – e la bimba gioca liberamente per casa.
Sento i tonfi dei suoi passetti sgraziati, lo scorrere incessante di qualche tipo di biglia o macchinina, un po’ di vociare tra lei e i genitori.
Nel fine settimana mi sveglia lei, la sua stanza è direttamente sopra alla mia.
È la prima volta nella mia vita che ho dei vicini così vitali e ne sono felicissimo.
I bambini mi piacciono molto, trovo un certo piacere romantico a sentire la vita che va avanti. Mi riempie di speranza.
Io conduco una vita molto solitaria, spesso danzo sul limite della reclusione.
Nell’ultimo anno questo lato di me ha piano piano preso più spazio.
Socializzare tende a costarmi una grande fatica.
Per esempio, ho recentemente ricominciato l’università e non ho ancora davvero attaccato bottone con nessuno.
Qualunque scusa è buona per non farlo.
“Se parlassi con questo sarebbe solo perché spero che conosca altre persone e che eventualmente socializzare con loro possa farmi conoscere una donna e, visto che starei solo usando queste persone per procurarmi delle donne, sono cattivo e non posso attaccare bottone”, per esempio, è una cosa che mi sono davvero raccontato nelle prime due settimane di lezione.
Come se fossi in grado di fare questa cosa che si chiama “attaccare bottone”, peraltro.
A volte mi chiedo se io l’abbia mai fatto in vita mia.
Se provo a pensarci, credo che tutti i miei rapporti più significativi siano iniziati in primissimo luogo con una mia partecipazione del tutto – o quasi – passiva.
Mi è praticamente impossibile approcciare chiunque per primo.
Spero che si inizi a vedere quanto questa solitudine sia autoimposta.
Su quale base, infatti, trovo impossibile per me parlare con uno sconosciuto a scopo puramente sociale?
Di fatto, quando mi trovo di fronte a qualcuno a cui per un motivo qualsiasi voglio piacere, decade qualsiasi buona opinione di me io possa avere.
La mia rappresentazione di me corre nella direzione del nulla siderale.
Di rimando, la mia rappresentazione del mondo lo trasforma in un luogo in cui tutte le più semplici regole sociali, per esempio quella che si può parlare con le persone ed è così che le si conoscono, non si applicano a me. Anzi, si applica tutto il contrario.
Io quindi non posso attaccare questo dannato bottone, non posso offrire niente a una donna, non posso neanche pensare di meritare di essere amato o accettato, men che mai posso permettermi di rifiutare qualcuno.
Oggi sento questo problema come non mi capitava da sei anni.
È stato un anno molto lungo.
Ho avuto una spaventosa emorragia di affetti, tra cui la prima vera grande relazione della mia vita, finita in circostanze molto dolorose per entrambi.
Tutt’ora ho il cuore in buona parte spezzato, mi dicono che deve andare così.
Molto raramente so cosa farmene, spesso invece ho molta ansia di riuscire subito ad andare avanti e colmare questo vuoto – magari con un miglior rapporto con me stesso – ma, probabilmente proprio perché sono così agitato, ancora non mi riesce bene.
Fortunatamente, sentire la famiglia al piano di sopra mi aiuta anche con la tristezza dovuta a questo appartamento vuoto, infestato da me.
Dio sa quanto vorrei tornare a toccare il mondo e imparare a toccarlo in tutti i modi che mi sono sempre negato.
Desidero partecipare con ardore a tutto ciò che ho deciso che non mi riguarda.
Voglio ballare, cantare, ridere e scherzare insieme a tutti gli altri. Ogni tanto anche scopare non mi dispiacerebbe.
Ci pensate? Io che partecipo in modo sano e continuativo al mondo del sesso.
Fantascienza.
Pazzia.
È con grande rammarico che vi dico che anche questa rappresentazione è per lo più falsa.
Per carità, è vero che in università sono un palo di legno e che non faccio sesso da un bel po’.
Intanto, però, esco praticamente tutte le sere, ho diversi amici, anche nuovi, che incontro a Torino e altri che sento praticamente ogni giorno.
Soprattutto nelle ultime settimane ho avuto molti ospiti.
Pure mentre scrivo questo strano monologo ho in casa un ballerino colombiano che mi è venuto a trovare per un paio di giorni.
How cool is that?
Canto e fischio per strada mentre cammino, come uno psicopatico.
Tutto il mio quartiere mi ha sentito cantare.
Se sono sbronzo ed è molto tardi ballo pure.
Certo, davanti a me non c’è gente quando lo faccio, ma chissà negli anni quanti mi hanno visto dalla finestra.
Di nuovo, è vero che non faccio mai il primo passo perché sono una principessina, ma poi chiacchiero subito senza troppi problemi. Anzi, rido e scherzo più della maggior parte della gente con cui ho a che fare.
Il punto è che, per quanto io faccia tutte queste cose, non le penso di me.
Il me pensato altalena tra uno zero totale e un alieno, mentre il me reale è una persona piuttosto normale.
Le mie carenze sociali e sessuali sono dovute a problemi reali, ma che sono meno gravi di come mi appaiono quando voglio abbattermi.
Dovrei sicuramente essere meno sostenuto in università e parlare con le persone che, proprio come me che ho trovato passivamente tutti i miei rapporti significativi, spesso e volentieri hanno piacere a fare due chiacchiere.
In più, se proprio stessi per esplodere e avessi bisogno di consumare un rapporto sessuale fine a sé stesso, mi scaricherei un’app o due e mi darei una mossa.
Lo starei già facendo se mi interessasse, ma mi sto ancora leccando certe ferite e quindi non riesco a guardare oltre la solita, spessa coltre di chi mi piace ben più di un pochino.
Con questo non voglio dire che, se volessi, rastrellerei Torino e che dovete chiudere in casa le vostre figlie il giorno che mi sveglio dal mio lungo riposo, ma porca puttana qualcosa farei, eddai. Son mica l’uomo elefante.
Insomma, ho già tutto quello che mi serve per essere normale, ma non lo penso.
Ora sono costretto a chiedermi a cosa mi serva questa forte dissociazione tra atteggiamento e rappresentazione.
C’è una risposta relativamente semplice: voglio torturarmi.
Ho un forte rapporto di godimento con la sofferenza.
Se non prendo un’attiva decisione di benessere, mi affamo di fronte a ogni tipo di appetito umano.
Credo di farlo perché cerco un appagamento il più forte possibile ai miei desideri.
In più, un’attesa sofferente è una sofferenza goduta.
Il corpo gode anche della sofferenza, diceva – tra i vari – Lacan.
Infatti, uno potrebbe pensare che, se ho imparato ad affamarmi in questa maniera, io sia molto paziente, ma non è vero.
È proprio perché sono impaziente e voglio subito il mio contentino, che mi impongo certe attese dolorose.
Proviamo con una risposta più fastidiosa alla domanda: voglio ottenere l’irraggiungibile, cioè un me perfetto e felice per sempre.
Si tratta di un problema che sta alla base di davvero moltissime nevrosi.
Sono semicosciente di un qualcosa, un me a cui devo arrivare e mi arrovello come un pazzo per riuscirci.
L’errore concettuale è enorme: ritengo, mio malgrado, che questo me esista già perenne in una dimensione iperuranica e che ci sia una singola sequenza di decisioni, celate solo a me, che mi porterà a realizzarlo.
Tutto ciò è falso, a partire dalla mia idea che si possa essere perfetti, a continuare con la sicurezza che tutti gli altri sappiano come io debba fare e a finire col mio terrore pazzo di commettere errori pratici o morali di qualsiasi tipo.
Ovviamente non funziona così, io stesso confesso di aver commesso più di una manciata di errori negli ultimi nevroticissimi ventisei anni della mia vita, alcuni addirittura volontariamente, eppure non ho perso i miei più basilari diritti umani e non ho finito di crescere e imparare.
Giuro che so tutte queste cose.
Il problema è che partecipare in modo più integrato al mondo implicherebbe essere ancora più in gioco. Ho già fatto notevoli progressi da quando ho deciso di non sacrificare la mia vita all’altare della presa per il culo, ma devo mangiare ancora parecchia pastasciutta.
E mettersi in gioco, cosa ti rompe?
Ti rompe la speranza di poter diventare davvero completamente completo nella coscienza, perché ti mette in rapporto con le tue mancanze, alcune delle quali incolmabili.
Si possono integrare spaventose quantità di materiale inconscio ma mi sono convinto che, non essendo divinità, non potremo mai sapere tutto di noi né trascendere il rapporto di compensazione tra mondo esteriore e mondo interiore, di cui la nostra esperienza è per definizione limitata.
Separarsi da tutta questa struttura nevrotica e vivere appieno costa un particolare e continuo sacrificio dell’Io che non può essere sottovalutato.
Chissà se aver scritto sta cosa mi tornerà utile.