SCENA DI VITA AGRESTE

La mamma mi ha sempre detto di non togliere mai gli stivali nella foresta, per nessun motivo al mondo.
Non sai mai quando dovrai correre, non sai mai cosa potresti calpestare.
Mi chiedo come mai io senta ancora di ribellarmi a lei quando mi metto scalzo.
La sento che mi sgrida, anche se non può più dirmi niente.
Non so che farci, mamma, con gli stivali addosso non sento la terra sotto i piedi.
Sento solo duro e morbido, ma non c’è freddo e caldo, non c’è asciutto e bagnato, non c’è liscio e ruvido, non c’è vivo e morto.
Sono da solo nella mia radura preferita, seduto davanti allo stagno.
Vedo i girini nuotare dolcemente.
È buffo come impazziscono quando provo a toccarli o, più sadicamente, faccio un mulinello in mezzo a loro con un bastoncino.
Ancora poche settimane e scoppierà l’estate, ma si sta già benissimo da almeno un mese.
Il canto degli uccellini firma la dolcezza di questo momento dell’anno.
C’è un motivo se sono qui.
Una settimana fa è sparito Tom, il cane del nostro capo.
Non è davvero suo.
Tom è sempre stato il cane di sua moglie, sono inseparabili da sette anni.
Conosco quel cane, gli voglio bene.
La vecchia ha fatto bene a chiedere a me di recuperarlo.
Al villaggio, gli unici che conoscono la foresta meglio di me sono troppo anziani per avventurarvisi da soli.
E poi Tom non si fida quasi di nessuno, anche se a me ha sempre dato molto affetto.
Non che piacere ai cani sia una scienza troppo complicata: li gratti dietro l’orecchio, dai loro qualcosa da mangiare e non giochi mai a spaventarli.
Basta davvero non essere stronzi e ci si fa degli amici per la vita.
Il capo non sembra nemmeno preoccupato, davvero non lo capisco.
Va bene la scorza, va bene non mostrarsi mai deboli, ma è pur sempre sparita l’unica creatura in quella casa capace di portare un po’ di gioia.
La vecchia ha pure dovuto chiedermi di nascosto di aiutarla a ritrovare Tom.
Credo che il capo voglia chiudere il capitolo il prima possibile, ma potrebbe anche volere un po’ più bene a sua moglie, tutto qua.
I cani mi piacciono davvero tanto.
Quando li guardi negli occhi vedi il tuo riflesso in un modo che i cristiani non ti possono offrire, perché siamo creature incomplete.
Vogliamo sempre qualcosa, siamo sempre impegnati a nascondere i nostri segreti.
Abbiamo decisamente troppi problemi e aspettative per poter offrire agli altri il loro riflesso.
Anche io ne sono colpevole.
I cani, invece, non ti tirano questo brutto scherzo.
Non sanno niente e per questo puoi essere certo che, quando ti guardano, stanno semplicemente guardando quello che hanno davanti.
E lì ti vedi.
Lì ti capisci.
Quasi mi spiace doverlo ingannare ma, se vogliono stare nascosti, i cani sono davvero difficili da trovare.
È per questo che ho addosso il mantello della vecchia e che ho ammucchiato attorno a me degli scarti di gallina.
Onestamente, sono stupito che non mi abbia già raggiunto qualche altro animale.
È anche vero che è giorno.
Sto ancora davanti allo stagno, in attesa, per più di un’ora.
Penso alla mamma e a quanto sarebbe preoccupata per me.
Mi chiedo come mai la sua apprensione non sia stata seppellita con lei.
Non capisco perché il rischio mi faccia sentire così realizzato, ma è innegabile che sia così.
Evidentemente prendersi dei rischi è necessario per piacersi un po’ di più.
Pensandola così riesco ad accettarla senza avere bisogno di capire il perché.
Forse, invece, queste continue domande che mi faccio sono proprio la mancanza di accettazione.
La mamma mi direbbe di riposare un po’, ma sono giorni che dormo malissimo.
L’altra notte ho sognato una cometa, delle dimensioni di un maialetto, che si schiantava a terra davanti a me, mancandomi di nemmeno una spanna.
La innaffiavo e spuntavano dei fiori dalla roccia porosa.
Poi, si alzava in volo e schizzava in cielo.
Io restavo a guardarla finché non spariva l’ultimo bagliore.
Quando mi sono svegliato, mi sentivo più morto che vivo.
Giuro che quel sogno mi ha invecchiato di trent’anni almeno.
Sto giusto riflettendo sul sogno quando sento un rametto spezzarsi e il fruscio delle foglie.
Mi volto.
È Tom.
Mi sta guardando.
Sembra dimagrito, il suo pelo color castagna è arruffato e ha dei grumi di sangue sul dorso.
Rimane comunque un pastore abbastanza grosso, è sempre stato anche parecchio forte.
Lo chiamo e gli fischio come siamo abituati, ma non si avvicina.
C’è ansia nella sua posa, se non addirittura bellicosità.
Gli sorrido, lo guardo meglio e impallidisco: nei suoi occhi non c’è il mio riflesso, c’è solo un confuso qualcosa da ammazzare.
Dalle sue fauci esce un’inconfondibile schiuma, bianca e densa.
Ha la rabbia.
A un giorno e mezzo di cammino dal villaggio c’è una caverna colma di pipistrelli, Tom deve esserci finito dentro giorni fa.
Mi squadra.
Vedo il nemico nelle sue pupille appassite.
Sta per attaccarmi.
Gli stivali sarebbero troppo lontani da me anche se il cane fosse così cavaliere da lasciarmeli indossare.
Non devo, per nessun motivo, lasciarmi mordere.
Un morso e sono morto.
Più facile a dirsi che a farsi.
Da adolescente ho già lottato con un cane, ma non era rabbioso.
Mi sono lasciato mordere per colpirlo bene e spaventarlo.
Non è stato un problema, un cane sano difficilmente morde con tutte le sue forze, perché in cuor suo sa, se lo facesse, che tipo di scontro lo aspetterebbe.
Noi sani abbiamo delle regole.
Tom, però, non è più uno di noi.
Vedo il suo corpo andare ancora più in tensione e lo sento ringhiare leggermente.
Ricevo una scossa di energia e mi alzo in piedi.
Gli uccellini, trepidanti anche loro, hanno smesso di cantare.
Forse ho modo di scappare, ma non posso nemmeno ricondurlo al villaggio, dove ci sono donne e bambini.
Gli voglio bene, non voglio combatterlo, ma so che devo.
Ho molta paura.
Tra me e lui ci sono alcuni rami caduti, uno in particolare sembra lungo e robusto abbastanza.
Se riuscissi a prenderlo potrei cavarmela.
Il cane scatta verso di me con un latrato.
Paura, non bloccarmi.
Schivo il suo primo attacco saltando a destra e lo colpisco con un pugno.
Lo prendo maldestramente alla schiena e non gli faccio niente.
Mentre lui si gira per venirmi di nuovo addosso, mi butto sul ramo e lo brandisco con entrambe le mani.
È più leggero di quanto pensassi, non promette bene.
Il cane è di nuovo vicinissimo.
Morde l’aria e lo colpisco al muso con la punta del bastone.
Indietreggia per un attimo e, nella foga, gli meno un colpo alla testa sperando di tramortirlo e poter scappare.
Lui evita il colpo abbassando il capo e offrendomi la sua schiena, molto più muscolosa e resistente.
Il ramo si spezza, era quasi marcio.
Il cane balza di nuovo per mordermi ma riesco a farmi da parte un’altra volta, peggio di prima.
Mi graffia la coscia con una zampa.
Per un attimo sento un dolore acuto, ma il mio corpo lo trasforma subito in livore e nuova energia.
Con un sol gesto mi tolgo il mantello della vecchia e glielo getto addosso.
Il cane abbaia e si agita cercando di liberarsi mentre mi siedo su di lui e lo prendo a pugni sulla testa.
La sua furia animale e la lana del mantello attutiscono i colpi.
Devo farlo svenire, non c’è altra soluzione.
Forse i miei colpi sono troppo deboli, mi sto tenendo.
Non so se riesco davvero a picchiarlo.
Perdo la concentrazione pensando alla mia debolezza e il cane tira fuori la testa da sotto il mantello.
Mi morde l’avambraccio sinistro.
Sento i suoi denti affondare nella mia carne, vedo la sua saliva schiumosa mischiarsi al mio sangue.
Mi ha ucciso.
Questo maledetto cane mi ha ucciso.
Non sento nemmeno tutto il dolore che dovrei, semplicemente caccio un grido e gli mollo un calcio più forte che posso.
Mi libera dal morso ma so di non avergli fatto troppo male col piede nudo.
Il cane esce da sotto al mantello e ci fissiamo.
Anche se è solo un istante, per me il tempo si ferma.
La bestia che ho davanti mi ha già ucciso.
Non c’è cura per la rabbia.
Appena usciranno i primi sintomi, sarò morto in pochi giorni.
Eppure lo vedo che ne vuole ancora.
Non sarà soddisfatto finché non vedrà la vita spegnersi nei miei occhi.
Ho una mezza dozzina di larghi buchi grondanti sangue sull’avambraccio.
Mi osservo da fuori e mi rendo conto di essere completamente furioso.
Non voglio morire, non così.
Ma è già successo tutto quello che doveva succedere.
Morirò di rabbia come un idiota.
Un fiume d’odio esonda nel mio cuore.
Anche io non sarò facilmente soddisfatto da questo scontro.
Il tempo riprende a scorrere e io e il cane saltiamo l’uno contro l’altro.
Con una zampata mi graffia il viso appena sotto l’occhio destro mentre lo placco e lo butto a terra sotto il mio peso.
Grosso errore.
Il cane ha la testa libera sopra la mia spalla.
Mi morde l’orecchio e rimane attaccato.
Sento il suono dei suoi denti stridere gli uni contro gli altri mentre provo il dolore più forte della mia vita.
Caccio un grido e faccio per alzarmi di scatto.
La cartilagine gli rimane incastrata in bocca e ora provo davvero il dolore più forte della mia vita.
Sto perdendo l’equilibrio, sento un fiotto di sangue scaldarmi il viso e scendermi lungo il collo e dentro la maglia.
Le energie non mi abbandonano, anche mentre la vista un po’ si annebbia.
Il cane approfitta del mio spaesamento per azzannarmi la caviglia destra.
Non ne posso più di questo fottuto animale e dei suoi tentativi di sbranarmi.
Che sia chiaro: sarò anche un uomo morto, ma non ho intenzione di perdere questo scontro.
Non posso.
Non voglio.
Che morte orribile è farsi fare a pezzi?
No.
No.
Non così.
Mi è chiaro che devo davvero fare appello a tutto il mio vigore e ignorare ancora di più il dolore.
Faccio cadere una potente gomitata sulla nuca del cane per liberarmi la caviglia e lo prendo per una zampa posteriore.
Lo sollevo e guaisce di dolore per la prima volta.
Dalla mia gola, invece, sgorga un verso belluino di cui non sapevo di essere capace.
Con tutte le mie forze scaglio il cane contro un grosso albero vicino a noi.
La sua spina dorsale fa un suono sordo e raccapricciante quando colpisce la corteccia.
Non gli do nemmeno il tempo di rialzarsi.
Gli salto addosso e lo afferro da dietro, stringendogli il collo tra le mie braccia.
Il cane si agita e prova a girarsi per mordermi, ma tiro indietro la testa e mi manca.
Non posso ammazzarti a calci, non posso ammazzarti a bastonate, non posso ammazzarti a pugni.
Vediamo come ti trovi senza aria, bastardo.
Stringo più forte che posso ma, più vedo il cane avvicinarsi allo sfinimento, più perdo le forze.
Finalmente perde i sensi.
Senza mollare la presa, lo porto allo stagno e gli tengo la testa sott’acqua per un paio di minuti.
Quando sono certo che non si risveglierà, lo lascio lì con il muso sommerso.
Mi lascio cadere all’indietro.
Ho il respiro corto.
Ho già perso parecchio sangue.
Gli uccellini riprendono a cantare.
Mi raggiunge il dolore di tutte le ferite.
La sensazione è vomitevole.
Striscio fino agli stivali e li infilo ai piedi con grande sforzo.
Le energie della battaglia sono completamente esaurite.
Per un attimo mi viene da ridere.
Alla fine i sintomi della rabbia non mi troveranno, ma i suoi demoni mi hanno preso in pieno.
Mi spiace tanto per Tom.
Sono felice di averlo liberato.
Ho sete.
Il sole mi brilla addosso e un po’ mi acceca, ma inizio ad avere freddo.
Mamma, sto arrivando.