Stefano Corradi aveva cinquantasette anni e faceva il tassista.
Non era un uomo bello o simpatico in modo che avesse mai colpito qualcuno, né disponeva di talenti o velleità che l’avessero fatto spiccare in qualsiasi disciplina.
Tuttavia, non spariva senza protesta nel sottofondo della società: moltissimi dei suoi passeggeri lo ricordavano fino a un paio di giorni dopo averlo incontrato, certi suoi colleghi cercavano sempre di scambiare qualche parola con lui, era anche stato sposato.
Fatto sta che Stefano era, dalla nascita, contraddistinto da una curiosità decisamente superiore alla media.
Questa avidità di informazioni mal direzionata e caotica, tipica dei bambini, diventò presto un’ideale di vita, una missione.
Il sapere gli avrebbe portato l’unica vera salvezza e tutto il potere che gli era sempre mancato.
Infatti, Stefano avrebbe voluto diventare un uomo importante, pieno di risorse, libero e un pizzico imprevedibile, ma non ne era stato in grado.
In verità non gli mancava nemmeno l’intelligenza, e questo suo puro e innato istinto alla conoscenza avrebbe potuto essere il perfetto compagno di viaggio per fare qualcosa della sua vita.
Il problema di fondo era uno dei più semplici da realizzarsi: il padre di Stefano era un uomo arrabbiato e insicuro, e aveva convinto il figlio di essere uno stupido.
Il vecchio Umberto Corradi, uomo di forte personalità e pragmatico sopra ogni cosa, si era sposato tardi e aveva figliato ancora dopo.
Aveva avuto molte delusioni nella vita, da vari tipi di imprese economiche – poi fallite – in cui si era lanciato, per la precisione ben tre bar e un bar-libreria andati in fumo.
Questo, oltre all’aver messo su famiglia, lo aveva obbligato a soffocare le proprie ambizioni e andare a lavorare in un hotel in centro, dove veniva pagato anche decorosamente, ma per rispondere a un numero interminabile di superiori.
Il suo pragmatismo gli permise, è vero, di svolgere splendidamente quel lavoro fino all’infarto, ma lo aveva condannato a una vita spirituale così da niente che Umberto non comprendeva nemmeno che gli altri potessero averne una. Anzi, ne era tanto spaventato e irritato quanto segretamente – anche da sé stesso – vi anelava.
Immaginerete ora quale effetto potesse avergli fatto trovare nel suo unico figlio un ragazzino che aveva sempre il naso in un libro diverso, senza mai decidersi su cosa lo interessasse davvero! Agli occhi del padre occhi Stefano era completamente incapace di applicarsi a qualsiasi cosa, se non tediare il genitore con le domande più assurde, per di più nei momenti meno appropriati.
Senza contare che questi erano gli unici momenti in cui il piccolo fiatava: se non aveva domande da fare restava zitto, indifferente ai regali come alle frequentissime sgridate del padre.
Umberto si convinse così a rendere Stefano partecipe delle sue opinioni: “Sei un incapace, un buono a nulla. Qualcosa nel cervello non ti funziona, sei uscito male. Giuro che appena sei grande abbastanza ti metto a lavorare”, iniziò a dirgli dalla quarta elementare in poi.
Mantenne la promessa.
Umberto chiese una serie di favori che non poteva permettersi di ricambiare e, quando Stefano fu in età e patentato, gli sbatté davanti una licenza da tassista, di dubbia provenienza ma in piena regola.
Il ragazzo, a quel punto della sua vita già annichilito e convinto della superiore intelligenza del padre, accettò anche quel regalo in silenzio, ferendo profondamente l’orgoglio di Umberto, che si aspettava chissà quali commossi ringraziamenti.
Gli sforzi del padre avevano ottenuto il risultato sperato di piegare Stefano ma, invece che ammazzargli la curiosità, l’avevano trasformata in una segreta ossessione: accumulare abbastanza sapere da potersi scrollare di dosso quei suoi falsi difetti innati.
Era diventata assoluta convinzione del giovane tassista che da qualche parte nel mondo fosse nascosta una singola, incontrovertibile e oggettiva verità, conosciuta solo dai più illuminati.
Stefano era uno stupido, certo, uno che a malapena aveva frequentato l’istituto tecnico a cui l’avevano iscritto perché sapeva che tanto sarebbe rimasto indietro, ma qualcosa in lui gli diceva che la verità era alla sua portata.
Avrebbe comunque dovuto sostentarsi nel frattempo che la cercava, anche per questo accettò di diventare tassista, lavoro che per anni svolse in distaccato silenzio, senza mai dire più dello strettissimo necessario ai passeggeri.
Quando era nei suoi vent’anni, infatti, aveva già da tempo imparato a relegare la curiosità alla vita più intima, dove poteva condurre le sue ricerche senza essere interrotto.
Questo significa che anche l’intero rapporto con Glenda, la donna che aveva sposato, era stato dominato dalla fame di conoscenza di Stefano.
In pratica, quando i due giovani si conobbero lui non capì assolutamente nulla di lei e per questo motivo se ne innamorò perdutamente.
La ragazza, da parte sua, sopportava Stefano e per suo carattere credette che non ci fosse molto altro da desiderare in un amore.
Ci vollero decenni di matrimonio e conoscenza perché lui finalmente comprendesse appieno la natura cinica e passiva della moglie, ma quando avvenne non ebbe nessuna forte reazione negativa, non avvertì nemmeno un dispiacere.
Semplicemente, scoprì che avendola capita non la amava più e le chiese il divorzio più amichevole di cui fossero capaci.
Della perdita di quel sentimento, ai suoi occhi auto inferta ma necessaria, invece si dispiacque molto.
Nel frattempo, comunque, Stefano si era dato da fare.
Con l’avvento di Internet, la sua ricerca della verità l’aveva trascinato nei meandri più insoliti dell’ontologia, abitati regolarmente da personaggi assurdi.
Dall’universo come simulazione nei computer di una razza aliena alla schiavitù umana sotto i dinosauri, Stefano aveva letto di tutto e ascoltato ogni genere di voce.
Era certo che un giorno avrebbe risolto il problema della vita e che solo a quel punto non sarebbe più stato quello che suo padre, scomparso la mattina in cui Stefano compiva ventisette anni, aveva generato.
Trovò la sua risoluzione proprio nel periodo in cui si stava preparando a parlare di separazione con Glenda, o forse immediatamente dopo. Stefano non ricordava molto di quel periodo così annebbiato.
Il nostro eroe stava consultando un forum in rete nel quale alcuni utenti scrivevano con grande passione di un’apocalisse in arrivo, del ritorno di Gesù Cristo e di un buco nero, quattro volte più grande del sole, posto di fronte alla terra.
Questi temi, organizzati in questo modo particolare, smossero finalmente qualcosa di speciale in Stefano, che si addentrò sempre di più in questa nicchia apocalittica.
Scoprì che le teorie di cui si stava informando erano state sviluppate da tale Tommaso Tacoma, una specie di guru che si spacciava per americano e che aveva raccolto attorno a sé un numero sorprendentemente nutrito di seguaci.
Stefano iniziò quasi immediatamente a seguire, rigorosamente a pagamento, le dirette in rete di Tacoma.
Mandava ogni settimana alla casella postale della setta un po’ di denaro e certe pressanti domande scritte a biro su qualunque pezzo di carta trovasse sul taxi.
L’indirizzo era quello della defunta madre di Tommaso.
Nel giro di due mesi, Stefano si ritrovò del tutto convinto che la fine del mondo fosse imminente.
Appropriatosi di questa inoppugnabile verità, cambiò personalità da un giorno all’altro.
Quello che prima era stato un uomo taciturno, chiuso in una ricerca che non poteva essere comunicata, diventò socievole e aperto, pronto a far vedere a tutti che avevano a che fare con uno Stefano Corradi che aveva finalmente capito cosa stesse succedendo e, ancora meglio, cosa stava per succedere.
Il tassista, peraltro, si appassionò al fare proseliti della sua nuova religione.
Colleghi, clienti, persino il suo avvocato e quello di Glenda venivano informati dell’imminente fine del mondo.
Stefano, però, era anche geloso di alcuni aspetti da lui ritenuti più profondi della conoscenza a cui era arrivato.
La setta di Tommaso Tacoma era suddivisa in classi di varia importanza, in modo che ogni membro avesse sempre qualcuno da invidiare o da sottomettere.
In più, chi donava somme considerevoli alla causa era messo al corrente delle scoperte maggiormente scomode fatte da Tacoma. Di queste, Stefano non parlava con nessuno.
In un soleggiato pomeriggio dell’ultimo di ottobre, il taxi del nostro eroe si fermò di fronte al TAR di Milano e vi salì un ragazzo dall’aspetto giovane, ma provato.
Si trattava di uno studente prossimo alla laurea, come molti ventenni troppo scapestrato quando importava e troppo poco quando invece avrebbe potuto divertirsi davvero.
“Dove andiamo?”, chiese Stefano sorridente.
“Via Corelli, appena oltre il ponte sul Lambro”.
“Pronti! Lì è ancora Ortica, vero?”
“Sì, credo di sì”, rispose pigramente il ragazzo guardando fuori dal finestrino.
“Ah!”, rise Stefano, “Quindi andiamo alle ortiche, eh?”
Nonostante la banalità, quella era davvero la prima volta che quella battuta gli venisse in mente.
L’avrebbe usata a proprio favore.
Il ragazzo non rispose, si limitò a continuare a guardare il cielo e forse disse qualcosa sottovoce.
“Sì, proprio alle ortiche. Infatti, vedo che guardi fuori! Anche tu non te ne capaciti, vero?”, continuò Stefano senza cedere un millimetro di terreno.
“Di cosa?”
“Di tutti questi qua travestiti! Ma scusa, tu come ti chiami?”
“Nando”.
“Molto piacere Nando, io sono Stefano! Dicevo, li hai visti?”
“Ma si riferisce a quelli di Halloween? I bambini?”
Il tassista fu molto contento di aver già catturato l’attenzione del ragazzo.
“Già. Fanno venire i brividi. Non sanno che stanno festeggiando Satana”.
“Addirittura Satana!”, esclamò Nando.
“E chi se no? Guarda che Halloween viene da hallow eve, è inglese. Vuol dire ‘la festa di Satana’, non scherzo, sai?”
Il giovane fece un sorrisetto che cercò di nascondere.
“Se lo dice lei, mi fido”.
“Fai bene, Nando! E dammi pure del tu, che siamo fratelli”.
“Ah, scusa. Certo. Stefano, giusto?”, chiese il ragazzo.
“Esatto! La leggi la Bibbia, Nando?”
“Come? No, non la leggo. Da bambino qualcosa, al catechismo”.
“Io la leggo tutti i giorni. Tutti. La mattina quando mi alzo e la sera quando vado a dormire, leggo un po’ di Bibbia. La finisco e la inizio da capo, e vado avanti”.
“Caspita!”
“Già. Ma è così che ci salviamo, sai? Con la parola di Dio. La Bibbia l’ha scritta lui, per questo è perfetta. Se l’avessero scritta gli uomini non sarebbe perfetta, o no?”
“Probabilmente gli uomini l’avrebbero scritta con l’aiuto del Diavolo”, sogghignò Nando.
“Lo vedi che ci capiamo! Bravo, bravo. Sai che la Bibbia è tutta vera? Gli archeologi hanno trovato le tracce del diluvio universale: ci sono le conchiglie sulle montagne, Nando! Sulle montagne. Chi l’avrebbe mai detto che era tutto vero?”
“Ah, guarda, questa proprio mi mancava”.
“Vedi? Fanno queste scoperte e si fanno gli affari loro! Bisogna andarsele a cercare le risposte. E intanto mandano i bambini a servire Satana”.
“Roba da matti”.
“A chi lo dici! E primi a servirlo lo sai chi sono? Tira a indovinare! Magari sono gli ultimi che ti aspetteresti, quelli che dovrebbero stare più vicini a Dio”.
Nando fece una ridicola posa pensierosa.
“La Chiesa”, disse poi.
“Hai indovinato! Loro sono i primi servi, si occupano solo di quello che succede sulla terra, proprio come il Diavolo!”, quasi gridò Stefano.
“Ho letto un libro russo che a un certo punto parlava di questo, più o meno”.
“Io quella roba non l’ho mai toccata, non sono abbastanza intelligente. Tu hai studiato invece, eh?”
“Non ho ancora finito. Sto studiando legge, ma non mi piace tanto”, rispose il ragazzo senza riconoscere di essere stato preso dal discorso.
“Studia, Nando, studia! Ti fa bene, e poi serviranno anche gli avvocati nel nuovo mondo”.
“In che senso?”
Per Stefano, il suo passeggero ora era pronto a sentire la verità.
“Gesù torna, Nando. Torna davvero”, disse con tono deciso e importante.
Il giovane spalancò la bocca.
“Dici sul serio?”
“Non scherzerei mai su una cosa del genere. I segnali sono ovunque. Gesù sta per tornare e ci porterà tutti via con lui”.
“Come nell’Apocalisse di Giovanni?”
“Ma allora conosci la Bibbia! Sì, proprio come nell’Apocalisse di Giovanni, ma anche diverso. È lunga da spiegare, Nando, ma questi libri vanno interpretati. Se gli uomini potessero capire la lingua di Dio, non avremmo mai avuto problemi”, sentenziò Stefano.
“E quindi come sarà?”, chiese il ragazzo con un leggero sospiro.
“Te la faccio breve, che siamo quasi arrivati. Se tu interpreti bene l’Apocalisse, scopri che Gesù porterà un buco nero, o meglio, quello che noi chiamiamo buco nero, davanti alla terra.
Sarà grande quattro volte il sole e, per come la vedremo noi, si mangerà il pianeta. Ma i buchi neri non sono quella roba strana che dicono i fisici, che ci capiscono loro del creato? Niente! Non capiscono niente!”
“È vero!”, rise Nando.
“I buchi neri”, continuò Stefano guardando lo specchietto retrovisore più che la strada, “sono portali per il paradiso che Dio ha sparso per l’universo. Ti ricordo che l’Eden era qua da noi, era nel mondo materiale. Dio, quindi, non ha cacciato l’uomo dal giardino, se l’è portato dietro e ci ha lasciati qua! Ma torna, Nando. Torna a prenderci tutti e saremo di nuovo nel suo giardino, ma vivi! Mica viene ad ammazzarci, Dio è amore! Nessuno soffrirà più, la società sarà perfetta. Poi, quando sarà il momento, ognuno di noi piano piano si addormenterà e si sveglierà morto, una semplice anima che non fa altro che contemplare la luce di Dio”, disse commosso il tassista.
“Tutto questo l’hai capito leggendoti la Bibbia?”
“Magari! No, non sarei mai stato in grado. Mi ha insegnato tutto Tacoma, lo conosci?”
“Temo di no”.
“Tommaso Tacoma è l’uomo più intelligente del mondo in questa epoca di demoni, parlo di un vero profeta! Fa un sacco di video su Internet, ha anche scritto dei libri. Nessuno gli ha detto di farlo, eh! Tutto da solo, si è messo lì e ha scritto dei libri. Una mente davvero speciale. Cercalo sul telefono, lo trovi di sicuro. Oramai è l’unico che sparge davvero la parola del Signore. Gli uomini non contano niente di fronte a Dio, ma lui è più importante qualunque uomo”.
Nando, che stava già cercando Tacoma all’inizio del discorso di Stefano, dovette soffocare una risatina quando vide i nemmeno trecento seguaci in tutto che il grande profeta vantava sui suoi vari social.
“Trovato”, si limitò a dire.
“Fa vedere? Sì, proprio lui! Seguilo, seguilo! Proprio stasera farà una diretta, io mi sintonizzerò di sicuro. Non me ne perdo una. Ci sarai?”
“Farò del mio meglio… ecco, qui va bene, posso scendere qua”.
“Sicuro? Non ho nemmeno fatto il ponte”.
“Sì, non c’è problema. Faccio due passi in più, sono stato seduto tutto il giorno”.
“Allora accosto. Nando, mi ha fatto un grande piacere conoscerti. Non si incontrano spesso ragazzi svegli e preparati come te. Spero di trovarti stasera alla diretta di Tacoma!”
Stefano fece scendere il ragazzo dalla macchina dimenticandosi di farlo pagare e si diresse fischiettante al parcheggio dei taxi di Milano Centrale, dove si sarebbe goduto una meritata pausa e un caffè con i colleghi.
L’arrivo di Stefano Corradi era sempre atteso con grande anticipazione dagli altri tassisti, che non vedevano l’ora di sentire la sua più recente illuminazione o qualche inneggiamento a Tommaso Tacoma.
Anche quel giorno non fece da eccezione: Stefano non era lì da nemmeno cinque minuti che già tre colleghi gli stavano offrendo il caffè a un bar della stazione.
Per la precisione, avevano lasciato il conto al più anziano di loro, Mauro, che era anche il più generoso. Era un uomo di settant’anni, fin troppo ammansito dall’esperienza, che oramai si interessava soltanto alla pittura e ai liquori francesi.
Stefano Corradi gli era sempre piaciuto, sia quand’era solitario e taciturno, sia da quand’era sbocciata la sua nuova personalità un anno prima. Era certo che alle persone tutto succedesse per un motivo e avesse, alla fine, la sua utilità.
Per questo, però, capitava che rimanesse troppo a osservare le vicende senza interagire, anche quando si trattava dei suoi cari più stretti.
Ammiccando agli altri, chiedeva dolcemente a Stefano se anche quel giorno la clientela avesse ascoltato il suo messaggio con la solta accoglienza.
“Sì! Come al solito, ho collezionato bocche aperte. Qualcuno ha addirittura perso l’uso della parola!”, esclamò contento il nostro eroe.
“Vorrei ben vedere! Con la tua parlantina è impossibile anche pensare, figurati rispondere!”, rise Francesco, che invece era il più giovane del gruppo.
Aveva appena compiuto trent’anni e faceva il tassista da due. Era sposato con l’unica ragazza con cui fosse mai stato e aveva dedicato tutta la sua vita a una terribile paura di separarsene, trasformatasi in un vero e proprio terrore segreto di perdere senno e matrimonio al tempo stesso come era successo a Stefano un anno prima.
Incapace di controllare questi sentimenti nei confronti del nostro eroe, era velocemente passato dall’ammirarlo per la sua vita placida e sicura a un grezzo, aperto bullismo.
Stefano, comunque, rise della battuta di Francesco.
“Hai ragione, parlo tanto. Ma è perché ho tanto da dire! Sapete che quando ci riuniremo nell’Eden lavoreremo tutti? Ma non sarà un lavoro con un padrone che è uomo, gli uomini sono avidi e la Bibbia ci insegna che possono esserlo anche nella casa del Signore. No, il padrone sarà solo Dio, ci lascerà lavorare in pace, per il puro gusto di farlo”, disse.
L’ultimo del gruppo, Carlo, fece un verso che voleva sembrare uno sbuffo ma che uscì quasi come un latrato.
“Le solite cavolate! Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo? In paradiso a lavorare… non ho parole”, ringhiò.
Carlo, devotissimo cattolico di mezz’età, non riusciva a sopportare Stefano.
I due si conoscevano solo da qualche settimana e perché li aveva presentati l’uno all’altro Francesco, un giorno in cui si sentiva particolarmente bellicoso.
“Dai, Carlo. Così mi ti stai umiliando da solo. Si dice così? Non importa. Il paradiso e l’Eden sono due luoghi diversi, come fai a non saperlo?”, replicò Stefano.
“L’Eden è in paradiso, idiota!”, gridò l’altro.
Quasi l’intero bar si girò verso di loro.
“Via, ragazzi”, si intromise prontamente Mauro, “non è il caso di scaldarsi per questi discorsi, no? Siamo tutti adulti e cristiani allo stesso modo”.
“Non preoccuparti. È normale che mi si dia dell’idiota quando dico la verità, soprattutto quando la dico a un servo della Chiesa”.
“È un vanto essere servo della Chiesa!”, rispose furioso Carlo. Era rosso in volto e serrava i pugni.
“Certo, proprio un bel vanto. Non vi insegnano niente, eh? L’Eden, caro mio, era sulla terra, era un luogo fisico, Adamo ed Eva non erano anime. Erano esseri umani in carne ed ossa! Il paradiso non è qui nell’universo che abitiamo, è un’altra cosa ancora”, rispose impassibile Stefano.
“Però non lavoravano, dai. Come te l’ha venduta ‘sta cosa il tuo grande guru? Sentiamo”, disse Francesco con il tono più supponente a propria disposizione.
“Bravo! Dai, dicci. Come funziona l’Eden per come lo capisci solo tu e l’altro saltimbanco?”, aggiunse Carlo.
Stefano provò un forte imbarazzo per come la conversazione stava andando, ma odiò questo sentimento e se ne sbarazzò subito a un suo solito modo.
“Non è difficile. Adamo ed Eva non avevano mangiato il frutto. Non avevano bisogno di lavorare. Non erano come noi. Noi dobbiamo costruire e vivere le società umane, oramai siamo fatti così. L’umanità non è mai più tornata all’Eden, le regole saranno sicuramente diverse perché noi siamo diversi. A te, comunque, non dovrebbe importare. I servi della Chiesa sono servi di Satana e non vedranno niente di tutto questo. La tua anima non è già più tua, Carlo”, dichiarò.
Paonazzo e con gli occhi fuori dalle orbite, il suddetto servo lasciò il bar senza dire una parola agli altri, conscio che stava per mettere le mani addosso a Stefano.
Si limitò, nell’ordine, a imprecare a pieni polmoni in piazza Centrale, prendere a calci un cassonetto, ricevere un’ostile ammonizione da due poliziotti che avevano visto la scena da due metri di distanza e mandare a quel paese il primo a salire sul suo taxi.
Il malcapitato aveva commesso l’errore di dire a Carlo “Che bella giornata, sembra davvero di stare in paradiso. O addirittura nell’Eden!”
“Manco a farlo apposta”, sibilò tra sé il tassista dopo aver cacciato il passeggero dalla macchina.
Nel frattempo, al bar, Francesco rideva a crepapelle, davvero troppo, mentre Mauro si impegnava a calmare Stefano, che aveva perso la sua facciata di sicurezza ed era crollato appena Carlo era uscito dal loro campo visivo.
In verità si era molto spaventato: quando qualcuno gli gridava addosso, lo minacciava di violenza o sembrava volerlo fare, ma soprattutto quando qualcuno gli dava dello stupido o qualcosa del genere, un gelido terrore gli attraversava la schiena e lo metteva in uno stato particolare.
In quei momenti Stefano si irrigidiva completamente e la voce prendeva un tono particolare, molto artificiale, sempre uguale a sé stesso come un ronzio.
Riusciva a guardare negli occhi quello che per lui era un avversario e addirittura a parlare, ma il suo pensiero non era più suo.
Prendeva la parola qualcos’altro, qualcosa di più vicino al centro di Stefano ma al tempo stesso poverissimo di sfaccettature.
L’emergere e il ritirarsi di quella piccola personalità tascabile gli costavano di regola le energie di tutta una giornata.
Qualche minuto dopo la sfuriata, il nostro eroe era accasciato su una sedia che beveva una spremuta d’arancia. Parlava a stento, il suo volto era pallidissimo.
“Ma ci dobbiamo preoccupare?”, gli chiese Mauro.
“Ma chi si preoccupa! Dalla faccia sembra che lo stiano già chiamando in paradiso!”, rise Francesco.
“No… sto bene. Starò bene. La spremuta mi sta già ripigliando”, rispose Stefano.
Mauro tirò un veloce sospiro di sollievo, più che altro perché non aveva nessuna voglia di continuare a pensare a quel litigio assurdo che gli era capitato davanti, anzi. Stava già ripassando mentalmente le bottiglie di vino che teneva a casa, perché per cena aveva voglia di fegato e temeva di non avere l’abbinamento giusto.
Fatte ancora due chiacchiere per aspettare che Stefano si riprendesse del tutto, i tre uomini uscirono dalla stazione e tornarono al lavoro.
Carlo era già di nuovo lì ad aspettare clienti mentre fumava una sigaretta dietro l’altra. Guardò di sottecchi il gruppetto e voltò le spalle.
Francesco, che in verità si era preoccupato molto ma non l’avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, si unì a lui per parlare male di Stefano.
“Sai che era sposato? La moglie non si lascia, ho ragione o no?”, e cose così.
Quella sera Stefano staccò dal lavoro, prese da mangiare da una trattoria cinese e se lo portò a casa.
Aveva preso in affitto quel buio e stantio monolocale di periferia già un anno prima, appena si era separato da Glenda.
Tra un divano che faceva da letto, un televisore, una cucina e un tavolo con un paio di sedie, sarebbe rimasto giusto quel minimo spazio necessario alla vita, se Stefano non l’avesse riempito di scatoloni ancora sigillati.
Questi contenevano due generi di oggetti: ciò che era sia di Glenda che di Stefano ma era stato tenuto da lui e tutto ciò che la moglie gli aveva regalato negli anni.
Li aveva anche posizionati in modo da averli praticamente sempre in vista, almeno con la coda dell’occhio.
Un anno intero non gli era ancora stato sufficiente per farsi forza, aprirli, fare quel genere di tuffo nei ricordi e prendere una decisione su cosa fare di tutte quelle cose.
Mentre tutto rimaneva chiuso negli scatoloni, invece, Stefano aveva il solo ricordo ossessivo delle sue primissime conversazioni con Glenda.
Quand’erano ragazzi, lei da poco fuori dal liceo e lui in età da laureando, frequentavano lo stesso supermercato.
Stefano aveva notato Glenda e si era deciso a farsi avanti, dato che era solo da un po’ e si era ritrovato a volere anche lui la compagnia di una ragazza.
Lei, di rimando, era abituata a lasciarsi corteggiare a casaccio; accettava senza troppi problemi persone nuove nella sua vita perché intimamente non dava loro molta importanza, mentre poi conservava la propria individualità come fosse stata un segreto.
Il loro non fu un matrimonio infelice, anche se forse un po’ più illusorio di altri.
Si erano anche reciprocamente amati, durante quello che può essere definito il secondo atto del loro rapporto.
Stefano, come detto prima, aveva perso quella scintilla tutta in una volta e non volle saperne di continuare a vivere con quella donna: odiava fingere, se sapeva di starlo facendo.
Ora, mentre mangiava pigramente sul divano, si chiedeva se fosse ancora in grado, o anche solo se avesse voglia, di replicare l’evento dell’amore.
Non soffriva eccessivamente – come altri – il processo di farsi queste domande così dolorose.
In effetti, Stefano si conosceva parecchio bene.
Per esempio, sapeva di provare una profonda antipatia e a volte addirittura odio nei confronti di Carlo. Aveva cara questa consapevolezza perché sapeva anche che, quand’era giovane e provava a credersi sempre e solo buono, il suo odio finiva per travasare e creargli una carrellata interminabile di fastidi.
Era anche cosciente che ci fosse qualcosa di antico e traumatico nella sua risposta al conflitto con gli altri uomini.
Di sicuro, però, la certezza a cui teneva di più era quella di essere tanto dolce quanto duro, tanto aperto quanto chiuso.
Si era reso conto di questo a quarant’anni e ne aveva dedotta una verità ancora più ampia.
Stefano aveva capito con le sue sole forze che nelle persone esiste un sistema di compensazione, che ognuno è il contrario del proprio carattere proporzionalmente a quanto questo è statico e marcato.
Ne era certo al punto di sospettare che gli opposti non esistano singolarmente, ma piuttosto che siano ogni volta i due poli di un qualche concetto altrimenti incomprensibile dall’umanità.
Da qui era nata una certa domanda a cui non si era mai riuscito a dare una risposta: la normalità è l’opposto della stranezza o è il punto centrale tra due stranezze opposte?
Aveva peraltro accantonato le speranze di risolvere quel quesito da quando aveva fatto capolino quello molto più urgente sull’amore.
Comunque, nonostante questi traguardi impressionanti che aveva raggiunto, i punti ciechi del nostro eroe erano molti ed evidenti.
C’è però anche da dire che, tramite il matrimonio con Glenda, aveva incamerato alcune informazioni sulla natura femminile che gli erano state molto utili e che l’avevano reso indubbiamente un uomo migliore, decisamente più buono ed empatico, a partire dal rapporto con sé stesso.
In ogni caso, come tutte le sere in cui si ritrovava a fare quei pensieri, finì per tagliare corto il discorso con sé stesso e dirsi che, per quanto bello sia l’amore, se non c’è niente da capire non vale la pena.
Stefano si sentì di nuovo certo di aver capito appieno le donne e decise per la quattrocentesima sera di seguito di non averne più bisogno.
Soddisfatto, prese il cellulare e si sintonizzò sulla diretta di Tacoma.
Il suddetto guru era un individuo tanto complessato quanto poco, ahimè, era singolare tra quelli della sua risma.
Come molti altri praticanti del suo stesso mestiere, era un ignorante molto carismatico e sicuro di sé.
Soffriva probabilmente di un qualche disturbo non diagnosticato, ma di sicuro era colmo di paranoie: viveva in un mondo di divinità e demoni, eroi ed assassini.
Nessuno entrava o usciva in silenzio dalla vita di Tommaso Tacoma, tutti dovevano passare per quelle potentissime proiezioni incontrollate.
Una cosa che si può dire per certo è che, quand’era bambino, la madre lo picchiava selvaggiamente.
Tommaso era cieco dall’occhio destro proprio perché era stato graffiato sul viso un’infinità di volte da quella donna.
Fin da ragazzo portava una benda da pirata e diceva a tutti che l’occhio gli era stato portato via da Lilith nella notte.
Nonostante tutti questi problemi, la setta che Tacoma stava cercando di costruire era un’operazione completamente dolosa. Tutto il vero rapporto con il mistico del suo fondatore era nascosto a ogni altro essere umano e soprattutto non aveva quasi niente a che fare con la Bibbia.
Stefano era felicissimo di poter assistere a quella diretta perché l’ultima, in cui era stato aperto quel discorso così affascinante sul lavorare nell’Eden, lo aveva lasciato più desideroso che mai di nuove informazioni.
Quando vide il volto bendato del suo idolo, i suoi occhi si illuminarono.
“Bentrovati, fratelli”, esordì Tommaso Tacoma con il suo solito tono importante, “Dio è felice di vedervi qui sintonizzati ad ascoltare il suo messaggio. Abbiamo anche un nuovo arrivato, ci saluta Nando da Milano. Stasera riprenderemo il discorso iniziato l’ultima volta che vi ho parlato. Vi avevo detto che, quando Gesù ci porterà con sé all’Eden, vivremo in una società che potrà sembrarvi simile alla nostra, specialmente perché lavoreremo. Voglio rammentarvi di un punto molto importante: il giardino di Dio non è un luogo dove vigono le regole del paradiso ma quelle della terra. Noi siamo uomini, e come tali siamo fatti per costruire società complesse e lavorare per tenerle in piedi. Il peccato originale ci ha separati per sempre dalla vita che conducevano Adamo ed Eva quand’erano stati appena creati. Ora siamo capaci di discernere tra il bene e il male, non devo certo dirvi io che è proprio per questo che così tanti eretici e finti atei pensano di essere uguali a Dio. Dico ‘finti atei’ perché è impossibile essere senza Dio: il massimo che possiamo fare è ignorarlo e comprarci così il nostro spazietto all’inferno. Insomma, è per questo che ognuno di noi conserverà il proprio mestiere anche nell’Eden. Perché siamo vivi. A tal proposito, sono orgoglioso di dirvi che sto già organizzando tutto il necessario perché possiate arrivare nel giardino nel miglior modo possibile, ma ora non posso ancora parlarne”.
Stefano pendeva dalle labbra di quell’uomo e fu felicissimo di sentire che si stava prendendo cura dei propri seguaci.
Tommaso Tacoma continuò a parlare per quasi un’ora, ripetendo alla nausea il discorso che aveva appena fatto, cambiandolo solo di qualche parola ogni volta e decorandolo delle sue assurde interpretazioni della Bibbia.
“Dio vi ringrazia per avermi ascoltato, fratelli. Ci rivedremo presto con nuove informazioni. Sarà tutto sempre più chiaro. Ora, come al solito, spegnerò la diretta e faremo una bella riunione con quelli di voi che sono mi sono più vicini. Vi voglio bene. Buonanotte”, concluse poi il guru.
Quei “più vicini” a Tacoma erano di due possibili varietà: quelli che gli avevano inviato somme importanti di denaro e quelli che gli avevano dimostrato assoluta fedeltà.
Stefano faceva parte di entrambi gli insiemi e fu, come del resto succedeva da mesi, invitato anche lui a partecipare alla riunione.
In tutto c’erano ventiquattro persone, Tommaso incluso.
“Ah, eccoci qua, amici miei. Spero che abbiate goduto della diretta quanto ne abbiamo goduto io e Dio!”, disse il guru.
Tutti i partecipanti, come in estasi, risposero affermativamente allo stesso tempo, facendo un gran baccano.
“Piano, piano! Vi credo, amici. Ora fate silenzio, devo nuovamente parlarvi di qualcosa che non può raggiungere le orecchie degli altri fedeli. So che posso fidarmi di voi, vi ho scelti con cura in base alla purezza del vostro cuore. Voglio dirvi subito cosa sto organizzando: quando con le offerte avremo raggiunto la somma necessaria, comprerò una villa in campagna con un bel terreno. Io e voi ci trasferiremo lì. Vivremo dei frutti della terra e dei mestieri che già abbiamo, proprio come faremo nell’Eden! Così, il Cristo, al suo arrivo, riconoscerà in noi i suoi amici più intimi e ci porterà a cantare nel suo coro! Per esempio, il caro Stefano diventerà il nostro autista ufficiale! Un uomo buono e fedele come lui è perfetto per questo ruolo”.
Insomma, da bravo leader di una setta, Tommaso Tacoma voleva la sua comune e la voleva riempire di servi: in un modo o nell’altro avrebbe realizzato la sua inguaribile intuizione di essere la persona più importante al mondo, se non l’unica a esistere davvero.
Stefano provava sempre una meravigliosa sensazione di appagamento ad essere menzionato e complimentato così apertamente davanti agli altri.
Da parte sua, Tacoma si impegnava molto a tenerselo buono, più che con molti altri.
Nei suoi deliri, in cui si prefigurava di diventare la prossima grande guida spirituale di un’umanità troppo stupida per sbugiardarlo, aveva questa visione ricorrente di essere su una limousine e dare ordini agli uomini più potenti del pianeta.
Pragmatico come solo un pazzo può essere, sapeva che l’autista dell’uomo più importante del mondo diventa automaticamente depositario di segreti del tutto inconfessabili, la cui divulgazione metterebbe in ginocchio la società mondiale.
Per un ruolo così delicato, aveva stabilito Tommaso, serve un disperato che sia fedelissimo, non come un cristiano ma come un cane.
“Purtroppo”, continuò poi Tacoma, “ho anche una cattiva notizia, che come tutto quello che ci diciamo in questa sede, deve rimanere strettamente tra noi. Voi siete speciali, amici. Siete i più vicini a me, che riesco a sentire la parola di Dio. E Dio, ahimè, mi ha detto che pochissimi di noi saranno ammessi al suo regno. Ci sono molte anime che, pur essendomi fedeli, rimangono impure. Così tanti nostri fratelli sono già condannati all’inferno, il cuore mi si lacera solo a pensarci. Ma io, che seguo l’insegnamento di Gesù, spezzo il pane con loro e permetto loro di lavorare con e per noi, per la nostra casa. Così facendo, risaliranno cerchia dopo cerchia dell’inferno, ma là resteranno e non vedranno mai Dio”.
Queste dichiarazioni avevano ammutolito completamente gli adepti di Tommaso e attraversato come brividi le loro schiene.
“Ma, Rabbi”, si sentì a un tratto, “nel Nuovo Testamento, il Cristo ripete più e più volte che chiunque l’abbia accettato sarà ammesso al regno di Dio, proprio a partire dai più impuri! Dobbiamo ricordare Maria Maddalena, il reclutamento di Matteo, ma anche le beatitudini”.
A parlare era stata Emma, una devotissima giovane donna che Tacoma aveva selezionato per la sua innegabile bellezza e per una certa ingenuità, di cui voleva approfittarsi.
Le sue parole arrivarono quasi a sfiorare l’intelligenza e lo spirito critico di Stefano.
“Come ti permetti tu, sgualdrina!?”, esplose invece Tommaso, “Chi sei tu per dirmi cosa dobbiamo ricordare della Bibbia? Chi sei tu per sapere cosa vuole Dio, per sapere chi sarà salvato? Io, qui, parlo con Dio. Io sono stato scelto. Io sono il nuovo profeta! Tu non sei altro che una puttana supponente, una sporca usurpatrice che pensa solo a rubare il potere quando non ha ancora imparato a ubbidire. Vergognati, fai schifo a me e a tutti noi!”
Tutti gli altri partecipanti alla riunione presero a insultare a gran voce Emma, che piangeva e balbettava le sue scuse.
Volevano riversare su di lei tutti i loro dubbi.
“Questa puttana vuole rubarmi il ruolo, avete capito? Questo, vuole fare!”, inveiva Tommaso mentre la ragazza si strappava i capelli e, tra i singhiozzi, recitava un Padre nostro dietro l’altro.
Anche Stefano, troppo orgoglioso della sua posizione nella cerchia più stretta di Tacoma, si unì agli insulti.
La riunione fu definitivamente interrotta in anticipo quando Tommaso si rese conto che non sarebbe riuscito a calmare quelle persone dopo averle infuocate tanto.
Emma fu cacciata in via per nulla definitiva dalla setta.
Giusto un paio di settimane dopo, il guru la convinse a raggiungerlo a casa sua per essere perdonata da Dio.
La notte della diretta, invece, Stefano era più scosso di quanto lui stesso immaginasse.
Aver partecipato a quello scoppio di rabbia collettiva, per di più nei confronti di una persona che avrebbe potuto essere sua figlia, era stato un moto assolutamente contrario alla sua morale e a quella cristiana.
Si sentiva mezzo morto.
Rimase circa mezz’ora sul divano a fissare il vuoto, aspettando che il suo corpo gli desse le energie necessarie per coricarsi.
Gli scatoloni di Glenda lo guardavano più minacciosi che mai.
Quando, per così dire, si riebbe e si alzò in piedi per andare in bagno a lavarsi, non senza tirare un calcio distratto a uno scatolone che lo fece rabbrividire.
Non ricordava di aver mai fatto un gesto di tale piccolezza e se ne vergognò molto.
Tornato al divano si dimenticò di aprire la Bibbia, andò direttamente a dormire e fece un sogno molto strano.
Si trovava in un aeroporto, pulito e soleggiato; doveva fare ritorno a casa e si avvicinava alla cabina dove vengono controllati i passaporti.
Lì trovava una ragazza molto giovane, ventenne al massimo, tatuata e con alcuni piercing sul viso. I suoi capelli, che mutavano colore, danzavano tra il viola, il blu e l’arancione.
Dalla sua espressione si capiva che non avesse una buona opinione di Stefano, anzi pareva proprio disprezzarlo.
Stefano era molto dispiaciuto di questa antipatia perché era straordinariamente attratto dalla ragazza.
“Ho tantissime cose di cui vorrei parlarti, amore mio, ma sono tutte sciocchezze”, le diceva.
Invece, le parole pronunciate da questa non erano comprensibili, ma il tono era duro e severo, al limite della maleducazione per una persona di quel mestiere.
Dopodiché, quando Stefano andava a porgerle il passaporto, faceva cadere a terra una penna, che si chinava a raccogliere.
Quand’era a terra, ecco accanto a lui la ragazza, sorridente e gentile, che lo aiutava!
Gli accarezzava il viso e gli faceva un occhiolino.
Lui era terribilmente confuso, non capiva proprio cosa stesse succedendo, ma era felice di essere finalmente stato accettato.
Tornato in piedi, ritrovava la ragazza con l’atteggiamento scontroso di prima ma, prima di potersi confondere ulteriormente, risaliva dal basso quella che, in questo modo, si rivelava la gemella buona della scrutatrice dei passaporti.
Vedendole identiche e fianco a fianco, una dolce e l’altra acida, Stefano capiva qualcosa che al tempo stesso gli sfuggiva.
Al suo risveglio, l’umore del nostro eroe era nero come la pece.
Le immagini del sogno lo tormentavano con tutti i loro significati a lui inaccessibili.
Con lo stomaco attorcigliato, Stefano decise di non fare colazione e di iniziare subito la giornata di lavoro, lasciando di nuovo intoccata la Bibbia.
Prese il taxi ma, contro i suoi stessi piani, girò per la città per più di un’ora senza rispondere a nessuna chiamata.
Non riusciva a tenere fermi i pensieri.
Più provava a contemplare il sogno, più il linciaggio sociale di Emma lo tormentava.
Se allora tentava di soffermarsi sugli eventi della sera prima, ecco che le due gemelle con i capelli colorati si imponevano sulla sua mente.
Stefano non riusciva a capire cosa gli stesse succedendo.
Sapeva che, nella Bibbia, i sogni hanno un ruolo molto importante e che la loro corretta interpretazione può anche salvare delle vite, quindi non sottovalutava minimamente ciò che aveva visto, ma davvero non sapeva cosa farsene.
A un certo punto, mentre girava un angolo, vide una ragazza attraente che stendeva il braccio per fermare il suo taxi e, agendo d’istinto, la fece salire.
Avere quella cliente in macchina gli ripulì i pensieri come per magia e gli permise di mettersi a replicare la sua routine sulla fine del mondo.
Ignorò anche una certa strana somiglianza tra la ragazza e le due gemelle della notte prima.
Forse era il naso, forse erano gli occhi, forse era proprio l’espressività; in ogni caso, Stefano ne fu stregato senza capirne il perché.
“Buongiorno! Dove andiamo di bello?”, le chiese.
“In aeroporto, a Linate”, rispose sorridente la ragazza.
Una leggera pelle d’oca comparve sotto i vestiti di Stefano.
“Pronti! Per l’aeroporto c’è la tariffa fissa, spengo il tassametro. Parte per un viaggio? Non vedo bagaglio”.
“Ah, no, no. Sto andando a prendere il mio fidanzato, torna oggi da un lungo viaggio”, disse lei arrossendo un po’.
In un attimo Stefano seppe come introdurre i suoi proseliti nel discorso.
“Che bello! Bravi, siete giovani, amatevi! Bisogna stare vicini e volersi bene, io lo dico sempre. Soprattutto di questi tempi, dico bene, signorina?”, chiese con tono artificiale.
“Certo, dice bene. Io e lui stiamo tanto bene insieme, mi è mancato molto”, disse la ragazza sorridendo tra sé, “ma come mai dice ‘soprattutto di questi tempi’?”
“Perché la fine è vicina, è chiaro!”, esclamò Stefano.
“La fine? La fine è vicina?”, ripeté la ragazza.
“Ahimè, sì. La terra non ha ancora molto tempo a disposizione, è scritto”, rispose grave il tassista.
“E perché mai? Dov’è scritto? Mi perdonerà se sono un po’ scettica”.
“Ma certo, per chi ama Dio tutto è perdonato! E comunque, è scritto sulla Bibbia. Lei la legge la Bibbia?”
“Ho fatto il collegio dalle suore, ho letto fin troppa Bibbia”, rise la ragazza.
Stefano si sentì urtato dalla leggerezza nella risposta della sua cliente.
“Ma come fa ad essere troppa? La Bibbia non è mai troppa, se ci fosse un solo libro al mondo sarebbe proprio quello! Ma lei almeno lo sa che la Bibbia è perfetta perché l’ha scritta Dio?”
“Mi scusi, ma la Bibbia non l’ha scritta Dio. Si conoscono svariati autori, se non ricordo male”.
“Autori che hanno scritto un libro perfetto! Quindi la loro mano era guidata da Dio!”
“Credo che la perfezione di quel libro sia stata già messa in discussione da persone più intelligenti di me”.
“Servi di Satana e niente più! Che razza di perditempo si metterebbe a fare filosofia in un mondo che ha già senso? Ci pensa mai, signorina?”
La ragazza scoppiò a ridere.
“La invidio molto, allora, se per lei il mondo ha senso! Sarebbe la prima persona che incontro ad avere questa esperienza”, rispose.
“Questo è perché lei non frequenta le persone giuste! Io appartengo a un gruppo di fortunati, e lo siamo perché abbiamo avuto la fortuna di conoscere un uomo davvero speciale. Si chiama Tommaso Tacoma, è un vero genio, oltre che l’ultimo profeta. Lo conosce? Mi dica di sì”, disse Stefano con una punta di implorazione nella voce.
“Temo di non conoscerlo, mi spiace”.
“Tommaso Tacoma è proprio quello che ha capito, rileggendo la Bibbia e parlando con Dio, che la fine è vicina! Ma non sarà una vera fine, signorina, sarà solo l’inizio. Per chi è salvo, sarà l’inizio di una nuova vita nell’Eden prima di riunirci a Dio; per chi è dannato, sarà l’inizio della sofferenza eterna”, dichiarò Stefano.
“Io davvero non so niente di questa persona. Ma come è arrivato a predire tutto questo?”
Stefano iniziò a pensare che forse la sua cliente non era troppo brillante.
“Signorina, gliel’ho appena detto! Rileggendo la Bibbia e parlando con Dio!”, rispose concitato.
“No, certo. Quello l’ho capito. Diciamo che sto cercando di capire la sua… dottrina? La posso chiamare così?”
“Dottrina è la parola più giusta!”, rispose Stefano un po’ addolcito ma ancora agitato, “Tacoma ci ha rivelato con estrema precisione quello che succederà. Deve sapere, signorina, che Dio sta per tornare. Gesù Cristo comparirà presto nel cielo e con lui si porterà un maestoso buco nero, quattro volte più grande del sole, che posizionerà perfettamente al centro tra la terra e la luna. Le anime pie entreranno nel buco nero e vivranno nell’Eden. L’umanità condurrà una vita meravigliosa, una nuova età dell’oro prima di morire senza dolore e riunirsi finalmente in paradiso”.
“Aspetti, un buco nero? Gesù porterà un buco nero tra la terra e la luna?”, chiese la ragazza strabuzzando gli occhi.
“Proprio così! È scritto nell’Apocalisse di Giovanni. Ha presente la porta che si apre in cielo? Eccolo lì, il buco nero! È una fortuna avere Tacoma, signorina, una fortuna vera!”
Stefano non si accorgeva di stare urlando.
“Guardi, l’Apocalisse probabilmente è il libro che ricordo meglio della Bibbia, per la grande impressione che mi aveva fatto. La porta si apre in cielo in assenza di Gesù, e Giovanni vi guarda dentro e ha visioni sia del paradiso che della fine del mondo. Non c’è proprio nulla che riguardi l’Eden”, rispose asciutta la ragazza.
Il nostro eroe ammutolì e per qualche minuto provò a guardare solo la strada, ma per una dozzina di volte non resistette e i suoi occhi corsero allo specchietto retrovisore, dove la ragazza lo aspettava paziente.
“Signorina, lei si sbaglia. Gesù torna”, sentenziò poi, esattamente come aveva fatto con Nando il giorno prima.
“Ma ne è certo?”
Quella domanda, così semplice e sferzante, ruppe finalmente qualcosa nella mente del tassista.
“Lei non mi conosce!”, esplose Stefano, “Non sa come ho vissuto! Ho dedicato tutta la mia esistenza alla certezza, non c’è niente che mi importi di più che capire cosa sta succedendo, cos’è successo, cosa succederà! È la mia maledizione perché sono nato stupido, lei che ne sa? Lei è giovane, interessante, sono certo che là fuori le vogliono bene. Beh, non tutti sono come lei, signorina. Io sono nato stupido, per questo ho bisogno di capire, sono cinquant’anni che cerco di capire e lei viene a chiedermi se sono certo dell’unica cosa che mi permetto di dire agli altri? E allora io le rispondo, signorina: sono assolutamente, completamente certo che Gesù torna. È scritto, ma non è solo scritto. È il verbo di un uomo eccellente, di uno scelto da Dio! Dio, signorina, ne ha mai sentito parlare? Beh, Tacoma lo sente parlare. Ecco di chi stiamo discutendo, ecco chi lei sta insultando qui nella mia macchina! Non si vergogna nemmeno un po’?”
La ragazza lasciò passare una decina di secondi prima di rispondere.
“Non era mia intenzione offenderla. Vorrei però dirle che io mi ritengo una persona che spesso capisce gli altri al volo, e che lei non mi sembra assolutamente un uomo stupido. Non so cosa sia successo nella sua vita, non so chi gliel’abbia fatto credere ma, chiunque fosse, sono certa che si sbagliasse. Lo sento, non saprei come spiegarglielo ma ne sono certa, come lei non è certo di quanto sostiene sul ritorno di Gesù. In cuor suo l’ha già capito: se fosse davvero sicuro di essere già salvo, di avere una villeggiatura nell’Eden che l’aspetta, sarebbe l’uomo più tranquillo e felice del mondo. Non si darebbe dello stupido e non esploderebbe di rabbia nei confronti di una miscredente come me. Avrebbe pietà di me, o sbaglio?”, disse con tutto l’affetto che aveva.
Come per magia, appena la ragazza finì di parlare, il taxi arrivò all’aeroporto.
Stefano era giallo in volto e tremava come una foglia.
Mentre la ragazza gli porgeva il denaro, lui le prese delicatamente la mano e, guardando a terra, sussurrò: “Non lo so se Gesù torna”.
“Non lo so nemmeno io”, gli rispose lei sorridendo prima di scendere dalla macchina.
Stefano non ripartì subito, rimase lì seduto a guardare le persone che entravano e uscivano dal terminal.
Poi, con tutta la naturalezza del mondo, pianse per la prima volta in trent’anni.