Rambo Spacca

Mi chiamo Mxpkyllllllll e sono un parassita alieno.
Da tre anni a questa parte vivo sotto al cervelletto di un umano chiamato Pietro Casella, un cretino italiano.
Controllo tutte le funzioni del suo corpo e lui lo sa anche, ma se lo fa andare bene perché è disoccupato.
Esco allo scoperto per mandarvi un messaggio che ho molto a cuore: avete la mia incontrovertibile amicizia, non mi importa se probabilmente sono l’unico alieno con cui avrete mai a che fare pubblicamente.
Sul vostro pianeta sto una meraviglia, siete gli unici nella galassia ad avere la Brasilena e ad avere provato a fondere country e rock.
Questi sono solo due esempi, da queste parti mi piace tutto.
Non riesco a capire perché gli altri alieni siano così straniti dall’umanità.
Trovano assurdo tutto ciò che fate, da come vi nutrite a dove vivete ai vostri rituali di accoppiamento.
Avete presente quando fate i meme con gli alieni che criticano le vostre usanze?
Quelli che c’è l’omino grigio che parla con l’altro omino grigio di voi che andate in discoteca, ma non dicono “discoteca”, dicono “stanza con la musica adibita a limonare” e giù a ridere.
Non vi avvicinate nemmeno alla verità.
Prima di tutto non sapete che qui nella Via Lattea c’è effettivamente un’alleanza galattica con tutto un suo senato, in cui migliaia e migliaia di alieni decidono quali pianeti possono essere annessi.
Io, da emissario del senato, sono venuto qua a valutare la vostra idoneità.
Sono quattrocento e fischia anni che sorvoliamo il vostro sistema solare e rimandiamo la decisione.
Mi sembra tutto così assurdo.
Vi abbiamo presi in considerazione proprio per la vostra indipendenza e questa passione che avete per il libero arbitrio, ora facciamo i preziosi perché vi chiamate umani e non alieni come tutti gli altri?
Ma uno può chiamarsi un po’ come gli pare!
Se siete abituati così… boh.
Ci sono quelli che vi criticano perché siete fatti di carne e ossa a base carbonio, ci credereste?
Dicono che siete facili da rompere.
Sapete che il 99,999% della vita senziente nella nostra galassia è fatta di gelatina?
Io incluso!
Con le ossa e i muscoli si può fare un sacco di roba che a noi ha richiesto millenni di sviluppo tecnologico.
Martella un chiodo con un braccio di gelatina, vediamo.
Abbiamo dovuto fare il giro lungo e inventare i robot per piantare un cazzo di chiodo, mi spiego?
Robot fatti interamente di muco e magneti, c’è da diventar scemi.
Pazzi completi.
Poi se la prendono con voi anche per le vostre religioni.
E voi direte che c’è un sacco di roba ridicola nelle vostre religioni, che vi impegnate da secoli a capire se valga la pena tenerle.
I più poveri di spirito tra voi dicono che non ha senso credere in un tizio perfetto che ha creato l’universo e che ha messo incinta una vergine eccetera, ma quello chissenefrega.
Bene o male lo sapete che l’importanza delle religioni sta nel significato delle loro storie e alcuni di voi sono ancora lì a pensarci.
Molto nobile.
Trovo appassionante la vostra ricerca della verità.
E sia chiaro che anche noi alieni siamo religiosi.
So bene che ci immaginate superiori a certe cose, ma non lo siamo.
Il discorso è proprio un altro: ce l’abbiamo la religione, ma fa cagare.
Gli alieni credono che l’universo sia uno stomaco e che lo svolgimento della vita sia essere digeriti da un gigante cosmico.
Va bene che i giganti cosmici li avete anche voi, ma almeno li impacchettate bene!
Li compensate con una forma più terrestre della divinità – tipo Cristo o i semidei – e spesso li fate morire all’inizio delle vostre mitologie, anzi!
Spesso la loro morte è l’inizio di una mitologia, tipo quella norrena e mi sembra anche quella egizia.
Hanno anche nomi fighi, come Ymir o Brahma!
Il nostro gigante si chiama Carlo Marijuana ed è un postino che mente alla moglie.
La nostra forma di preghiera è consegnare la posta.
Osservare la nostra unica festività, La Grande Vergogna, è dire a chi abbiamo sposato che ora ci mettiamo a dieta per poi andare in pizzeria all’angolo e banchettare coi frittini.
Nessuna decorazione, nessun tempio, manco un palo santo.
Poi il vero problema qua è che abbiamo ragione.
Non scherzo, gli astrofisici alieni hanno confermato tremila anni fa che siamo effettivamente particelle infinitesimali nello stomaco di un postino goloso, ma voi almeno avete un sogno nel cuore, e che cazzo!
C’è meno poesia nel mondo quando sai che i lampi gamma sono carciofi alla romana.
Ne ho sinceramente abbastanza di questi alieni e di come vi trattano, vi giuro che dovreste sentire come parlano alle vostre spalle.
Fanno le vocine nasali per prendervi per il culo, appiccicano l’accento siciliano ovunque come i Simpson degli anni novanta.
Dicono che i vostri sistemi economici sono fallimentari.
Allora, è vero che non vi siete ancora stabilizzati e che le vostre teorie sul denaro prima o poi giungono tutte a un vicolo cieco, ma noi mica stavamo meglio prima di importare l’energia da quelli di Andromeda, che hanno trovato una fonte infinita di calore in una luna magica e praticamente ce la regalano.
Io sono allibito.
Giusto l’altro giorno stavo discutendo con un mio amico, Trwtgokffffffff, quando gli ho proposto di guardare un film.
Trwtgokffffffff mi ha fatto una palla e mezza sull’intrattenimento umano che mi piace.
Non la finiva più.
Mi diceva “Mxpkyllllllll, non lo guardo Rambo”, e io gli rispondevo “Ma dagli una cazzo di possibilità! Si può sapere perché devi essere così difficile?”
Apriti cielo.
Mi fa che io di film non ci capisco niente, che il Paziente Inglese è troppo meglio di Rambo, capito?
Il Paziente Inglese!
L’ustionato che vuole chiavare.
“Tu sei scemo completamente”, gli ho detto.
Rambo spacca.
Rambo si scontra con le milizie perché è incompreso.
Costruisce trappole con tecniche che ha imparato nella giungla, ha una mitragliatrice gigante.
Mi sento molto simile a Rambo, lo ammetto.
Sono un po’ lui.
Per questo ho deciso di restare qui sulla Terra con voi, per tutti i sei o sette anni che vi rimangono.
Non era un commento sarcastico ai vostri politici.
Fra un’ottantina di mesi consegnano la bomba quantistica o come si chiama (quantica?), quella che usiamo per obliterare i pianeti.
Il senato galattico ha mosso per la vostra distruzione ieri mattina.
So che troverete comunque il modo di prendervi bene, ho visto le vostre magliette con scritto “Non cambio per nessuno”.
Anzi, è proprio quando ho spiegato ai senatori che non sareste mai stati disposti a cambiare per loro che hanno deciso di rapire una manciata di voi e vaporizzare gli altri.
Vi ammiro un casino, per quanto mi manchi casa mi va benissimo rimanere ancora un po’ qua.
Chissà come stanno i miei figli.

GARF

Ho recentemente guardato il film di Garfield, quello animato del 2024 con Chris Pratt.
Normalmente, a partire da quel che minaccia di essere una merda, non guardo quasi nulla.
Tuttavia, durante una notte particolarmente annebbiata, alcuni clippini su YouTube mi avevano molto incuriosito.
Sostanzialmente, in “Garfield – Una missione gustosa” sembravano voler mettere il protagonista alle prese con una vera storia, addirittura un arco narrativo.
I miei sospetti sono stati confermati da una ricerca su Wikipedia, dove ho letto il primo paragrafo della trama.
La sera dopo mi sono trovato uno streaming e ho costretto il mio coinquilino a spararselo con me.
Da scrittore, sono tenuto dalla società ad emozionarmi all’idea che qualcuno abbia provato a tirare fuori un bel film dalla striscia Garfield.
Questo perché Garfield è, sostanzialmente, meme di gatti.
Odia il padrone, odia il cane, ha sempre fame.
Troviamo buffo affibbiargli caratteristiche e problemi dell’umanità, come l’odio per il lunedì.
Cosa potremmo dire di Garfield che non potremmo dire di qualsiasi gatto memato?
Che tratti caratteriali ha su cui possiamo costruire una storia complessa?
La pigrizia? Auguri.
E a chi pensa che per avere qualcosa di guardabile sia sufficiente assumere quella specie di mormone pazzo di Pratt: chiudete pure il blog, qui non ho niente per voi se non infamia e disperazione.

Quindi, come si fa un film su Garfield?
Questi hanno pensato di dargli un padre, randagio e assente a partire dall’infanzia del protagonista, che sia un po’ il suo opposto, per lo meno perché è un personaggio dinamico.
I due possono riunirsi, avere conflitti, imparare qualcosa l’uno dall’altro e in quattro e quattr’otto abbiamo un film.
Tutto questo mestiere qua è riuscito molto male, ve lo dico subito.
La trama si perde in una sequenza confusionale di gag e twist senz’anima che sono la principale sostanza del film.
Il dinamismo stesso del padre è un twist: scopriamo che era sempre stato buono, mentre Garfield decide di perdonarlo non perché il proprio personaggio abbia movimento, ma perché per coincidenza scopre di non essere mai stato davvero abbandonato.
Il mio piano iniziale, cioè tessere le lodi di un nobilissimo tentativo di cucire una trama attorno alla storia più vecchia del mondo (gatto=funny), è andato a farsi benedire.
Credo però di non avere buttato il mio tempo.

Il fim di Garfield fa una cosa molto interessante e strana.
Sono praticamente certo che niente di tutto questo sia worldbuilding intenzionale, anzi, temo sia proprio emergente.
In pratica, nel mondo del film di Garfield c’è la forma di schiavitù più crudele che io abbia mai visto in qualsiasi forma di media.
Arriviamoci passo passo.
Il film si apre con Garfield cucciolo che entra di nascosto in un ristorante dove John, il suo umano della striscia, sta mangiando da solo.
Garfield deve essere nascosto perché gli animali non possono entrare e rischiano di essere cacciati a pedate.
Fin qua: onesto, anche nei ristoranti del mondo reale spesso i gatti randagi non sono ben accetti.
La scena dopo è un flash forward che mette giù le basi dello stile di vita del nostro eroe, che vediamo usare lo smartphone di John per ordinare del cibo a casa.
Andiamo un po’ più avanti e, per farla breve, Garfield deve aiutare il padre a riscattare un vecchio debito con una gatta boss mafiosa, sua vecchia compagna di scorribande poi finita al gattile, dove è impazzita (haha funny).
Prendiamo nota che la società animale ha una sua complessità.
Per riscattare il debito del padre, i due gatti e il cane Odie devono entrare in una centrale del latte e rubarne una cisterna.
Nel preparare questo heist, fanno amicizia con un toro che è stato esiliato dallo stabilimento dove tengono la sua amata, cioè una mucca che viene obbligata a fare gli incontri con le scolaresche dove viene accarezzata e direi anche munta dai bambini.
Il toro ora sta fuori dalla centrale e ogni giorno aspetta l’ora d’aria di sua moglie per poter incrociare il suo sguardo.
A questo punto uno dice “Cazzo, in questo mondo gli animali sono senzienti e l’unico a rendersene conto è John, che come umano di Garfield ha questa caratteristica eroica”.
E poi, a metà film, IL PUTIFERIO.
La gatta cattiva fa il doppiogioco e telefona alla centrale del latte per dire loro che stanno per essere derubati.
Vediamo due persone che lavorano lì, ascoltano il messaggio in segreteria e sentono solo dei miagolii.
Funny joke? No.
Da qua in poi, niente di questo film farà ridere.
Per aiutarli, entra in scena la tipa che odia gli animali più di tutti, una sbirra specializzata nella loro cattura che tira fuori UNA APP SUL TELEFONO CHE TRADUCE I VERSI DEGLI ANIMALI IN LINGUAGGIO UMANO.
Ci sono le icone dei vari animali tradotti, ci sono gatti ed elefanti e ogni altra cosa.
Dici, l’ha inventata lei perché odia gli animali così tanto e lei è l’unica altra persona oltre a John che sa la verità.
Col cazzo.
A fine film, per fare un inganno, Garfield scarica la stessa app sul telefono di John.
L’inganno? Fingersi umano per coordinare la consegna della gatta cattiva sconfitta alla tipa cattiva, che in cambio libera la mucca.
Sì, tra l’altro puniscono la gatta cattiva con la stessa prigionia che l’ha precedentemente fatta impazzire.
Fa rima come le poesie, direbbe George Lucas.
Gli umani sanno che gli animali sono senzienti e li trattano come facciamo noi nel mondo reale, se non con ancora più odio, considerato che la sbirra è ben contenta di rilasciare la mucca in cambio di un prigioniero più prestigioso.
Anche i rapporti tra animali sono confusi e crudeli.
Il toro e la mucca sono personaggi chiave per cui i protagonisti provano affetto e simpatia.
C’è una scena in cui Garfield dice a John che vuole affogare nel formaggio, uno dei prodotti della schiavitù dei suoi amici.
Non solo: GARFIELD MANGIA LE LASAGNE.
Nelle lasagne c’è il manzo.
Ora, a mio avviso il cannibalismo può essere definito non solo come il consumo delle carni di un membro della propria specie, ma anche come il consumo di una specie che è altra, ma senziente.
Credo che parecchi sarebbero d’accordo: se un animale può leggere e scrivere, è troppo vicino all’umanità per essere ammazzato, dissanguato, sbudellato, scuoiato, macellato, imballato, venduto e cotto in un ragù.
Questo, per mia fortuna, non sembra applicarsi ai bovini del mondo reale.
Il pianeta è un po’ meno fortunato perché l’odierna industria del manzo è tra le più inquinanti di sempre, ma la vita è anche sacrificio (in questo caso particolare io Pietro sacrifico il pianeta Terra perché voglio la fettina con già sopra gli aromi nella vaschetta di polistirolo).
Il film non parla di queste condizioni in cui gli animali sono costretti a vivere.
Il film parla di perdono in modo molto vago.
Questi di cui vi ho parlato sono tutti elementi di trama privi di significato e regole, atti a giustificare le varie gag e quello che i personaggi hanno da dirsi.
Chissenefrega dirà qualcuno, i film per bambini non hanno bisogno di questo livello di coerenza.
Vero, ma quelli belli tendono ad averlo.
Ricordate Toy Story?
Quella serie fa sforzi enormi per tenere salde le proprie regole.
E io sono il primo a trovare aberrante e spaventoso che in quel mondo si possa creare vita senziente dalla materia morta, più o meno indipendentemente dalla complessità della composizione.
Toy Story 4, con il personaggio di Forky, suggerisce che applicare degli occhi adesivi a qualsiasi oggetto e giocarci un po’ gli dia la vita.
Toy Story 1, con le creature di Syd, suggerisce che i giocattoli siano funzionalmente immortali e creati della stessa sostanza “giocattolo”, perché possono essere smembrati e ricomposti e continuano a vivere.
Mi chiedo se, tramite un’operazione tipo Nave di Teseo, si possa portare una lattina ad essere Buzz Lightyear ma conservando tutti i ricordi di quando era una lattina.
Toy Story 3 suggerisce che esista un punto di non ritorno nella loro distruzione quando vediamo che una fornace sarebbe per loro la fine.
C’è da perderci del sonno.
Rimane imperativo per le fondamenta di quelle storie che gli umani non siano mai messi al corrente di tutto ciò.
In Garfield la situazione è molto diversa.
Qui la mente animale non ha nessuna differenza rispetto a quella umana.
Le bestie sono perfettamente capaci di intendere, di volere e di interagire con tutta la tecnologia e strumentazione delle persone.
Qual è la politica vigente in questo mondo?
Garfield, peraltro, è proprietà privata di John.
Lo vediamo chiaramente quando finisce al gattile e John va a riprenderselo, no questions asked.
Non esibisce nemmeno un documento.

Bon, non c’è nessuna morale o soluzione in questa roba che ho scritto.
Mi sono solo accorto di questa cosa e dovevo dirlo al mondo.
Nessun uomo nella storia ha mai sofferto come gli animali del film di Garfield.
Dio santo, immaginate i pollai.
Spero che il sequel sia una specie di Sophie’s Choice, è onestamente il minimo.

P.S.
John ha soldi infiniti: nell’arco del film Garfield spende migliaia di dollari in food delivery, la cui maggior parte nel climax d’azione.
Il denaro non è un problema, spenderne troppo è divertente e utile per risolvere i propri problemi.
Siamo nel deserto.

SCENA DI VITA AGRESTE

La mamma mi ha sempre detto di non togliere mai gli stivali nella foresta, per nessun motivo al mondo.
Non sai mai quando dovrai correre, non sai mai cosa potresti calpestare.
Mi chiedo come mai io senta ancora di ribellarmi a lei quando mi metto scalzo.
La sento che mi sgrida, anche se non può più dirmi niente.
Non so che farci, mamma, con gli stivali addosso non sento la terra sotto i piedi.
Sento solo duro e morbido, ma non c’è freddo e caldo, non c’è asciutto e bagnato, non c’è liscio e ruvido, non c’è vivo e morto.
Sono da solo nella mia radura preferita, seduto davanti allo stagno.
Vedo i girini nuotare dolcemente.
È buffo come impazziscono quando provo a toccarli o, più sadicamente, faccio un mulinello in mezzo a loro con un bastoncino.
Ancora poche settimane e scoppierà l’estate, ma si sta già benissimo da almeno un mese.
Il canto degli uccellini firma la dolcezza di questo momento dell’anno.
C’è un motivo se sono qui.
Una settimana fa è sparito Tom, il cane del nostro capo.
Non è davvero suo.
Tom è sempre stato il cane di sua moglie, sono inseparabili da sette anni.
Conosco quel cane, gli voglio bene.
La vecchia ha fatto bene a chiedere a me di recuperarlo.
Al villaggio, gli unici che conoscono la foresta meglio di me sono troppo anziani per avventurarvisi da soli.
E poi Tom non si fida quasi di nessuno, anche se a me ha sempre dato molto affetto.
Non che piacere ai cani sia una scienza troppo complicata: li gratti dietro l’orecchio, dai loro qualcosa da mangiare e non giochi mai a spaventarli.
Basta davvero non essere stronzi e ci si fa degli amici per la vita.
Il capo non sembra nemmeno preoccupato, davvero non lo capisco.
Va bene la scorza, va bene non mostrarsi mai deboli, ma è pur sempre sparita l’unica creatura in quella casa capace di portare un po’ di gioia.
La vecchia ha pure dovuto chiedermi di nascosto di aiutarla a ritrovare Tom.
Credo che il capo voglia chiudere il capitolo il prima possibile, ma potrebbe anche volere un po’ più bene a sua moglie, tutto qua.
I cani mi piacciono davvero tanto.
Quando li guardi negli occhi vedi il tuo riflesso in un modo che i cristiani non ti possono offrire, perché siamo creature incomplete.
Vogliamo sempre qualcosa, siamo sempre impegnati a nascondere i nostri segreti.
Abbiamo decisamente troppi problemi e aspettative per poter offrire agli altri il loro riflesso.
Anche io ne sono colpevole.
I cani, invece, non ti tirano questo brutto scherzo.
Non sanno niente e per questo puoi essere certo che, quando ti guardano, stanno semplicemente guardando quello che hanno davanti.
E lì ti vedi.
Lì ti capisci.
Quasi mi spiace doverlo ingannare ma, se vogliono stare nascosti, i cani sono davvero difficili da trovare.
È per questo che ho addosso il mantello della vecchia e che ho ammucchiato attorno a me degli scarti di gallina.
Onestamente, sono stupito che non mi abbia già raggiunto qualche altro animale.
È anche vero che è giorno.
Sto ancora davanti allo stagno, in attesa, per più di un’ora.
Penso alla mamma e a quanto sarebbe preoccupata per me.
Mi chiedo come mai la sua apprensione non sia stata seppellita con lei.
Non capisco perché il rischio mi faccia sentire così realizzato, ma è innegabile che sia così.
Evidentemente prendersi dei rischi è necessario per piacersi un po’ di più.
Pensandola così riesco ad accettarla senza avere bisogno di capire il perché.
Forse, invece, queste continue domande che mi faccio sono proprio la mancanza di accettazione.
La mamma mi direbbe di riposare un po’, ma sono giorni che dormo malissimo.
L’altra notte ho sognato una cometa, delle dimensioni di un maialetto, che si schiantava a terra davanti a me, mancandomi di nemmeno una spanna.
La innaffiavo e spuntavano dei fiori dalla roccia porosa.
Poi, si alzava in volo e schizzava in cielo.
Io restavo a guardarla finché non spariva l’ultimo bagliore.
Quando mi sono svegliato, mi sentivo più morto che vivo.
Giuro che quel sogno mi ha invecchiato di trent’anni almeno.
Sto giusto riflettendo sul sogno quando sento un rametto spezzarsi e il fruscio delle foglie.
Mi volto.
È Tom.
Mi sta guardando.
Sembra dimagrito, il suo pelo color castagna è arruffato e ha dei grumi di sangue sul dorso.
Rimane comunque un pastore abbastanza grosso, è sempre stato anche parecchio forte.
Lo chiamo e gli fischio come siamo abituati, ma non si avvicina.
C’è ansia nella sua posa, se non addirittura bellicosità.
Gli sorrido, lo guardo meglio e impallidisco: nei suoi occhi non c’è il mio riflesso, c’è solo un confuso qualcosa da ammazzare.
Dalle sue fauci esce un’inconfondibile schiuma, bianca e densa.
Ha la rabbia.
A un giorno e mezzo di cammino dal villaggio c’è una caverna colma di pipistrelli, Tom deve esserci finito dentro giorni fa.
Mi squadra.
Vedo il nemico nelle sue pupille appassite.
Sta per attaccarmi.
Gli stivali sarebbero troppo lontani da me anche se il cane fosse così cavaliere da lasciarmeli indossare.
Non devo, per nessun motivo, lasciarmi mordere.
Un morso e sono morto.
Più facile a dirsi che a farsi.
Da adolescente ho già lottato con un cane, ma non era rabbioso.
Mi sono lasciato mordere per colpirlo bene e spaventarlo.
Non è stato un problema, un cane sano difficilmente morde con tutte le sue forze, perché in cuor suo sa, se lo facesse, che tipo di scontro lo aspetterebbe.
Noi sani abbiamo delle regole.
Tom, però, non è più uno di noi.
Vedo il suo corpo andare ancora più in tensione e lo sento ringhiare leggermente.
Ricevo una scossa di energia e mi alzo in piedi.
Gli uccellini, trepidanti anche loro, hanno smesso di cantare.
Forse ho modo di scappare, ma non posso nemmeno ricondurlo al villaggio, dove ci sono donne e bambini.
Gli voglio bene, non voglio combatterlo, ma so che devo.
Ho molta paura.
Tra me e lui ci sono alcuni rami caduti, uno in particolare sembra lungo e robusto abbastanza.
Se riuscissi a prenderlo potrei cavarmela.
Il cane scatta verso di me con un latrato.
Paura, non bloccarmi.
Schivo il suo primo attacco saltando a destra e lo colpisco con un pugno.
Lo prendo maldestramente alla schiena e non gli faccio niente.
Mentre lui si gira per venirmi di nuovo addosso, mi butto sul ramo e lo brandisco con entrambe le mani.
È più leggero di quanto pensassi, non promette bene.
Il cane è di nuovo vicinissimo.
Morde l’aria e lo colpisco al muso con la punta del bastone.
Indietreggia per un attimo e, nella foga, gli meno un colpo alla testa sperando di tramortirlo e poter scappare.
Lui evita il colpo abbassando il capo e offrendomi la sua schiena, molto più muscolosa e resistente.
Il ramo si spezza, era quasi marcio.
Il cane balza di nuovo per mordermi ma riesco a farmi da parte un’altra volta, peggio di prima.
Mi graffia la coscia con una zampa.
Per un attimo sento un dolore acuto, ma il mio corpo lo trasforma subito in livore e nuova energia.
Con un sol gesto mi tolgo il mantello della vecchia e glielo getto addosso.
Il cane abbaia e si agita cercando di liberarsi mentre mi siedo su di lui e lo prendo a pugni sulla testa.
La sua furia animale e la lana del mantello attutiscono i colpi.
Devo farlo svenire, non c’è altra soluzione.
Forse i miei colpi sono troppo deboli, mi sto tenendo.
Non so se riesco davvero a picchiarlo.
Perdo la concentrazione pensando alla mia debolezza e il cane tira fuori la testa da sotto il mantello.
Mi morde l’avambraccio sinistro.
Sento i suoi denti affondare nella mia carne, vedo la sua saliva schiumosa mischiarsi al mio sangue.
Mi ha ucciso.
Questo maledetto cane mi ha ucciso.
Non sento nemmeno tutto il dolore che dovrei, semplicemente caccio un grido e gli mollo un calcio più forte che posso.
Mi libera dal morso ma so di non avergli fatto troppo male col piede nudo.
Il cane esce da sotto al mantello e ci fissiamo.
Anche se è solo un istante, per me il tempo si ferma.
La bestia che ho davanti mi ha già ucciso.
Non c’è cura per la rabbia.
Appena usciranno i primi sintomi, sarò morto in pochi giorni.
Eppure lo vedo che ne vuole ancora.
Non sarà soddisfatto finché non vedrà la vita spegnersi nei miei occhi.
Ho una mezza dozzina di larghi buchi grondanti sangue sull’avambraccio.
Mi osservo da fuori e mi rendo conto di essere completamente furioso.
Non voglio morire, non così.
Ma è già successo tutto quello che doveva succedere.
Morirò di rabbia come un idiota.
Un fiume d’odio esonda nel mio cuore.
Anche io non sarò facilmente soddisfatto da questo scontro.
Il tempo riprende a scorrere e io e il cane saltiamo l’uno contro l’altro.
Con una zampata mi graffia il viso appena sotto l’occhio destro mentre lo placco e lo butto a terra sotto il mio peso.
Grosso errore.
Il cane ha la testa libera sopra la mia spalla.
Mi morde l’orecchio e rimane attaccato.
Sento il suono dei suoi denti stridere gli uni contro gli altri mentre provo il dolore più forte della mia vita.
Caccio un grido e faccio per alzarmi di scatto.
La cartilagine gli rimane incastrata in bocca e ora provo davvero il dolore più forte della mia vita.
Sto perdendo l’equilibrio, sento un fiotto di sangue scaldarmi il viso e scendermi lungo il collo e dentro la maglia.
Le energie non mi abbandonano, anche mentre la vista un po’ si annebbia.
Il cane approfitta del mio spaesamento per azzannarmi la caviglia destra.
Non ne posso più di questo fottuto animale e dei suoi tentativi di sbranarmi.
Che sia chiaro: sarò anche un uomo morto, ma non ho intenzione di perdere questo scontro.
Non posso.
Non voglio.
Che morte orribile è farsi fare a pezzi?
No.
No.
Non così.
Mi è chiaro che devo davvero fare appello a tutto il mio vigore e ignorare ancora di più il dolore.
Faccio cadere una potente gomitata sulla nuca del cane per liberarmi la caviglia e lo prendo per una zampa posteriore.
Lo sollevo e guaisce di dolore per la prima volta.
Dalla mia gola, invece, sgorga un verso belluino di cui non sapevo di essere capace.
Con tutte le mie forze scaglio il cane contro un grosso albero vicino a noi.
La sua spina dorsale fa un suono sordo e raccapricciante quando colpisce la corteccia.
Non gli do nemmeno il tempo di rialzarsi.
Gli salto addosso e lo afferro da dietro, stringendogli il collo tra le mie braccia.
Il cane si agita e prova a girarsi per mordermi, ma tiro indietro la testa e mi manca.
Non posso ammazzarti a calci, non posso ammazzarti a bastonate, non posso ammazzarti a pugni.
Vediamo come ti trovi senza aria, bastardo.
Stringo più forte che posso ma, più vedo il cane avvicinarsi allo sfinimento, più perdo le forze.
Finalmente perde i sensi.
Senza mollare la presa, lo porto allo stagno e gli tengo la testa sott’acqua per un paio di minuti.
Quando sono certo che non si risveglierà, lo lascio lì con il muso sommerso.
Mi lascio cadere all’indietro.
Ho il respiro corto.
Ho già perso parecchio sangue.
Gli uccellini riprendono a cantare.
Mi raggiunge il dolore di tutte le ferite.
La sensazione è vomitevole.
Striscio fino agli stivali e li infilo ai piedi con grande sforzo.
Le energie della battaglia sono completamente esaurite.
Per un attimo mi viene da ridere.
Alla fine i sintomi della rabbia non mi troveranno, ma i suoi demoni mi hanno preso in pieno.
Mi spiace tanto per Tom.
Sono felice di averlo liberato.
Ho sete.
Il sole mi brilla addosso e un po’ mi acceca, ma inizio ad avere freddo.
Mamma, sto arrivando.

DI NASCOSTO A DANZARE

Stefano Corradi aveva cinquantasette anni e faceva il tassista.
Non era un uomo bello o simpatico in modo che avesse mai colpito qualcuno, né disponeva di talenti o velleità che l’avessero fatto spiccare in qualsiasi disciplina.
Tuttavia, non spariva senza protesta nel sottofondo della società: moltissimi dei suoi passeggeri lo ricordavano fino a un paio di giorni dopo averlo incontrato, certi suoi colleghi cercavano sempre di scambiare qualche parola con lui, era anche stato sposato.
Fatto sta che Stefano era, dalla nascita, contraddistinto da una curiosità decisamente superiore alla media.
Questa avidità di informazioni mal direzionata e caotica, tipica dei bambini, diventò presto un’ideale di vita, una missione.
Il sapere gli avrebbe portato l’unica vera salvezza e tutto il potere che gli era sempre mancato.
Infatti, Stefano avrebbe voluto diventare un uomo importante, pieno di risorse, libero e un pizzico imprevedibile, ma non ne era stato in grado.
In verità non gli mancava nemmeno l’intelligenza, e questo suo puro e innato istinto alla conoscenza avrebbe potuto essere il perfetto compagno di viaggio per fare qualcosa della sua vita.
Il problema di fondo era uno dei più semplici da realizzarsi: il padre di Stefano era un uomo arrabbiato e insicuro, e aveva convinto il figlio di essere uno stupido.
Il vecchio Umberto Corradi, uomo di forte personalità e pragmatico sopra ogni cosa, si era sposato tardi e aveva figliato ancora dopo.
Aveva avuto molte delusioni nella vita, da vari tipi di imprese economiche – poi fallite – in cui si era lanciato, per la precisione ben tre bar e un bar-libreria andati in fumo.
Questo, oltre all’aver messo su famiglia, lo aveva obbligato a soffocare le proprie ambizioni e andare a lavorare in un hotel in centro, dove veniva pagato anche decorosamente, ma per rispondere a un numero interminabile di superiori.
Il suo pragmatismo gli permise, è vero, di svolgere splendidamente quel lavoro fino all’infarto, ma lo aveva condannato a una vita spirituale così da niente che Umberto non comprendeva nemmeno che gli altri potessero averne una. Anzi, ne era tanto spaventato e irritato quanto segretamente – anche da sé stesso – vi anelava.
Immaginerete ora quale effetto potesse avergli fatto trovare nel suo unico figlio un ragazzino che aveva sempre il naso in un libro diverso, senza mai decidersi su cosa lo interessasse davvero! Agli occhi del padre occhi Stefano era completamente incapace di applicarsi a qualsiasi cosa, se non tediare il genitore con le domande più assurde, per di più nei momenti meno appropriati.
Senza contare che questi erano gli unici momenti in cui il piccolo fiatava: se non aveva domande da fare restava zitto, indifferente ai regali come alle frequentissime sgridate del padre.
Umberto si convinse così a rendere Stefano partecipe delle sue opinioni: “Sei un incapace, un buono a nulla. Qualcosa nel cervello non ti funziona, sei uscito male. Giuro che appena sei grande abbastanza ti metto a lavorare”, iniziò a dirgli dalla quarta elementare in poi.
Mantenne la promessa.
Umberto chiese una serie di favori che non poteva permettersi di ricambiare e, quando Stefano fu in età e patentato, gli sbatté davanti una licenza da tassista, di dubbia provenienza ma in piena regola.
Il ragazzo, a quel punto della sua vita già annichilito e convinto della superiore intelligenza del padre, accettò anche quel regalo in silenzio, ferendo profondamente l’orgoglio di Umberto, che si aspettava chissà quali commossi ringraziamenti.
Gli sforzi del padre avevano ottenuto il risultato sperato di piegare Stefano ma, invece che ammazzargli la curiosità, l’avevano trasformata in una segreta ossessione: accumulare abbastanza sapere da potersi scrollare di dosso quei suoi falsi difetti innati.
Era diventata assoluta convinzione del giovane tassista che da qualche parte nel mondo fosse nascosta una singola, incontrovertibile e oggettiva verità, conosciuta solo dai più illuminati.
Stefano era uno stupido, certo, uno che a malapena aveva frequentato l’istituto tecnico a cui l’avevano iscritto perché sapeva che tanto sarebbe rimasto indietro, ma qualcosa in lui gli diceva che la verità era alla sua portata.
Avrebbe comunque dovuto sostentarsi nel frattempo che la cercava, anche per questo accettò di diventare tassista, lavoro che per anni svolse in distaccato silenzio, senza mai dire più dello strettissimo necessario ai passeggeri.
Quando era nei suoi vent’anni, infatti, aveva già da tempo imparato a relegare la curiosità alla vita più intima, dove poteva condurre le sue ricerche senza essere interrotto.
Questo significa che anche l’intero rapporto con Glenda, la donna che aveva sposato, era stato dominato dalla fame di conoscenza di Stefano.
In pratica, quando i due giovani si conobbero lui non capì assolutamente nulla di lei e per questo motivo se ne innamorò perdutamente.
La ragazza, da parte sua, sopportava Stefano e per suo carattere credette che non ci fosse molto altro da desiderare in un amore.
Ci vollero decenni di matrimonio e conoscenza perché lui finalmente comprendesse appieno la natura cinica e passiva della moglie, ma quando avvenne non ebbe nessuna forte reazione negativa, non avvertì nemmeno un dispiacere.
Semplicemente, scoprì che avendola capita non la amava più e le chiese il divorzio più amichevole di cui fossero capaci.
Della perdita di quel sentimento, ai suoi occhi auto inferta ma necessaria, invece si dispiacque molto.
Nel frattempo, comunque, Stefano si era dato da fare.
Con l’avvento di Internet, la sua ricerca della verità l’aveva trascinato nei meandri più insoliti dell’ontologia, abitati regolarmente da personaggi assurdi.
Dall’universo come simulazione nei computer di una razza aliena alla schiavitù umana sotto i dinosauri, Stefano aveva letto di tutto e ascoltato ogni genere di voce.
Era certo che un giorno avrebbe risolto il problema della vita e che solo a quel punto non sarebbe più stato quello che suo padre, scomparso la mattina in cui Stefano compiva ventisette anni, aveva generato.
Trovò la sua risoluzione proprio nel periodo in cui si stava preparando a parlare di separazione con Glenda, o forse immediatamente dopo. Stefano non ricordava molto di quel periodo così annebbiato.
Il nostro eroe stava consultando un forum in rete nel quale alcuni utenti scrivevano con grande passione di un’apocalisse in arrivo, del ritorno di Gesù Cristo e di un buco nero, quattro volte più grande del sole, posto di fronte alla terra.
Questi temi, organizzati in questo modo particolare, smossero finalmente qualcosa di speciale in Stefano, che si addentrò sempre di più in questa nicchia apocalittica.
Scoprì che le teorie di cui si stava informando erano state sviluppate da tale Tommaso Tacoma, una specie di guru che si spacciava per americano e che aveva raccolto attorno a sé un numero sorprendentemente nutrito di seguaci.
Stefano iniziò quasi immediatamente a seguire, rigorosamente a pagamento, le dirette in rete di Tacoma.
Mandava ogni settimana alla casella postale della setta un po’ di denaro e certe pressanti domande scritte a biro su qualunque pezzo di carta trovasse sul taxi.
L’indirizzo era quello della defunta madre di Tommaso.
Nel giro di due mesi, Stefano si ritrovò del tutto convinto che la fine del mondo fosse imminente.
Appropriatosi di questa inoppugnabile verità, cambiò personalità da un giorno all’altro.
Quello che prima era stato un uomo taciturno, chiuso in una ricerca che non poteva essere comunicata, diventò socievole e aperto, pronto a far vedere a tutti che avevano a che fare con uno Stefano Corradi che aveva finalmente capito cosa stesse succedendo e, ancora meglio, cosa stava per succedere.
Il tassista, peraltro, si appassionò al fare proseliti della sua nuova religione.
Colleghi, clienti, persino il suo avvocato e quello di Glenda venivano informati dell’imminente fine del mondo.
Stefano, però, era anche geloso di alcuni aspetti da lui ritenuti più profondi della conoscenza a cui era arrivato.
La setta di Tommaso Tacoma era suddivisa in classi di varia importanza, in modo che ogni membro avesse sempre qualcuno da invidiare o da sottomettere.
In più, chi donava somme considerevoli alla causa era messo al corrente delle scoperte maggiormente scomode fatte da Tacoma. Di queste, Stefano non parlava con nessuno.

In un soleggiato pomeriggio dell’ultimo di ottobre, il taxi del nostro eroe si fermò di fronte al TAR di Milano e vi salì un ragazzo dall’aspetto giovane, ma provato.
Si trattava di uno studente prossimo alla laurea, come molti ventenni troppo scapestrato quando importava e troppo poco quando invece avrebbe potuto divertirsi davvero.
“Dove andiamo?”, chiese Stefano sorridente.
“Via Corelli, appena oltre il ponte sul Lambro”.
“Pronti! Lì è ancora Ortica, vero?”
“Sì, credo di sì”, rispose pigramente il ragazzo guardando fuori dal finestrino.
“Ah!”, rise Stefano, “Quindi andiamo alle ortiche, eh?”
Nonostante la banalità, quella era davvero la prima volta che quella battuta gli venisse in mente.
L’avrebbe usata a proprio favore.
Il ragazzo non rispose, si limitò a continuare a guardare il cielo e forse disse qualcosa sottovoce.
“Sì, proprio alle ortiche. Infatti, vedo che guardi fuori! Anche tu non te ne capaciti, vero?”, continuò Stefano senza cedere un millimetro di terreno.
“Di cosa?”
“Di tutti questi qua travestiti! Ma scusa, tu come ti chiami?”
“Nando”.
“Molto piacere Nando, io sono Stefano! Dicevo, li hai visti?”
“Ma si riferisce a quelli di Halloween? I bambini?”
Il tassista fu molto contento di aver già catturato l’attenzione del ragazzo.
“Già. Fanno venire i brividi. Non sanno che stanno festeggiando Satana”.
“Addirittura Satana!”, esclamò Nando.
“E chi se no? Guarda che Halloween viene da hallow eve, è inglese. Vuol dire ‘la festa di Satana’, non scherzo, sai?”
Il giovane fece un sorrisetto che cercò di nascondere.
“Se lo dice lei, mi fido”.
“Fai bene, Nando! E dammi pure del tu, che siamo fratelli”.
“Ah, scusa. Certo. Stefano, giusto?”, chiese il ragazzo.
“Esatto! La leggi la Bibbia, Nando?”
“Come? No, non la leggo. Da bambino qualcosa, al catechismo”.
“Io la leggo tutti i giorni. Tutti. La mattina quando mi alzo e la sera quando vado a dormire, leggo un po’ di Bibbia. La finisco e la inizio da capo, e vado avanti”.
“Caspita!”
“Già. Ma è così che ci salviamo, sai? Con la parola di Dio. La Bibbia l’ha scritta lui, per questo è perfetta. Se l’avessero scritta gli uomini non sarebbe perfetta, o no?”
“Probabilmente gli uomini l’avrebbero scritta con l’aiuto del Diavolo”, sogghignò Nando.
“Lo vedi che ci capiamo! Bravo, bravo. Sai che la Bibbia è tutta vera? Gli archeologi hanno trovato le tracce del diluvio universale: ci sono le conchiglie sulle montagne, Nando! Sulle montagne. Chi l’avrebbe mai detto che era tutto vero?”
“Ah, guarda, questa proprio mi mancava”.
“Vedi? Fanno queste scoperte e si fanno gli affari loro! Bisogna andarsele a cercare le risposte. E intanto mandano i bambini a servire Satana”.
“Roba da matti”.
“A chi lo dici! E primi a servirlo lo sai chi sono? Tira a indovinare! Magari sono gli ultimi che ti aspetteresti, quelli che dovrebbero stare più vicini a Dio”.
Nando fece una ridicola posa pensierosa.
“La Chiesa”, disse poi.
“Hai indovinato! Loro sono i primi servi, si occupano solo di quello che succede sulla terra, proprio come il Diavolo!”, quasi gridò Stefano.
“Ho letto un libro russo che a un certo punto parlava di questo, più o meno”.
“Io quella roba non l’ho mai toccata, non sono abbastanza intelligente. Tu hai studiato invece, eh?”
“Non ho ancora finito. Sto studiando legge, ma non mi piace tanto”, rispose il ragazzo senza riconoscere di essere stato preso dal discorso.
“Studia, Nando, studia! Ti fa bene, e poi serviranno anche gli avvocati nel nuovo mondo”.
“In che senso?”
Per Stefano, il suo passeggero ora era pronto a sentire la verità.
“Gesù torna, Nando. Torna davvero”, disse con tono deciso e importante.
Il giovane spalancò la bocca.
“Dici sul serio?”
“Non scherzerei mai su una cosa del genere. I segnali sono ovunque. Gesù sta per tornare e ci porterà tutti via con lui”.
“Come nell’Apocalisse di Giovanni?”
“Ma allora conosci la Bibbia! Sì, proprio come nell’Apocalisse di Giovanni, ma anche diverso. È lunga da spiegare, Nando, ma questi libri vanno interpretati. Se gli uomini potessero capire la lingua di Dio, non avremmo mai avuto problemi”, sentenziò Stefano.
“E quindi come sarà?”, chiese il ragazzo con un leggero sospiro.
“Te la faccio breve, che siamo quasi arrivati. Se tu interpreti bene l’Apocalisse, scopri che Gesù porterà un buco nero, o meglio, quello che noi chiamiamo buco nero, davanti alla terra.
Sarà grande quattro volte il sole e, per come la vedremo noi, si mangerà il pianeta. Ma i buchi neri non sono quella roba strana che dicono i fisici, che ci capiscono loro del creato? Niente! Non capiscono niente!”
“È vero!”, rise Nando.
“I buchi neri”, continuò Stefano guardando lo specchietto retrovisore più che la strada, “sono portali per il paradiso che Dio ha sparso per l’universo. Ti ricordo che l’Eden era qua da noi, era nel mondo materiale. Dio, quindi, non ha cacciato l’uomo dal giardino, se l’è portato dietro e ci ha lasciati qua! Ma torna, Nando. Torna a prenderci tutti e saremo di nuovo nel suo giardino, ma vivi! Mica viene ad ammazzarci, Dio è amore! Nessuno soffrirà più, la società sarà perfetta. Poi, quando sarà il momento, ognuno di noi piano piano si addormenterà e si sveglierà morto, una semplice anima che non fa altro che contemplare la luce di Dio”, disse commosso il tassista.
“Tutto questo l’hai capito leggendoti la Bibbia?”
“Magari! No, non sarei mai stato in grado. Mi ha insegnato tutto Tacoma, lo conosci?”
“Temo di no”.
“Tommaso Tacoma è l’uomo più intelligente del mondo in questa epoca di demoni, parlo di un vero profeta! Fa un sacco di video su Internet, ha anche scritto dei libri. Nessuno gli ha detto di farlo, eh! Tutto da solo, si è messo lì e ha scritto dei libri. Una mente davvero speciale. Cercalo sul telefono, lo trovi di sicuro. Oramai è l’unico che sparge davvero la parola del Signore. Gli uomini non contano niente di fronte a Dio, ma lui è più importante qualunque uomo”.
Nando, che stava già cercando Tacoma all’inizio del discorso di Stefano, dovette soffocare una risatina quando vide i nemmeno trecento seguaci in tutto che il grande profeta vantava sui suoi vari social.
“Trovato”, si limitò a dire.
“Fa vedere? Sì, proprio lui! Seguilo, seguilo! Proprio stasera farà una diretta, io mi sintonizzerò di sicuro. Non me ne perdo una. Ci sarai?”
“Farò del mio meglio… ecco, qui va bene, posso scendere qua”.
“Sicuro? Non ho nemmeno fatto il ponte”.
“Sì, non c’è problema. Faccio due passi in più, sono stato seduto tutto il giorno”.
“Allora accosto. Nando, mi ha fatto un grande piacere conoscerti. Non si incontrano spesso ragazzi svegli e preparati come te. Spero di trovarti stasera alla diretta di Tacoma!”
Stefano fece scendere il ragazzo dalla macchina dimenticandosi di farlo pagare e si diresse fischiettante al parcheggio dei taxi di Milano Centrale, dove si sarebbe goduto una meritata pausa e un caffè con i colleghi.

L’arrivo di Stefano Corradi era sempre atteso con grande anticipazione dagli altri tassisti, che non vedevano l’ora di sentire la sua più recente illuminazione o qualche inneggiamento a Tommaso Tacoma.
Anche quel giorno non fece da eccezione: Stefano non era lì da nemmeno cinque minuti che già tre colleghi gli stavano offrendo il caffè a un bar della stazione.
Per la precisione, avevano lasciato il conto al più anziano di loro, Mauro, che era anche il più generoso. Era un uomo di settant’anni, fin troppo ammansito dall’esperienza, che oramai si interessava soltanto alla pittura e ai liquori francesi.
Stefano Corradi gli era sempre piaciuto, sia quand’era solitario e taciturno, sia da quand’era sbocciata la sua nuova personalità un anno prima. Era certo che alle persone tutto succedesse per un motivo e avesse, alla fine, la sua utilità.
Per questo, però, capitava che rimanesse troppo a osservare le vicende senza interagire, anche quando si trattava dei suoi cari più stretti.
Ammiccando agli altri, chiedeva dolcemente a Stefano se anche quel giorno la clientela avesse ascoltato il suo messaggio con la solta accoglienza.
“Sì! Come al solito, ho collezionato bocche aperte. Qualcuno ha addirittura perso l’uso della parola!”, esclamò contento il nostro eroe.
“Vorrei ben vedere! Con la tua parlantina è impossibile anche pensare, figurati rispondere!”, rise Francesco, che invece era il più giovane del gruppo.
Aveva appena compiuto trent’anni e faceva il tassista da due. Era sposato con l’unica ragazza con cui fosse mai stato e aveva dedicato tutta la sua vita a una terribile paura di separarsene, trasformatasi in un vero e proprio terrore segreto di perdere senno e matrimonio al tempo stesso come era successo a Stefano un anno prima.
Incapace di controllare questi sentimenti nei confronti del nostro eroe, era velocemente passato dall’ammirarlo per la sua vita placida e sicura a un grezzo, aperto bullismo.
Stefano, comunque, rise della battuta di Francesco.
“Hai ragione, parlo tanto. Ma è perché ho tanto da dire! Sapete che quando ci riuniremo nell’Eden lavoreremo tutti? Ma non sarà un lavoro con un padrone che è uomo, gli uomini sono avidi e la Bibbia ci insegna che possono esserlo anche nella casa del Signore. No, il padrone sarà solo Dio, ci lascerà lavorare in pace, per il puro gusto di farlo”, disse.
L’ultimo del gruppo, Carlo, fece un verso che voleva sembrare uno sbuffo ma che uscì quasi come un latrato.
“Le solite cavolate! Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo? In paradiso a lavorare… non ho parole”, ringhiò.
Carlo, devotissimo cattolico di mezz’età, non riusciva a sopportare Stefano.
I due si conoscevano solo da qualche settimana e perché li aveva presentati l’uno all’altro Francesco, un giorno in cui si sentiva particolarmente bellicoso.
“Dai, Carlo. Così mi ti stai umiliando da solo. Si dice così? Non importa. Il paradiso e l’Eden sono due luoghi diversi, come fai a non saperlo?”, replicò Stefano.
“L’Eden è in paradiso, idiota!”, gridò l’altro.
Quasi l’intero bar si girò verso di loro.
“Via, ragazzi”, si intromise prontamente Mauro, “non è il caso di scaldarsi per questi discorsi, no? Siamo tutti adulti e cristiani allo stesso modo”.
“Non preoccuparti. È normale che mi si dia dell’idiota quando dico la verità, soprattutto quando la dico a un servo della Chiesa”.
“È un vanto essere servo della Chiesa!”, rispose furioso Carlo. Era rosso in volto e serrava i pugni.
“Certo, proprio un bel vanto. Non vi insegnano niente, eh? L’Eden, caro mio, era sulla terra, era un luogo fisico, Adamo ed Eva non erano anime. Erano esseri umani in carne ed ossa! Il paradiso non è qui nell’universo che abitiamo, è un’altra cosa ancora”, rispose impassibile Stefano.
“Però non lavoravano, dai. Come te l’ha venduta ‘sta cosa il tuo grande guru? Sentiamo”, disse Francesco con il tono più supponente a propria disposizione.
“Bravo! Dai, dicci. Come funziona l’Eden per come lo capisci solo tu e l’altro saltimbanco?”, aggiunse Carlo.
Stefano provò un forte imbarazzo per come la conversazione stava andando, ma odiò questo sentimento e se ne sbarazzò subito a un suo solito modo.
“Non è difficile. Adamo ed Eva non avevano mangiato il frutto. Non avevano bisogno di lavorare. Non erano come noi. Noi dobbiamo costruire e vivere le società umane, oramai siamo fatti così. L’umanità non è mai più tornata all’Eden, le regole saranno sicuramente diverse perché noi siamo diversi. A te, comunque, non dovrebbe importare. I servi della Chiesa sono servi di Satana e non vedranno niente di tutto questo. La tua anima non è già più tua, Carlo”, dichiarò.
Paonazzo e con gli occhi fuori dalle orbite, il suddetto servo lasciò il bar senza dire una parola agli altri, conscio che stava per mettere le mani addosso a Stefano.
Si limitò, nell’ordine, a imprecare a pieni polmoni in piazza Centrale, prendere a calci un cassonetto, ricevere un’ostile ammonizione da due poliziotti che avevano visto la scena da due metri di distanza e mandare a quel paese il primo a salire sul suo taxi.
Il malcapitato aveva commesso l’errore di dire a Carlo “Che bella giornata, sembra davvero di stare in paradiso. O addirittura nell’Eden!”
“Manco a farlo apposta”, sibilò tra sé il tassista dopo aver cacciato il passeggero dalla macchina.
Nel frattempo, al bar, Francesco rideva a crepapelle, davvero troppo, mentre Mauro si impegnava a calmare Stefano, che aveva perso la sua facciata di sicurezza ed era crollato appena Carlo era uscito dal loro campo visivo.
In verità si era molto spaventato: quando qualcuno gli gridava addosso, lo minacciava di violenza o sembrava volerlo fare, ma soprattutto quando qualcuno gli dava dello stupido o qualcosa del genere, un gelido terrore gli attraversava la schiena e lo metteva in uno stato particolare.
In quei momenti Stefano si irrigidiva completamente e la voce prendeva un tono particolare, molto artificiale, sempre uguale a sé stesso come un ronzio.
Riusciva a guardare negli occhi quello che per lui era un avversario e addirittura a parlare, ma il suo pensiero non era più suo.
Prendeva la parola qualcos’altro, qualcosa di più vicino al centro di Stefano ma al tempo stesso poverissimo di sfaccettature.
L’emergere e il ritirarsi di quella piccola personalità tascabile gli costavano di regola le energie di tutta una giornata.
Qualche minuto dopo la sfuriata, il nostro eroe era accasciato su una sedia che beveva una spremuta d’arancia. Parlava a stento, il suo volto era pallidissimo.
“Ma ci dobbiamo preoccupare?”, gli chiese Mauro.
“Ma chi si preoccupa! Dalla faccia sembra che lo stiano già chiamando in paradiso!”, rise Francesco.
“No… sto bene. Starò bene. La spremuta mi sta già ripigliando”, rispose Stefano.
Mauro tirò un veloce sospiro di sollievo, più che altro perché non aveva nessuna voglia di continuare a pensare a quel litigio assurdo che gli era capitato davanti, anzi. Stava già ripassando mentalmente le bottiglie di vino che teneva a casa, perché per cena aveva voglia di fegato e temeva di non avere l’abbinamento giusto.
Fatte ancora due chiacchiere per aspettare che Stefano si riprendesse del tutto, i tre uomini uscirono dalla stazione e tornarono al lavoro.
Carlo era già di nuovo lì ad aspettare clienti mentre fumava una sigaretta dietro l’altra. Guardò di sottecchi il gruppetto e voltò le spalle.
Francesco, che in verità si era preoccupato molto ma non l’avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, si unì a lui per parlare male di Stefano.
“Sai che era sposato? La moglie non si lascia, ho ragione o no?”, e cose così.

Quella sera Stefano staccò dal lavoro, prese da mangiare da una trattoria cinese e se lo portò a casa.
Aveva preso in affitto quel buio e stantio monolocale di periferia già un anno prima, appena si era separato da Glenda.
Tra un divano che faceva da letto, un televisore, una cucina e un tavolo con un paio di sedie, sarebbe rimasto giusto quel minimo spazio necessario alla vita, se Stefano non l’avesse riempito di scatoloni ancora sigillati.
Questi contenevano due generi di oggetti: ciò che era sia di Glenda che di Stefano ma era stato tenuto da lui e tutto ciò che la moglie gli aveva regalato negli anni.
Li aveva anche posizionati in modo da averli praticamente sempre in vista, almeno con la coda dell’occhio.
Un anno intero non gli era ancora stato sufficiente per farsi forza, aprirli, fare quel genere di tuffo nei ricordi e prendere una decisione su cosa fare di tutte quelle cose.
Mentre tutto rimaneva chiuso negli scatoloni, invece, Stefano aveva il solo ricordo ossessivo delle sue primissime conversazioni con Glenda.
Quand’erano ragazzi, lei da poco fuori dal liceo e lui in età da laureando, frequentavano lo stesso supermercato.
Stefano aveva notato Glenda e si era deciso a farsi avanti, dato che era solo da un po’ e si era ritrovato a volere anche lui la compagnia di una ragazza.
Lei, di rimando, era abituata a lasciarsi corteggiare a casaccio; accettava senza troppi problemi persone nuove nella sua vita perché intimamente non dava loro molta importanza, mentre poi conservava la propria individualità come fosse stata un segreto.
Il loro non fu un matrimonio infelice, anche se forse un po’ più illusorio di altri.
Si erano anche reciprocamente amati, durante quello che può essere definito il secondo atto del loro rapporto.
Stefano, come detto prima, aveva perso quella scintilla tutta in una volta e non volle saperne di continuare a vivere con quella donna: odiava fingere, se sapeva di starlo facendo.
Ora, mentre mangiava pigramente sul divano, si chiedeva se fosse ancora in grado, o anche solo se avesse voglia, di replicare l’evento dell’amore.
Non soffriva eccessivamente – come altri – il processo di farsi queste domande così dolorose.
In effetti, Stefano si conosceva parecchio bene.
Per esempio, sapeva di provare una profonda antipatia e a volte addirittura odio nei confronti di Carlo. Aveva cara questa consapevolezza perché sapeva anche che, quand’era giovane e provava a credersi sempre e solo buono, il suo odio finiva per travasare e creargli una carrellata interminabile di fastidi.
Era anche cosciente che ci fosse qualcosa di antico e traumatico nella sua risposta al conflitto con gli altri uomini.
Di sicuro, però, la certezza a cui teneva di più era quella di essere tanto dolce quanto duro, tanto aperto quanto chiuso.
Si era reso conto di questo a quarant’anni e ne aveva dedotta una verità ancora più ampia.
Stefano aveva capito con le sue sole forze che nelle persone esiste un sistema di compensazione, che ognuno è il contrario del proprio carattere proporzionalmente a quanto questo è statico e marcato.
Ne era certo al punto di sospettare che gli opposti non esistano singolarmente, ma piuttosto che siano ogni volta i due poli di un qualche concetto altrimenti incomprensibile dall’umanità.
Da qui era nata una certa domanda a cui non si era mai riuscito a dare una risposta: la normalità è l’opposto della stranezza o è il punto centrale tra due stranezze opposte?
Aveva peraltro accantonato le speranze di risolvere quel quesito da quando aveva fatto capolino quello molto più urgente sull’amore.
Comunque, nonostante questi traguardi impressionanti che aveva raggiunto, i punti ciechi del nostro eroe erano molti ed evidenti.
C’è però anche da dire che, tramite il matrimonio con Glenda, aveva incamerato alcune informazioni sulla natura femminile che gli erano state molto utili e che l’avevano reso indubbiamente un uomo migliore, decisamente più buono ed empatico, a partire dal rapporto con sé stesso.
In ogni caso, come tutte le sere in cui si ritrovava a fare quei pensieri, finì per tagliare corto il discorso con sé stesso e dirsi che, per quanto bello sia l’amore, se non c’è niente da capire non vale la pena.
Stefano si sentì di nuovo certo di aver capito appieno le donne e decise per la quattrocentesima sera di seguito di non averne più bisogno.
Soddisfatto, prese il cellulare e si sintonizzò sulla diretta di Tacoma.
Il suddetto guru era un individuo tanto complessato quanto poco, ahimè, era singolare tra quelli della sua risma.
Come molti altri praticanti del suo stesso mestiere, era un ignorante molto carismatico e sicuro di sé.
Soffriva probabilmente di un qualche disturbo non diagnosticato, ma di sicuro era colmo di paranoie: viveva in un mondo di divinità e demoni, eroi ed assassini.
Nessuno entrava o usciva in silenzio dalla vita di Tommaso Tacoma, tutti dovevano passare per quelle potentissime proiezioni incontrollate.
Una cosa che si può dire per certo è che, quand’era bambino, la madre lo picchiava selvaggiamente.
Tommaso era cieco dall’occhio destro proprio perché era stato graffiato sul viso un’infinità di volte da quella donna.
Fin da ragazzo portava una benda da pirata e diceva a tutti che l’occhio gli era stato portato via da Lilith nella notte.
Nonostante tutti questi problemi, la setta che Tacoma stava cercando di costruire era un’operazione completamente dolosa. Tutto il vero rapporto con il mistico del suo fondatore era nascosto a ogni altro essere umano e soprattutto non aveva quasi niente a che fare con la Bibbia.
Stefano era felicissimo di poter assistere a quella diretta perché l’ultima, in cui era stato aperto quel discorso così affascinante sul lavorare nell’Eden, lo aveva lasciato più desideroso che mai di nuove informazioni.
Quando vide il volto bendato del suo idolo, i suoi occhi si illuminarono.
“Bentrovati, fratelli”, esordì Tommaso Tacoma con il suo solito tono importante, “Dio è felice di vedervi qui sintonizzati ad ascoltare il suo messaggio. Abbiamo anche un nuovo arrivato, ci saluta Nando da Milano. Stasera riprenderemo il discorso iniziato l’ultima volta che vi ho parlato. Vi avevo detto che, quando Gesù ci porterà con sé all’Eden, vivremo in una società che potrà sembrarvi simile alla nostra, specialmente perché lavoreremo. Voglio rammentarvi di un punto molto importante: il giardino di Dio non è un luogo dove vigono le regole del paradiso ma quelle della terra. Noi siamo uomini, e come tali siamo fatti per costruire società complesse e lavorare per tenerle in piedi. Il peccato originale ci ha separati per sempre dalla vita che conducevano Adamo ed Eva quand’erano stati appena creati. Ora siamo capaci di discernere tra il bene e il male, non devo certo dirvi io che è proprio per questo che così tanti eretici e finti atei pensano di essere uguali a Dio. Dico ‘finti atei’ perché è impossibile essere senza Dio: il massimo che possiamo fare è ignorarlo e comprarci così il nostro spazietto all’inferno. Insomma, è per questo che ognuno di noi conserverà il proprio mestiere anche nell’Eden. Perché siamo vivi. A tal proposito, sono orgoglioso di dirvi che sto già organizzando tutto il necessario perché possiate arrivare nel giardino nel miglior modo possibile, ma ora non posso ancora parlarne”.
Stefano pendeva dalle labbra di quell’uomo e fu felicissimo di sentire che si stava prendendo cura dei propri seguaci.
Tommaso Tacoma continuò a parlare per quasi un’ora, ripetendo alla nausea il discorso che aveva appena fatto, cambiandolo solo di qualche parola ogni volta e decorandolo delle sue assurde interpretazioni della Bibbia.
“Dio vi ringrazia per avermi ascoltato, fratelli. Ci rivedremo presto con nuove informazioni. Sarà tutto sempre più chiaro. Ora, come al solito, spegnerò la diretta e faremo una bella riunione con quelli di voi che sono mi sono più vicini. Vi voglio bene. Buonanotte”, concluse poi il guru.
Quei “più vicini” a Tacoma erano di due possibili varietà: quelli che gli avevano inviato somme importanti di denaro e quelli che gli avevano dimostrato assoluta fedeltà.
Stefano faceva parte di entrambi gli insiemi e fu, come del resto succedeva da mesi, invitato anche lui a partecipare alla riunione.
In tutto c’erano ventiquattro persone, Tommaso incluso.
“Ah, eccoci qua, amici miei. Spero che abbiate goduto della diretta quanto ne abbiamo goduto io e Dio!”, disse il guru.
Tutti i partecipanti, come in estasi, risposero affermativamente allo stesso tempo, facendo un gran baccano.
“Piano, piano! Vi credo, amici. Ora fate silenzio, devo nuovamente parlarvi di qualcosa che non può raggiungere le orecchie degli altri fedeli. So che posso fidarmi di voi, vi ho scelti con cura in base alla purezza del vostro cuore. Voglio dirvi subito cosa sto organizzando: quando con le offerte avremo raggiunto la somma necessaria, comprerò una villa in campagna con un bel terreno. Io e voi ci trasferiremo lì. Vivremo dei frutti della terra e dei mestieri che già abbiamo, proprio come faremo nell’Eden! Così, il Cristo, al suo arrivo, riconoscerà in noi i suoi amici più intimi e ci porterà a cantare nel suo coro! Per esempio, il caro Stefano diventerà il nostro autista ufficiale! Un uomo buono e fedele come lui è perfetto per questo ruolo”.
Insomma, da bravo leader di una setta, Tommaso Tacoma voleva la sua comune e la voleva riempire di servi: in un modo o nell’altro avrebbe realizzato la sua inguaribile intuizione di essere la persona più importante al mondo, se non l’unica a esistere davvero.
Stefano provava sempre una meravigliosa sensazione di appagamento ad essere menzionato e complimentato così apertamente davanti agli altri.
Da parte sua, Tacoma si impegnava molto a tenerselo buono, più che con molti altri.
Nei suoi deliri, in cui si prefigurava di diventare la prossima grande guida spirituale di un’umanità troppo stupida per sbugiardarlo, aveva questa visione ricorrente di essere su una limousine e dare ordini agli uomini più potenti del pianeta.
Pragmatico come solo un pazzo può essere, sapeva che l’autista dell’uomo più importante del mondo diventa automaticamente depositario di segreti del tutto inconfessabili, la cui divulgazione metterebbe in ginocchio la società mondiale.
Per un ruolo così delicato, aveva stabilito Tommaso, serve un disperato che sia fedelissimo, non come un cristiano ma come un cane.
“Purtroppo”, continuò poi Tacoma, “ho anche una cattiva notizia, che come tutto quello che ci diciamo in questa sede, deve rimanere strettamente tra noi. Voi siete speciali, amici. Siete i più vicini a me, che riesco a sentire la parola di Dio. E Dio, ahimè, mi ha detto che pochissimi di noi saranno ammessi al suo regno. Ci sono molte anime che, pur essendomi fedeli, rimangono impure. Così tanti nostri fratelli sono già condannati all’inferno, il cuore mi si lacera solo a pensarci. Ma io, che seguo l’insegnamento di Gesù, spezzo il pane con loro e permetto loro di lavorare con e per noi, per la nostra casa. Così facendo, risaliranno cerchia dopo cerchia dell’inferno, ma là resteranno e non vedranno mai Dio”.
Queste dichiarazioni avevano ammutolito completamente gli adepti di Tommaso e attraversato come brividi le loro schiene.
“Ma, Rabbi”, si sentì a un tratto, “nel Nuovo Testamento, il Cristo ripete più e più volte che chiunque l’abbia accettato sarà ammesso al regno di Dio, proprio a partire dai più impuri! Dobbiamo ricordare Maria Maddalena, il reclutamento di Matteo, ma anche le beatitudini”.
A parlare era stata Emma, una devotissima giovane donna che Tacoma aveva selezionato per la sua innegabile bellezza e per una certa ingenuità, di cui voleva approfittarsi.
Le sue parole arrivarono quasi a sfiorare l’intelligenza e lo spirito critico di Stefano.
“Come ti permetti tu, sgualdrina!?”, esplose invece Tommaso, “Chi sei tu per dirmi cosa dobbiamo ricordare della Bibbia? Chi sei tu per sapere cosa vuole Dio, per sapere chi sarà salvato? Io, qui, parlo con Dio. Io sono stato scelto. Io sono il nuovo profeta! Tu non sei altro che una puttana supponente, una sporca usurpatrice che pensa solo a rubare il potere quando non ha ancora imparato a ubbidire. Vergognati, fai schifo a me e a tutti noi!”
Tutti gli altri partecipanti alla riunione presero a insultare a gran voce Emma, che piangeva e balbettava le sue scuse.
Volevano riversare su di lei tutti i loro dubbi.
“Questa puttana vuole rubarmi il ruolo, avete capito? Questo, vuole fare!”, inveiva Tommaso mentre la ragazza si strappava i capelli e, tra i singhiozzi, recitava un Padre nostro dietro l’altro.
Anche Stefano, troppo orgoglioso della sua posizione nella cerchia più stretta di Tacoma, si unì agli insulti.
La riunione fu definitivamente interrotta in anticipo quando Tommaso si rese conto che non sarebbe riuscito a calmare quelle persone dopo averle infuocate tanto.
Emma fu cacciata in via per nulla definitiva dalla setta.
Giusto un paio di settimane dopo, il guru la convinse a raggiungerlo a casa sua per essere perdonata da Dio.

La notte della diretta, invece, Stefano era più scosso di quanto lui stesso immaginasse.
Aver partecipato a quello scoppio di rabbia collettiva, per di più nei confronti di una persona che avrebbe potuto essere sua figlia, era stato un moto assolutamente contrario alla sua morale e a quella cristiana.
Si sentiva mezzo morto.
Rimase circa mezz’ora sul divano a fissare il vuoto, aspettando che il suo corpo gli desse le energie necessarie per coricarsi.
Gli scatoloni di Glenda lo guardavano più minacciosi che mai.
Quando, per così dire, si riebbe e si alzò in piedi per andare in bagno a lavarsi, non senza tirare un calcio distratto a uno scatolone che lo fece rabbrividire.
Non ricordava di aver mai fatto un gesto di tale piccolezza e se ne vergognò molto.
Tornato al divano si dimenticò di aprire la Bibbia, andò direttamente a dormire e fece un sogno molto strano.
Si trovava in un aeroporto, pulito e soleggiato; doveva fare ritorno a casa e si avvicinava alla cabina dove vengono controllati i passaporti.
Lì trovava una ragazza molto giovane, ventenne al massimo, tatuata e con alcuni piercing sul viso. I suoi capelli, che mutavano colore, danzavano tra il viola, il blu e l’arancione.
Dalla sua espressione si capiva che non avesse una buona opinione di Stefano, anzi pareva proprio disprezzarlo.
Stefano era molto dispiaciuto di questa antipatia perché era straordinariamente attratto dalla ragazza.
“Ho tantissime cose di cui vorrei parlarti, amore mio, ma sono tutte sciocchezze”, le diceva.
Invece, le parole pronunciate da questa non erano comprensibili, ma il tono era duro e severo, al limite della maleducazione per una persona di quel mestiere.
Dopodiché, quando Stefano andava a porgerle il passaporto, faceva cadere a terra una penna, che si chinava a raccogliere.
Quand’era a terra, ecco accanto a lui la ragazza, sorridente e gentile, che lo aiutava!
Gli accarezzava il viso e gli faceva un occhiolino.
Lui era terribilmente confuso, non capiva proprio cosa stesse succedendo, ma era felice di essere finalmente stato accettato.
Tornato in piedi, ritrovava la ragazza con l’atteggiamento scontroso di prima ma, prima di potersi confondere ulteriormente, risaliva dal basso quella che, in questo modo, si rivelava la gemella buona della scrutatrice dei passaporti.
Vedendole identiche e fianco a fianco, una dolce e l’altra acida, Stefano capiva qualcosa che al tempo stesso gli sfuggiva.

Al suo risveglio, l’umore del nostro eroe era nero come la pece.
Le immagini del sogno lo tormentavano con tutti i loro significati a lui inaccessibili.
Con lo stomaco attorcigliato, Stefano decise di non fare colazione e di iniziare subito la giornata di lavoro, lasciando di nuovo intoccata la Bibbia.
Prese il taxi ma, contro i suoi stessi piani, girò per la città per più di un’ora senza rispondere a nessuna chiamata.
Non riusciva a tenere fermi i pensieri.
Più provava a contemplare il sogno, più il linciaggio sociale di Emma lo tormentava.
Se allora tentava di soffermarsi sugli eventi della sera prima, ecco che le due gemelle con i capelli colorati si imponevano sulla sua mente.
Stefano non riusciva a capire cosa gli stesse succedendo.
Sapeva che, nella Bibbia, i sogni hanno un ruolo molto importante e che la loro corretta interpretazione può anche salvare delle vite, quindi non sottovalutava minimamente ciò che aveva visto, ma davvero non sapeva cosa farsene.
A un certo punto, mentre girava un angolo, vide una ragazza attraente che stendeva il braccio per fermare il suo taxi e, agendo d’istinto, la fece salire.
Avere quella cliente in macchina gli ripulì i pensieri come per magia e gli permise di mettersi a replicare la sua routine sulla fine del mondo.
Ignorò anche una certa strana somiglianza tra la ragazza e le due gemelle della notte prima.
Forse era il naso, forse erano gli occhi, forse era proprio l’espressività; in ogni caso, Stefano ne fu stregato senza capirne il perché.
“Buongiorno! Dove andiamo di bello?”, le chiese.
“In aeroporto, a Linate”, rispose sorridente la ragazza.
Una leggera pelle d’oca comparve sotto i vestiti di Stefano.
“Pronti! Per l’aeroporto c’è la tariffa fissa, spengo il tassametro. Parte per un viaggio? Non vedo bagaglio”.
“Ah, no, no. Sto andando a prendere il mio fidanzato, torna oggi da un lungo viaggio”, disse lei arrossendo un po’.
In un attimo Stefano seppe come introdurre i suoi proseliti nel discorso.
“Che bello! Bravi, siete giovani, amatevi! Bisogna stare vicini e volersi bene, io lo dico sempre. Soprattutto di questi tempi, dico bene, signorina?”, chiese con tono artificiale.
“Certo, dice bene. Io e lui stiamo tanto bene insieme, mi è mancato molto”, disse la ragazza sorridendo tra sé, “ma come mai dice ‘soprattutto di questi tempi’?”
“Perché la fine è vicina, è chiaro!”, esclamò Stefano.
“La fine? La fine è vicina?”, ripeté la ragazza.
“Ahimè, sì. La terra non ha ancora molto tempo a disposizione, è scritto”, rispose grave il tassista.
“E perché mai? Dov’è scritto? Mi perdonerà se sono un po’ scettica”.
“Ma certo, per chi ama Dio tutto è perdonato! E comunque, è scritto sulla Bibbia. Lei la legge la Bibbia?”
“Ho fatto il collegio dalle suore, ho letto fin troppa Bibbia”, rise la ragazza.
Stefano si sentì urtato dalla leggerezza nella risposta della sua cliente.
“Ma come fa ad essere troppa? La Bibbia non è mai troppa, se ci fosse un solo libro al mondo sarebbe proprio quello! Ma lei almeno lo sa che la Bibbia è perfetta perché l’ha scritta Dio?”
“Mi scusi, ma la Bibbia non l’ha scritta Dio. Si conoscono svariati autori, se non ricordo male”.
“Autori che hanno scritto un libro perfetto! Quindi la loro mano era guidata da Dio!”
“Credo che la perfezione di quel libro sia stata già messa in discussione da persone più intelligenti di me”.
“Servi di Satana e niente più! Che razza di perditempo si metterebbe a fare filosofia in un mondo che ha già senso? Ci pensa mai, signorina?”
La ragazza scoppiò a ridere.
“La invidio molto, allora, se per lei il mondo ha senso! Sarebbe la prima persona che incontro ad avere questa esperienza”, rispose.
“Questo è perché lei non frequenta le persone giuste! Io appartengo a un gruppo di fortunati, e lo siamo perché abbiamo avuto la fortuna di conoscere un uomo davvero speciale. Si chiama Tommaso Tacoma, è un vero genio, oltre che l’ultimo profeta. Lo conosce? Mi dica di sì”, disse Stefano con una punta di implorazione nella voce.
“Temo di non conoscerlo, mi spiace”.
“Tommaso Tacoma è proprio quello che ha capito, rileggendo la Bibbia e parlando con Dio, che la fine è vicina! Ma non sarà una vera fine, signorina, sarà solo l’inizio. Per chi è salvo, sarà l’inizio di una nuova vita nell’Eden prima di riunirci a Dio; per chi è dannato, sarà l’inizio della sofferenza eterna”, dichiarò Stefano.
“Io davvero non so niente di questa persona. Ma come è arrivato a predire tutto questo?”
Stefano iniziò a pensare che forse la sua cliente non era troppo brillante.
“Signorina, gliel’ho appena detto! Rileggendo la Bibbia e parlando con Dio!”, rispose concitato.
“No, certo. Quello l’ho capito. Diciamo che sto cercando di capire la sua… dottrina? La posso chiamare così?”
“Dottrina è la parola più giusta!”, rispose Stefano un po’ addolcito ma ancora agitato, “Tacoma ci ha rivelato con estrema precisione quello che succederà. Deve sapere, signorina, che Dio sta per tornare. Gesù Cristo comparirà presto nel cielo e con lui si porterà un maestoso buco nero, quattro volte più grande del sole, che posizionerà perfettamente al centro tra la terra e la luna. Le anime pie entreranno nel buco nero e vivranno nell’Eden. L’umanità condurrà una vita meravigliosa, una nuova età dell’oro prima di morire senza dolore e riunirsi finalmente in paradiso”.
“Aspetti, un buco nero? Gesù porterà un buco nero tra la terra e la luna?”, chiese la ragazza strabuzzando gli occhi.
“Proprio così! È scritto nell’Apocalisse di Giovanni. Ha presente la porta che si apre in cielo? Eccolo lì, il buco nero! È una fortuna avere Tacoma, signorina, una fortuna vera!”
Stefano non si accorgeva di stare urlando.
“Guardi, l’Apocalisse probabilmente è il libro che ricordo meglio della Bibbia, per la grande impressione che mi aveva fatto. La porta si apre in cielo in assenza di Gesù, e Giovanni vi guarda dentro e ha visioni sia del paradiso che della fine del mondo. Non c’è proprio nulla che riguardi l’Eden”, rispose asciutta la ragazza.
Il nostro eroe ammutolì e per qualche minuto provò a guardare solo la strada, ma per una dozzina di volte non resistette e i suoi occhi corsero allo specchietto retrovisore, dove la ragazza lo aspettava paziente.
“Signorina, lei si sbaglia. Gesù torna”, sentenziò poi, esattamente come aveva fatto con Nando il giorno prima.
“Ma ne è certo?”
Quella domanda, così semplice e sferzante, ruppe finalmente qualcosa nella mente del tassista.
“Lei non mi conosce!”, esplose Stefano, “Non sa come ho vissuto! Ho dedicato tutta la mia esistenza alla certezza, non c’è niente che mi importi di più che capire cosa sta succedendo, cos’è successo, cosa succederà! È la mia maledizione perché sono nato stupido, lei che ne sa? Lei è giovane, interessante, sono certo che là fuori le vogliono bene. Beh, non tutti sono come lei, signorina. Io sono nato stupido, per questo ho bisogno di capire, sono cinquant’anni che cerco di capire e lei viene a chiedermi se sono certo dell’unica cosa che mi permetto di dire agli altri? E allora io le rispondo, signorina: sono assolutamente, completamente certo che Gesù torna. È scritto, ma non è solo scritto. È il verbo di un uomo eccellente, di uno scelto da Dio! Dio, signorina, ne ha mai sentito parlare? Beh, Tacoma lo sente parlare. Ecco di chi stiamo discutendo, ecco chi lei sta insultando qui nella mia macchina! Non si vergogna nemmeno un po’?”
La ragazza lasciò passare una decina di secondi prima di rispondere.
“Non era mia intenzione offenderla. Vorrei però dirle che io mi ritengo una persona che spesso capisce gli altri al volo, e che lei non mi sembra assolutamente un uomo stupido. Non so cosa sia successo nella sua vita, non so chi gliel’abbia fatto credere ma, chiunque fosse, sono certa che si sbagliasse. Lo sento, non saprei come spiegarglielo ma ne sono certa, come lei non è certo di quanto sostiene sul ritorno di Gesù. In cuor suo l’ha già capito: se fosse davvero sicuro di essere già salvo, di avere una villeggiatura nell’Eden che l’aspetta, sarebbe l’uomo più tranquillo e felice del mondo. Non si darebbe dello stupido e non esploderebbe di rabbia nei confronti di una miscredente come me. Avrebbe pietà di me, o sbaglio?”, disse con tutto l’affetto che aveva.
Come per magia, appena la ragazza finì di parlare, il taxi arrivò all’aeroporto.
Stefano era giallo in volto e tremava come una foglia.
Mentre la ragazza gli porgeva il denaro, lui le prese delicatamente la mano e, guardando a terra, sussurrò: “Non lo so se Gesù torna”.
“Non lo so nemmeno io”, gli rispose lei sorridendo prima di scendere dalla macchina.
Stefano non ripartì subito, rimase lì seduto a guardare le persone che entravano e uscivano dal terminal.
Poi, con tutta la naturalezza del mondo, pianse per la prima volta in trent’anni.

2024 bella roba davvero

Oggi non è solo il compleanno di mia madre, è anche l’ultimo giorno dell’anno più lungo e difficile della mia breve, fortunatissima vita.
Nella seconda metà del 2023 mi si è incrinata quasi ogni singola certezza su presente, passato, futuro e la mia identità.
Il 2024 è stato un’esplosione di dolore, un’emorragia di affetti che non sembrava finire mai.
Ho attraversato deserti interiori di cui, ingenuamente, non avevo mai nemmeno temuto l’esistenza.
Perdere ci obbliga a cambiare; cambiare ci obbliga a mutilarci o anche a morire.
Io, nel mio piccolo, sono diventato questo personaggio pedante e pretenzioso che ha sempre albergato in me mentre facevo il comico in giro.
Sono cose difficili da spiegare, ma non sapete che liberazione sia dire che questo o quell’argomento non mi fa ridere.
La serietà ha sempre avuto un prezzo molto alto nella mia vita.
Credo che sia perché sono un po’ stronzo.
Sì, non sono cose a cui ho finito di pensare, ma probabilmente crescendo mi sono reso divertente perché non sono granché simpatico e per una certa paura di non avere niente da dire.
E invece guardate quanto ero sempre stato bravo a lamentarmi!
Quest’anno molta gente è uscita dalla mia vita e io sono uscito da molte altre.
In teoria sarebbero bastate un paio di queste a farmi impazzire, non so cosa ci faccio ancora qui.
Certi vuoti sono già organicamente stati riempiti da amicizie nuove e altre rinnovate, cosa che mi riempie il cuore.
Altre ferite sono più profonde e non sono ancora guarite del tutto.
Non ho veri propositi per l’anno nuovo, o almeno non li chiamerei così.
Il proposito per l’anno nuovo nella mia testa è diretto a qualcosa che non si è mai fatto e io di novità sto facendo indigestione.
Nel 2025, che per il mio segno zodiacale si preannuncia foriero di nuova positività, voglio solo fare meglio cose che in teoria so già fare.
Voglio lavorare meglio e di più come scrittore: ho un cuore di poeta.
Voglio continuare a prendere peso e ad allenarmi: FORSE sono l’Uomo Ragno.
Voglio studiare ancora più psicanalisi: è bella e mi dà senso al mondo.
Voglio, idealmente, sedurre qualcuno e ritrovare un po’ di affetto: sono un maiale, un uomo-suino.
Ma sì, tanto che mi frega di queste cose.
Va beh, “cose”.
Donne, si dice donne.

Anche quest’anno il primato musicale nella mia vita l’ha avuto Townes Van Zandt.
Se volete sentire come sono stato, ascoltate Rake, dovrebbe dire tutto. Se ci aggiungete Highway Kind, Second Lover’s Song, None But The Rain e Why She’s Acting This Way, avrete un pacchetto più completo di quello che ho provato.
Se volete sentire come voglio stare oggi e accogliere l’anno prossimo, ascoltate Delta Momma Blues e White Freightliner Blues, le ho avute in cassa mentre scrivevo sta menata.
Buon anno.

Il Prete

Dal diario di Francesco Tirreni
Plymouth, 15 Aprile 1973

Non è stato facile trovare il Prete.
Due anni fa sognai di esplorare la sua abitazione insieme a mia madre e mio fratello minore. Trovavamo insieme la sua stanza e mi sedevo di fronte a lui.
Gli stringevo la mano e provavo a parlargli, ma non capivo la sua lingua.
L’unico a comprenderlo era proprio mio fratello che, mentre il sogno volgeva al termine, conversava con lui a porte chiuse mentre io e mia madre aspettavamo fuori.
La notte dopo ho sognato una cattedrale metallica e verde, sembrava fatta di rame ossidato.
Somigliava più a una torre che a una chiesa. Inoltre, non era composta da muri e guglie e campanili, ma da statue buddiste vuotate, come gusci saldati gli uni agli altri.
Alcune erano alte come palazzi di venti piani, altre a grandezza d’uomo.
Il budda raffigurato in ogni statua non era il solito Siddharta e nemmeno l’altro, quello grasso e sorridente, di cui mi sfugge il nome: la sua immagine era come una crasi tra i due, prodotta dal mio sogno.
Era magro, slanciato, pelato e mai serio.
Vedere quella cattedrale, Dio solo sa come mai, mi convinse di due cose.
La prima: il Prete esiste anche nel mondo reale.
La seconda, ancora più misteriosa: dovevo dedicarmi completamente a cercare un colloquio con lui.
Noncurante delle spese – i soldi erano di mio padre – partii per un lungo viaggio attorno al mondo, prima alla volta delle più famose e antiche biblioteche di materiale occulto, poi alla volta delle più introvabili, spesso solo ipotizzate.
Scoprii che, nei millenni, tanti altri avevano sognato quella creatura.
Una volta presa la giusta lena, continuavo a trovare disegni e brevi conversazioni appuntate, ma prima di due mesi fa niente che testimoniasse un reale incontro con lui.
Questo febbraio mi trovavo in uno sperdutissimo villaggio in Cornovaglia di cui, nei miei viaggi, avevo letto il nome ben tre volte. Sedevo in una minuscola locanda e, mentre pranzavo, osservavo attentamente un incartamento che raffigurava il Prete in varie pose.
Speravo che mi saltasse all’occhio qualcosa che non avessi mai notato.
La vecchia proprietaria, passando a togliermi la scodella vuota da davanti, vide cosa tenevo in mano. Sbiancò, si fece il segno della croce e obbligò anche me a farlo.
Le chiesi con insistenza se sapesse qualcosa e mi rivelò di aver conosciuto il Medico, come lo chiamano nella maggior parte delle lingue germaniche.
Le offrii di pagarla profumatamente per farmi da guida e portarmi da lui.
La vecchia accettò, a patto di intraprendere il viaggio una volta finito l’inverno.
L’altro ieri mi ha finalmente portato a una villa ancora più sperduta del villaggio.
Al suo interno, l’abitazione era identica al mio sogno di due anni fa.
Trovata la strana porta gialla con l’icona del Prete, mi sono fatto coraggio e sono entrato.

Quello di cui stiamo parlando non è un essere umano.
Sembra quasi un alieno, ma ho motivo di credere che sia una creatura del nostro caro pianeta.
È antropomorfo, ma ha solo quattro dita nelle mani e piedi completamente uniformi, come se indossasse degli stivali.
Ha questa pelle del tutto nera e lucida, che al tatto – gli ho stretto la mano come nel sogno – è untuosa come certi tipi di gomma.
Il suo corpo è esile ma forte. La sua testa è molto grande e non ha occhi né naso né orecchie, solo una piccola bocca colma di denti grigi, sottili e aguzzi.
È completamente nudo e non ha caratteri sessuali, ma la sua voce aliena, quasi gorgogliante, ha un suono maschile.
Il Prete siede in eterno su uno scranno di legno, davanti a lui si sta sul pavimento con le gambe incrociate.
Ora sono tornato a Plymouth e ho l’opportunità di sedermi a scrivere.
Le forze mi mancano, è stata l’esperienza più spossante della mia vita, ma devo trascrivere la nostra conversazione.
Ho il terrore di dimenticarla e già mi si chiudono gli occhi, non mi perderò in fronzoli da scrittori.

P – Benarrivato.
F – Mi stavi aspettando?
P – Non esclusivamente.
F – Come mai comprendo ciò che stai dicendo? Non parli una lingua che conosco.
P – Mi capisci perché ti serve capirmi.
F – Perché mi serve capirti?
P – Perché ho le risposte alle tue domande.
F – In quanti ti hanno trovato?
P – Troppo pochi.
F – Perché non ti rendi più facile da trovare?
P – Appaio in sogno a ogni persona, prima o poi.
F – Eppure c’è pochissima documentazione.
P – Sognarmi è un’esperienza molto personale, nella testa di qualcuno posso essere un generale, una bestia, una tribù di selvaggi che lo insegue. Ma sono sempre io.
F – Allora perché alcuni di noi ti hanno sognato per come appari davvero?
P – Non puoi saperlo.
F – Pensavo avessi le risposte alle mie domande.
P – Le ho, infatti.
F – E non posso riceverle tutte.
P – Esatto.
F – Da come parlavi prima sembra che siamo chiamati a venire qui a parlare con te, giusto?
P – Giusto.
F – Posso sapere come mai?
P – Perché sono il Prete. Ho le risposte alle vostre domande.
F – E sai quali sono le mie.
P – Le so.
F – Io stesso non credo di saperle.
P – Non posso rispondermi da solo. Hai passato due anni ad aspettare questo incontro, volente o nolente qualcosa hai preparato. Prova.
F – Va bene. Chi sei?
P – Il Prete.
F – Ho sbagliato a chiedere. C’è un limite al numero di domande che posso farti?
P – No.
F – Oh, bene. Allora riprovo: cosa sei?
P – Un confessore.
F – Cosa intendi quando dici che sei un confessore?
P – Intendo che le persone possono confessarmi qualunque cosa e pormi qualsiasi domanda.
F – Perché offri questo servizio alle persone? Non sei umano.
P – Non è un servizio, è una sfida.
F – Superare questa sfida migliora le vite di chi ti visita?
P – Sì.
F – Allora stai offrendo un servizio.
P – Questo è un modo interessante di vederla.
F – Ti ho davvero fatto pensare a qualcosa di nuovo?
P – Sì.
F – Quindi non sei onnisciente?
P – Non ho mai detto di esserlo.
F – Forse l’ho sempre solo dato per scontato. Allora cosa sai?
P – Moltissimo di ciò che tu non sai, più di quanto potrai mai imparare.
F – Sembra che tu stia cercando di convincermi a parlarti. Hai un tornaconto?
P – Sempre.
F – Immagino di non poter sapere di che si tratti.
P – Esatto.
F – Da dove vieni?
P – Da sotto o, se preferisci, da dietro.
F – Cosa vuol dire che vieni da sotto? Come può essere una questione di mia preferenza dire che vieni da dietro?
P – È una metafora.
F – Di cui non puoi spiegarmi il significato?
P – Esatto. Ma lo puoi capire da solo.
F – Mi gira la testa. Perché sono così stanco?
P – Parlarmi può essere molto stressante per un organismo.
F – Voglio metterti alla prova. Cosa sto facendo in questo momento?
P – Stai prendendo tempo. Giri attorno al motivo per cui sei qui.
F – Puoi dirmi di più?
P – Hai viaggiato moltissimo e hai studiato maniacalmente tutto quello che trovavi su di me. Sapevi già che sono un confessore e che non sono umano. Mi stai facendo domande sulla mia natura mentre già sai che non scoprirai praticamente nulla. Hai paura della mia sfida. Hai paura di confessarti.
F – Hai indovinato.
P – Non l’ho indovinato. Lo so.
F – Ho modo di liberarmi di questa paura?
P – Puoi abituarti ad affrontarla, ma solo fino a un certo punto.
F – Credo di essere pronto a confessarmi.
P – Prego.
F – Sono enormemente deluso da me stesso. Non mi sopporto.
P – Come mai?
F – Non riesco a fare quello che vorrei. Non riesco a non pensarci.
P – Cosa vorresti fare?
F – Tutto quello che non riesco. Sono ossessionato. Non sopporto la mancanza di tutto ciò che non ho e non sono.
P – Tutto?
F – Ogni singola cosa. Come faccio a diventare quello che potrei essere? A togliermi questi pesi?
P – Descrivimene un paio.
F – Non ho il lavoro che desidero, non ho le donne che desidero e in generale non mi rapporto come desidero con le persone, ma questo è niente: per esempio, mi pesa anche non avere le ali per volare.
P – Ti pesa non poterti librare in volo come un uccello?
F – Sì. Mi pesa quanto non saper suonare il pianoforte e quanto non avere un genio della lampada che esaudisca tre dei miei desideri. Come posso uscirne?
P – Stai usando l’assurdità delle tue parole per dare valore al tuo problema.
F – Cosa vuol dire?
P – Sei insoddisfatto, vorresti essere e avere di più. Non sopporti questo stato della tua esistenza. Tutto ciò che a tuo avviso non la compone, reale o magico che sia, te ne ricorda. Quello che ti sfugge è che la tua esistenza abbraccia tanto ciò che la comprende quanto le sue mancanze, vuoti che per loro natura vogliono essere riempiti. Tu, però, decidi di soffrire oltremodo per questa primordiale verità umana. Per giustificare questa decisione, fai uno stendardo del fatto che riesci a sentirti penalizzato dalla mancanza di ciò che, per definizione, non può avere nessuno.
F – Perché se il mio problema è così assurdo vuol dire che sto davvero male.
P – Esatto.
F – Come mai faccio così? Non ho mai nemmeno considerato che potesse essere una mia decisione.
P – Se ti apparisse come una decisione saresti semplicemente in grado di non prenderla.
F – Capisco. Ma quindi a cosa mi serve tutto questo?
P – A piangerti addosso. A sentirti speciale. A ritenere di essere visto.
F – E non funziona?
P – Funziona abbastanza bene da farti fare una vita più o meno normale, ma non sarai mai davvero soddisfatto.
F – Mi sto perdendo.
P – Lo so.
F – Stai dicendo che il mio problema non è il mio potenziale irrealizzato? Non è la mia delusione?
P – Il potenziale è sempre irrealizzato. Non potrebbe mai essere un problema da risolvere se non puoi cambiarlo in nessun modo. In ugual modo, nessun essere umano può vivere e morire senza essere mai profondamente deluso da sé.
F – Come mai?
P – Le persone sane che desiderano sinceramente e apertamente il male sono rare come due fiocchi di neve uguali. In generale, invece, vogliono essere forti, intelligenti, buone e giuste. Ma nessuno lo è sempre, anzi. Nessuno riesce ad esserlo per un giorno intero. L’umanità è condannata a sbagliare ed esserne delusa. Da questo e dalle proprie mancanze.
F – Credo di aver capito. Allora qual è il mio problema?
P – Dillo tu, se hai capito.
F – Prendo tutto quello che trovo sgradevole della vita e lo innalzo a mio problema personale. Lo uso per sentirmi speciale e unico nel dolore piuttosto che speciale e unico in ciò che mi rende tale. Vivo una terribile falsità.
P – Perché fai questo?
F – Perché, chissà quando, mi sono innamorato dell’idea di poter essere più di me. Ora sono arrivato a disprezzare quello che sono già perché è meno dell’unica cosa che guardo, che però è solo un obiettivo. Quindi, per mantenere viva l’idea che io possa essere di più, mi lamento e mi faccio soffrire per i problemi di tutti, lasciando sottinteso che io non dovrei averli. Così, in teoria, non sono speciale e unico perché sono l’unico Francesco Tirreni ad essere figlio dei miei genitori, nato a Roma nel giorno e ora a cui sono nato, ma perché segretamente sono tra i migliori di tutti, e uno come me non dovrebbe avere problemi di lavoro o di donne o di chissà che.
P – E come sta andando la tua vita mentre la vivi così?
F – Male. Soffro molto.
P – Cosa devi fare allora?
F – Accettare che sono già tanto irripetibile quanto vorrei esserlo, senza illudermi che questo mi metta al di sopra degli altri. Devo accettare di riflesso l’irripetibilità dell’intero genere umano. Non ci sono ancora riuscito perché non interpreto come sovrumano quello che mi aspetto da me stesso, nonostante lo sia.
P – Stai piangendo.
F – Non dovrei? Ti ho cercato per due anni nella speranza che mi salvassi, che mi dicessi che quel potenziale è là fuori, raggiungibile, che tramite l’incontro con te sarebbe diventato realtà. Invece mi hai condannato alla più amara convivenza con me stesso.
P – Questa è la sfida.

Stavo già perdendo conoscenza mentre mi diceva quell’ultima cosa con quella sua strana voce gorgogliante.
Mi sono svegliato ieri mattina fuori dalla sua abitazione, sdraiato sull’erba.
In uno stato di semicoscienza mi sono trascinato fino a Plymouth, ripassando a mente la mia conversazione col Prete per non dimenticare nemmeno un dettaglio. A malapena ho parlato con altre persone, non volevo far entrare troppe altre parole nella mia testa.
Ora vado a dormire.

COME SAREBBE ANDATA LA MIA VITA SE FOSSI TORNATO ALL’UNIVERSITÀ

“You’re gonna drown tomorrow if you cry too many tears for yesterday” – Townes Van Zandt

Più o meno un anno fa ho preso la decisione di smettere di fare il comico perché, oltre ad aver perso una certa quantità di passione, il palco stava facendo scempio della mia testa e dei miei rapporti.
Visto che da lì in poi avrei lavorato solo scrivendo, non mi ci è voluto molto a capire che volevo avere un piano B, nella forma di qualcosa da poter insegnare nel caso in cui questa seconda vita artistica non si rivelasse fruttuosa.
Avevo già provato ad andare all’università, prima Psicologia e poi Lettere, ma non avevo mai fatto praticamente nulla e mi ero ritirato completamente a inizio 2021 per inseguire la carriera da comico.
Quanto ero pazzo e scriteriato nel 2021? Abbastanza da non fare mai davvero la rinuncia agli studi perché c’era una tassa aperta da pagare prima di poter mandare tutto in accettazione.
 “Tanto non tornerò mai all’università, la fottuta stand-up è l’unica direzione per me”, dicevo.
Ovviamente, nel giro di qualche mese avevo già dimenticato questo passaggio, figuriamoci se quest’anno me ne sono ricordato. La ragazza con cui stavo al tempo mi ha confermato l’altro giorno che invece ho proprio fatto così.
Insomma, quest’estate mi sono iscritto a Storia – cosa che l’università ti lascia fare – e ho pagato anche la tassa d’iscrizione – altra cosa che l’università ti lascia fare – e ho anche avuto accesso ai corsi ma, nel momento in cui ho voluto compilare il piano carriera per iscrivermi a un preliminare di storia greca, il sito di UniTo mi ha detto molto candidamente dove potevo infilarmi i miei buoni propositi per il futuro.
Se non saldo quattro anni arretrati di Lettere ho quasi tutto bloccato: posso solo iscrivermi a quello che voglio e pagare tutte le tasse di iscrizione che voglio.
E quindi non farò l’università.
Non so come o per chi ma me ne torno svelto a lavorare come autore e magari mi organizzo anche per trovare qualche lavoro un po’ più stabile.
Da un certo strano punto di vista sono quasi sollevato, addirittura elettrizzato.
Per la maggior parte, comunque, sono incazzato nero.
Ho passato l’intero 2024 a immaginare come sarebbero stati i prossimi tre anni e spicci della mia vita e ora è tutto crollato grazie a uno dei peggiori Pietro del passato.
In generale sono già uno che fatica a visualizzare il futuro, ma questa volta mi ero davvero impegnato, quindi voglio almeno trasformare quello a cui avevo pensato in un’intramontabile opera d’arte quale è tutto ciò che carico sul mio blog.
Quindi: come sarebbe andata la mia vita se fossi tornato all’università?

PRIMO ANNO
Ignoriamo il fatto che ho effettivamente frequentato le lezioni per buona parte del primo semestre? Grazie.
Il primo anno va così: nel giro della prima settimana di lezioni mi si costruisce attorno un gruppo etnicamente eterogeneo di persone più giovani di me. Credono di avere disperatamente bisogno del mio consiglio per orientarsi al meglio nella spaventosa prima metà dei vent’anni.
Col tempo, farò capire loro che hanno già dentro tutte le risposte che cercano.
Prima però li devo usare.
Nel gruppo ci sono dalle tre alle quattro ragazze molto attraenti che non riescono a nascondere quanto sono attratte da me: attorno a loro ci sono solo ragazzini, mentre io sono un uomo realizzato e corre voce che sono un amante incredibile.
La voce l’ho fatta spargere io grazie all’aiuto di un amico etnicamente irreprensibile.
Nel primo semestre faccio sesso con una di loro una dozzina di volte prima di separarci amichevolmente. Lei non vorrebbe, ma con la mia saggezza da ventiseienne le dimostro che è giusto così.
Senza nemmeno studiare troppo, do tutti gli esami che devo dare e li supero a pieni voti perché sono un genio.
Nel frattempo, carico sul mio blog decine di racconti che sono subito chiacchieratissimi nell’underground letterario italiano.
Si sospetta che io possa essere il nuovo Cechov.
Nel secondo semestre faccio sesso con le altre ragazze del gruppo meno una, con cui avrò un flirt impossibile – per lei – fino alla laurea.
Frequento un sacco di feste in casa e non solo mi diverto, sono direttamente un direttore d’orchestra sociale.
Si ride e si scherza quando racconto aneddoti sul mondo dello spettacolo (“Una volta mi sono esibito con un polmone collassato”, “Max Angioni mi ha molestato in un bagno”, cose così), poi rivelo che noi artisti siamo tristi e si piange.
A queste feste so anche ballare, non invidio gli uomini carismatici e non ho paura delle donne.

SECONDO ANNO
Una potente casa editrice mi contatta per stampare il mio blog, le cui traduzioni in inglese fatte con ChatGPT hanno vinto un Pulitzer a fine 2025.
Dico loro che certe cose non sono in vendita ma che, se proprio vogliono, possono darmi immediatamente una valanga di quattrini per scrivere un romanzo da fargli pubblicare.
Accettano.
Bilanciando perfettamente lavoro, studio e una torrida relazione segreta con un’assistente che prima stava con un professore cattivo e ora sta con me, finisco di scrivere in tempo da record la prima avventura di Tommy Tacoma, un giovane investigatore dell’occulto.
Tipo Scooby-Doo ma da solo.
Uno penserebbe che l’assenza della fortunatissima dinamica di gruppo “figo-fattone-figa-secchiona-cane” possa rendere noiose le mie storie, ma “Tommy Tacoma E La Messa Nera Di Messina” vende milioni di copie.
A questo punto sono praticamente l’eroe dell’università.
Movimenti studenteschi opposti gli uni agli altri mi implorano di partecipare alle loro riunioni per ispirare le giovani menti al comunismo/fascismo.
Vado a tutte le riunioni e salvo i ragazzi dall’eccessiva identificazione politica.
UniTo diventa la prima università completamente depoliticizzata del paese ed è tutto merito mio.
Ci importa solo di studiare sodo e di divertirci la sera, scoprendo noi stessi e i giovani corpi di chi più ci piace.
Ho tutti 30 e lode, i professori non vorrebbero nemmeno farmi sostenere gli esami, ma insisto di dare loro prova che la mia preparazione è degna di qualsiasi storico a tempo pieno.
In vista del terzo anno, mi lascio amichevolmente con l’assistente perché è arrivato il momento di rastrellare tutto il rastrellabile.

TERZO ANNO
Giro per Palazzo Nuovo in tunica come Cristo.
Ho quasi trent’anni e mi è finalmente uscita la barba: è lunga, folta e lucente.
Nessuno saprà mai che ho speso la maggior parte dei soldi guadagnati grazie a “Tommy Tacoma E La Messa Nera Di Messina” per una cura ormonale che lo rendesse possibile.
Sono in una relazione poliamorosa con ogni singola studentessa: io le amo tutte, loro amano tutte me. Le mie antiche ferite d’amore sono un lontano ricordo di cui rido alle lacrime mentre vengo masturbato da sei mani diverse.
Non mi manca l’energia necessaria a gestire questo viavai sessuale in casa mia.
Anche gli odori sono sotto controllo.
Scrivo “Tommy Tacoma Contro I Pokemon” e mi regalano la Scuola Holden.
Mentre porto a termine gli studi, scopro che stiamo raccontando la storia dell’umanità al contrario e, dopo aver sconfitto lo stesso professore cattivo di prima, che voleva sotterrare tutto, vengo premiato con la laurea.
Non devo nemmeno scrivere una tesi o discuterla.
Con la giusta quantità di lacrime saluto i miei amici del primo anno, non mi hanno mai abbandonato.
Rivelo loro che è stata proprio l’eterogeneità etnica del gruppo a farmi imparare il vero segreto dell’amore: non c’è nessun segreto.
L’amore è la cosa più bella che facciamo nonostante il grande dolore che si porta dietro.
Non c’è perdita peggiore o più deprimente, eppure torniamo sempre lì, ad amare.
E più diamo e meno chiediamo, meglio amiamo.
Che meraviglia che è la vita.

QUARTO ANNO
Boh, insegno Storia? Cazzo ne so.

SONO TUTTO SOLO E POI MANCO LO SONO ABBASTANZA DA LAMENTARMI

Nell’appartamento sopra al mio vive una giovane famiglia.
Hanno una bambina che non può avere più di sei anni e, nel tempo trascorso tra l’acquisto di casa mia e la fine dei lavori, ha fatto la sua comparsa un neonato.
Nel condominio in cui vivo le pareti sono molto spesse e ben insonorizzate, mentre i soffitti sembrano fatti di legno cavo.
Tutti i giorni sento questi bambini, il neonato ultimamente sta piangendo parecchio – credo che stia mettendo i dentini, o forse ha le coliche – e la bimba gioca liberamente per casa.
Sento i tonfi dei suoi passetti sgraziati, lo scorrere incessante di qualche tipo di biglia o macchinina, un po’ di vociare tra lei e i genitori.
Nel fine settimana mi sveglia lei, la sua stanza è direttamente sopra alla mia.
È la prima volta nella mia vita che ho dei vicini così vitali e ne sono felicissimo.
I bambini mi piacciono molto, trovo un certo piacere romantico a sentire la vita che va avanti. Mi riempie di speranza.

Io conduco una vita molto solitaria, spesso danzo sul limite della reclusione.
Nell’ultimo anno questo lato di me ha piano piano preso più spazio.
Socializzare tende a costarmi una grande fatica.
Per esempio, ho recentemente ricominciato l’università e non ho ancora davvero attaccato bottone con nessuno.
Qualunque scusa è buona per non farlo.
“Se parlassi con questo sarebbe solo perché spero che conosca altre persone e che eventualmente socializzare con loro possa farmi conoscere una donna e, visto che starei solo usando queste persone per procurarmi delle donne, sono cattivo e non posso attaccare bottone”, per esempio, è una cosa che mi sono davvero raccontato nelle prime due settimane di lezione.
Come se fossi in grado di fare questa cosa che si chiama “attaccare bottone”, peraltro.
A volte mi chiedo se io l’abbia mai fatto in vita mia.
Se provo a pensarci, credo che tutti i miei rapporti più significativi siano iniziati in primissimo luogo con una mia partecipazione del tutto – o quasi – passiva.
Mi è praticamente impossibile approcciare chiunque per primo.
Spero che si inizi a vedere quanto questa solitudine sia autoimposta.
Su quale base, infatti, trovo impossibile per me parlare con uno sconosciuto a scopo puramente sociale?
Di fatto, quando mi trovo di fronte a qualcuno a cui per un motivo qualsiasi voglio piacere, decade qualsiasi buona opinione di me io possa avere.
La mia rappresentazione di me corre nella direzione del nulla siderale.
Di rimando, la mia rappresentazione del mondo lo trasforma in un luogo in cui tutte le più semplici regole sociali, per esempio quella che si può parlare con le persone ed è così che le si conoscono, non si applicano a me. Anzi, si applica tutto il contrario.
Io quindi non posso attaccare questo dannato bottone, non posso offrire niente a una donna, non posso neanche pensare di meritare di essere amato o accettato, men che mai posso permettermi di rifiutare qualcuno.

Oggi sento questo problema come non mi capitava da sei anni.
È stato un anno molto lungo.
Ho avuto una spaventosa emorragia di affetti, tra cui la prima vera grande relazione della mia vita, finita in circostanze molto dolorose per entrambi.
Tutt’ora ho il cuore in buona parte spezzato, mi dicono che deve andare così.
Molto raramente so cosa farmene, spesso invece ho molta ansia di riuscire subito ad andare avanti e colmare questo vuoto – magari con un miglior rapporto con me stesso – ma, probabilmente proprio perché sono così agitato, ancora non mi riesce bene.
Fortunatamente, sentire la famiglia al piano di sopra mi aiuta anche con la tristezza dovuta a questo appartamento vuoto, infestato da me.
Dio sa quanto vorrei tornare a toccare il mondo e imparare a toccarlo in tutti i modi che mi sono sempre negato.
Desidero partecipare con ardore a tutto ciò che ho deciso che non mi riguarda.
Voglio ballare, cantare, ridere e scherzare insieme a tutti gli altri. Ogni tanto anche scopare non mi dispiacerebbe.
Ci pensate? Io che partecipo in modo sano e continuativo al mondo del sesso.
Fantascienza.
Pazzia.

È con grande rammarico che vi dico che anche questa rappresentazione è per lo più falsa.
Per carità, è vero che in università sono un palo di legno e che non faccio sesso da un bel po’.
Intanto, però, esco praticamente tutte le sere, ho diversi amici, anche nuovi, che incontro a Torino e altri che sento praticamente ogni giorno.
Soprattutto nelle ultime settimane ho avuto molti ospiti.
Pure mentre scrivo questo strano monologo ho in casa un ballerino colombiano che mi è venuto a trovare per un paio di giorni.
How cool is that?
Canto e fischio per strada mentre cammino, come uno psicopatico.
Tutto il mio quartiere mi ha sentito cantare.
Se sono sbronzo ed è molto tardi ballo pure.
Certo, davanti a me non c’è gente quando lo faccio, ma chissà negli anni quanti mi hanno visto dalla finestra.
Di nuovo, è vero che non faccio mai il primo passo perché sono una principessina, ma poi chiacchiero subito senza troppi problemi. Anzi, rido e scherzo più della maggior parte della gente con cui ho a che fare.
Il punto è che, per quanto io faccia tutte queste cose, non le penso di me.
Il me pensato altalena tra uno zero totale e un alieno, mentre il me reale è una persona piuttosto normale.
Le mie carenze sociali e sessuali sono dovute a problemi reali, ma che sono meno gravi di come mi appaiono quando voglio abbattermi.
Dovrei sicuramente essere meno sostenuto in università e parlare con le persone che, proprio come me che ho trovato passivamente tutti i miei rapporti significativi, spesso e volentieri hanno piacere a fare due chiacchiere.
In più, se proprio stessi per esplodere e avessi bisogno di consumare un rapporto sessuale fine a sé stesso, mi scaricherei un’app o due e mi darei una mossa.
Lo starei già facendo se mi interessasse, ma mi sto ancora leccando certe ferite e quindi non riesco a guardare oltre la solita, spessa coltre di chi mi piace ben più di un pochino.
Con questo non voglio dire che, se volessi, rastrellerei Torino e che dovete chiudere in casa le vostre figlie il giorno che mi sveglio dal mio lungo riposo, ma porca puttana qualcosa farei, eddai. Son mica l’uomo elefante.
Insomma, ho già tutto quello che mi serve per essere normale, ma non lo penso.

Ora sono costretto a chiedermi a cosa mi serva questa forte dissociazione tra atteggiamento e rappresentazione.
C’è una risposta relativamente semplice: voglio torturarmi.
Ho un forte rapporto di godimento con la sofferenza.
Se non prendo un’attiva decisione di benessere, mi affamo di fronte a ogni tipo di appetito umano.
Credo di farlo perché cerco un appagamento il più forte possibile ai miei desideri.
In più, un’attesa sofferente è una sofferenza goduta.
Il corpo gode anche della sofferenza, diceva – tra i vari – Lacan.
Infatti, uno potrebbe pensare che, se ho imparato ad affamarmi in questa maniera, io sia molto paziente, ma non è vero.
È proprio perché sono impaziente e voglio subito il mio contentino, che mi impongo certe attese dolorose.
Proviamo con una risposta più fastidiosa alla domanda: voglio ottenere l’irraggiungibile, cioè un me perfetto e felice per sempre.
Si tratta di un problema che sta alla base di davvero moltissime nevrosi.
Sono semicosciente di un qualcosa, un me a cui devo arrivare e mi arrovello come un pazzo per riuscirci.
L’errore concettuale è enorme: ritengo, mio malgrado, che questo me esista già perenne in una dimensione iperuranica e che ci sia una singola sequenza di decisioni, celate solo a me, che mi porterà a realizzarlo.
Tutto ciò è falso, a partire dalla mia idea che si possa essere perfetti, a continuare con la sicurezza che tutti gli altri sappiano come io debba fare e a finire col mio terrore pazzo di commettere errori pratici o morali di qualsiasi tipo.
Ovviamente non funziona così, io stesso confesso di aver commesso più di una manciata di errori negli ultimi nevroticissimi ventisei anni della mia vita, alcuni addirittura volontariamente, eppure non ho perso i miei più basilari diritti umani e non ho finito di crescere e imparare.
Giuro che so tutte queste cose.
Il problema è che partecipare in modo più integrato al mondo implicherebbe essere ancora più in gioco. Ho già fatto notevoli progressi da quando ho deciso di non sacrificare la mia vita all’altare della presa per il culo, ma devo mangiare ancora parecchia pastasciutta.
E mettersi in gioco, cosa ti rompe?
Ti rompe la speranza di poter diventare davvero completamente completo nella coscienza, perché ti mette in rapporto con le tue mancanze, alcune delle quali incolmabili.
Si possono integrare spaventose quantità di materiale inconscio ma mi sono convinto che, non essendo divinità, non potremo mai sapere tutto di noi né trascendere il rapporto di compensazione tra mondo esteriore e mondo interiore, di cui la nostra esperienza è per definizione limitata.
Separarsi da tutta questa struttura nevrotica e vivere appieno costa un particolare e continuo sacrificio dell’Io che non può essere sottovalutato.
Chissà se aver scritto sta cosa mi tornerà utile.

L’ULTIMA FATICA DI NAPOLEONE

Questa storia parla di un Napoleone.
Non importa se fosse quello vero oppure no: la storia ci insegna che moltissime persone, accomunate solo dalla profonda convinzione di esserlo, sono state Napoleone.
Infatti, è già sbagliato pensare di poter definire “quello vero”.
Se un matto spende tutte le ventiquattro ore del giorno pensando di essere Napoleone, non lo è veramente?
D’altra parte, molto raramente nella vita abbiamo il lusso di essere davvero ciò che pensiamo.
Questo però vuol dire che anche il primo Napoleone, “quello vero”, non era altro che una copia di qualcosa che dopo la sua morte gli ha preso in prestito il nome.

Il Napoleone della mia storia era anziano, malato e stanco.
Il suo esilio sull’isola a tratti sembrava avergli estirpato gli ultimi, già stantii profumi di giovinezza, lasciando finalmente respiro alla riflessività e alla pacata lentezza della vecchiaia.
Peraltro, ora che gli impedimenti del corpo e della legge mondiale lo avevano liberato dalla sua stessa ambizione, trovava molto divertente – e superflua – la sorveglianza militare che gli inglesi gli avevano imposto.
Era pure riuscito a fare amicizia con alcuni soldati, per i quali l’opportunità di condividere un brandy serale e una partita a carte con Napoleone Bonaparte valeva tutta la noia e l’assurdità di stare in mezzo all’oceano a fare da guarnigione alla casa di un vecchio morente.
Potrà sembrare strano – almeno per loro fu così – ma nessun ufficiale fu preso in simpatia o anche solo avvicinato da Napoleone, solo soldati semplici e in particolare un singolo sergente, tale James Lennox, che aveva perso un figlio a Waterloo.

Era un sereno primo pomeriggio di inizio maggio, l’imperatore si era svegliato da poco da una pennica digestiva e si stava facendo accompagnare giù per le scale dal suo maggiordomo, anziano quasi quanto lui.
Napoleone indossava una pesante giacca di fustagno grigia appaiata a pantaloni dello stesso tessuto e colore, con una camicia color crema e un non troppo elegante paio di stivali di pelle.
Per quanto fosse emozionato all’idea di incontrare suo figlio, che era appena arrivato in visita con moglie e bambini, non riusciva a scrollarsi di dosso un certo nervoso dovuto al sogno che aveva appena fatto.
Pensavo di aver finito di sognarla… poco importa.
All’ingresso della villa, Napoleone trovò con sollievo che il figlio e la nuora si stavano già occupando di istruire la servitù sulle particolarità di ogni membro della famiglia e di come avrebbero voluto soggiornare, senza dover passare da lui o dal maggiordomo.
Finalmente hanno capito che non bisogna disturbare gli anziani con queste piccolezze.
I due giovani inglesi che stavano di guardia al portone, Lewis e Taylor, rilassarono il viso non appena incrociarono lo sguardo di Napoleone: erano tra quelli che più avevano legato con lui e avevano paura di perderne la confidenza una volta di fronte alla sua famiglia, ma il sorriso e l’occhiolino del loro improbabile amico li rassicurarono completamente.

Napoleone non aveva nemmeno finito di salutare suo figlio, un uomo robusto e solare che si avvicinava alla mezz’età, quando sentì una vocetta stridula chiamarlo dal giardino.
“Nonno! Sono venuto a trovarti!”, gridava Jaques Bonaparte, che con i suoi sei anni e mezzo era il più giovane della famiglia.
Napoleone uscì all’aperto che già sorrideva come non gli capitava da settimane.
Era sempre stato difficile per lui andare d’accordo con i bambini, anzi, come certi uomini che hanno fatto la vita militare spesso non li sopportava proprio.
Tuttavia, era segretamente affascinato dai loro giochi e dal loro sguardo sul mondo, così povero di quelle informazioni che si imparano crescendo e per questo colmato da fantasia infinita.
Il piccolo Jaques, poi, era un piccolo despota lentigginoso che catturava come per incanto tutto l’affetto di suo nonno.
Anche se Napoleone praticamente non riusciva più a chinarsi, fece un sacrificio per abbracciare il nipote.
Si sta facendo davvero un bel bimbetto, guarda come mi somiglia!
“Allora, Jaques, hai fatto buon viaggio?”, chiese.
“No! La nave era scomodissima e il cibo era cattivissimo!”, strillò impertinente il bambino.
“Ma che dici mai! Mi sono assicurato di persona che fosse tutto il più confortevole possibile per voi”, rispose Napoleone con una punta di stizza.
Quegli inglesi mi sentiranno.
“E invece era tutto scomodo. La mamma non mi ha nemmeno lasciato portare i giocattoli. Qui hai dei giocattoli per me, vero? Vero, nonno?”, chiese Jaques saltellando.
Questa poi!
“Non credo proprio di avere dei giocattoli per te. A cosa giochi?”
“Alla guerra! Ho cinque soldati di latta e una spada di legno con cui gioco tutti i giorni!”
“Qui abbiamo solo soldati veri!” rise Napoleone, “Ma con loro è meglio non giocare, sai, sono inglesi”, disse poi con finto tono grave e un accenno di sorriso.
Anche Jaques si fece tutto serio.
“Mi farei mandare alla forca prima di giocare con degli inglesi”.
“Vedrai che alcuni di loro riusciranno a starti simpatici tanto quanto certi francesi sono insopportabili”.
Il bambino non lo ascoltò e tornò al molto più impellente problema di come divertirsi durante la sua villeggiatura a Sant’Elena.
“Almeno un’altalena ce l’hai, nonno? È pieno di alberi qua!”, esclamò guardandosi attorno.
Era vero: la villa in cui riposava Napoleone, oltre il giardino e la strada per raggiungerlo, era circondata da un bosco fitto ma tranquillo.
È pieno di alberi…
“Non ho un’altalena, Jaques. Mi dispiace”.
“Allora me la costruisci? Dai, nonno! Costruiscimi un’altalena!”
Ora Jaques saltellava di nuovo, con le mani protese verso il viso di Napoleone.
Ma questo bimbo è davvero una peste! Una richiesta dietro l’altra, a un uomo anziano come me, poi. Questi sono lavori da servi. Sono lavori da servi. Una passeggiata nel bosco però potrebbe…
“Nonno! Allora?”, strillò di nuovo Jaques, interrompendo i pensieri in cui il vecchio si stava perdendo.
“Va bene!” sbottò Napoleone, “Avrai la tua altalena. Prima però andiamo a prendere il tè: non ho ancora salutato bene i tuoi genitori. Più tardi andrò a costruirti un’altalena”.

Davanti al tè, Napoleone poté toccare con mano quanto poco era sempre andato d’accordo con suo figlio e se ne dispiacque molto.
A modo suo amava la sua famiglia e, in più, l’esilio gli aveva fatto realizzare che non sarebbe stato ricordato come un padre presente o amorevole, ma solo come il più grande imperatore e condottiero di tutti i tempi.
In quell’ora scarsa che passarono insieme, cercò maldestramente di colmare questa mancanza con sorrisi e complimenti che a tratti avevano del viscido e che per lo più lasciarono suo figlio interdetto e incapace di rispondere.
Per due volte, poi, cadde nelle vecchie abitudini di redarguirlo per la postura e per come mangiava, pentendosene subito dopo.
Tuttavia, non si occupò di questi pensieri e dispiaceri che con una frazione delle sue energie.
Infatti, tra un sorso di tè e un altro pasticcino, continuava a rimuginare sull’altalena che avrebbe costruito per Jaques. Pensava a quale albero l’avrebbe fissata e che qualunque avrebbe scelto, avrebbe dovuto essere assolutamente perfetto.
Napoleone in cuor suo intuiva come mai la sua personalità si era tanto ammorbidita e variegata negli ultimi tempi dell’esilio, ma non sarebbe mai riuscito ad ammetterlo a nessuno, nemmeno a sé stesso.
Dunque, lasciava che si pensasse – e si lasciava pensare – che fosse davvero tutto dovuto alla perdita dei suoi poteri e della sua influenza.
Ma dentro sapeva che quegli strani movimenti avevano a che fare con una sequenza davvero peculiare di tre sogni, riguardanti tre alberi.
“I sogni sono perdite di tempo per finti maghi e selvaggi”, era solito dire da giovane.
Non si sentiva troppo a suo agio a dar ragione alle idee più mistiche.
La richiesta del piccolo Jaques, però, lo stava ossessionando in modo decisamente inusuale: per quanto amasse il nipotino, era sempre stato ferreo sul fatto che dare ai bambini quello che vogliono senza esitazione fosse straordinariamente diseducativo e, per quanto non fosse abituato ad avere granché rispetto dei suoi stessi sogni, l’idea di immergersi tra la vegetazione e stare in mezzo agli alberi si era impadronita di lui.

Finito di prendere il tè, Napoleone si fece portare una lunga corda e una trave.
Una volta tagliato e fissato tutto in modo da avere un’altalena da trascinarsi dietro, partì da solo per il bosco.
La servitù e i soldati furono un po’ restii a lasciarlo andare, ma si fecero convincere.
Napoleone non si era ancora mai avventurato tra la vegetazione dell’isola, ma si trovò sufficientemente a proprio agio.
L’albero per Jaques deve essere perfetto. Nessuna scusa.
Nella prima ora di ricerca non riuscì mai ad accontentarsi.
Questo albero era troppo piccolo, quell’altro stava in fondo a una depressione e il terreno si sarebbe infangato troppo in caso di pioggia.
Intanto, però, si ricordò del primo dei tre sogni che aveva fatto e si permise di riflettervi su più seriamente.
Gli era arrivato due mesi dopo essere sbarcato sull’isola.
Aveva sognato di essere di nuovo bambino e di correre in uno sterminato campo d’orzo.
Sua madre lo raggiungeva, lo prendeva in braccio e lo portava al cospetto di un albero gigantesco, più alto delle nuvole. A malapena si poteva scorgere la sua chioma dorata.
Le foglie non erano autunnali, erano proprio fatte d’oro.
Senza proferire parola, la madre lo indicava e poi gli indicava l’albero.
“Sono io?”, le chiedeva allora lui, ma lei scuoteva la testa.
Al suo risveglio, Napoleone si era sentito molto spaesato e non si ricordò del sogno finché non andò a dormire la notte dopo.
Ora che si trovava nel bosco e rifletteva sulla propria infanzia e l’infinito potenziale che l’aveva caratterizzata, era sicuro che il suo lato bambino non fosse mai davvero morto; anzi, era stato certamente determinante nel far emergere la placida affabilità e la scherzosità che nessuno si sarebbe mai aspettato da lui sull’isola.
Un po’ di quella nuova, più leggera personalità gli avrebbe sicuramente fatto comodo in quel pomeriggio in cui la ricerca dell’albero perfetto per l’altalena di Jaques iniziava già a sembrare interminabile.
Ma se questo albero è troppo alto e quell’altro ha i rami secchi, cosa ne posso? Un Bonaparte non si dondolerà da un albero qualunque!
Dopo un’altra mezz’ora di vagare a vuoto, Napoleone si trovò di fronte a uno splendido tiglio, non troppo alto o basso, bello e dall’aspetto robusto.
Eccoti qua, ti ho trovato!
Prese l’altalena per la trave e, con un vigore che ormai mostrava molto di rado, la lanciò oltre un ramo tra i più bassi e robusti, così da appenderla.
Con sua grande soddisfazione, ci riuscì al primo tentativo.
Tuttavia, quando Napoleone si avvicinò per legare bene le corde, il ramo si spezzò in più parti, rivelando un’anima nera, umida e marcia.
No, non può essere.
L’imperatore si mise freneticamente a staccare la corteccia dal tiglio e, con grande orrore, trovò lo stesso legno in decomposizione del ramo.
Evidentemente le foglie erano rimaste verdi perché stavano succhiando l’ultima parvenza di vita da quel tronco oramai andato.
Napoleone sferrò un pugno al tiglio e cacciò una colorita serie di imprecazioni in francese.
La foga, poi, ebbe la meglio di lui: un dolore lancinante allo stomaco, come se fosse stato trafitto, lo mise a sedere.
Sconcertati dalla scena, Lewis e Taylor, che lo avevano seguito fino a lì in segreto, saltarono fuori dal cespuglio da cui stavano spiando.
“Eccellenza! Che vi succede?”, chiese Lewis preoccupato mentre Taylor porgeva la sua borraccia a Napoleone.
“Cosa ci fate qui voi due?”, sbraitò il vecchio prima di accettare l’acqua e di berne qualche sorso.
“Vogliate perdonarci, Eccellenza, ma non potevamo davvero lasciarvi andare da solo. Potrebbe succederle qualsiasi cosa e noi… Eccellenza, non ce lo saremmo mai perdonato”, disse Taylor.
Napoleone sospirò.
Sono dei bravi ragazzi.

“Tenevo molto a fare tutto da solo… per Jaques, s’intenda. Ma mi sa che avete ragione, sono un po’ troppo vecchio e malandato per vagare nei boschi senza qualcuno che mi dia una mano”, disse con un leggero sorriso ironico.
“Non dite così, Eccellenza, voi avete ancora la forza di un uomo in piene facoltà! Un bosco sconosciuto è insidioso per chiunque!”, esclamò Taylor.
Davvero dei bravi ragazzi.
“Va bene. Volete continuare questa piccola avventura con me?”, chiese Napoleone.
Lewis e Taylor annuirono solennemente, come bambini.
“Allora aiutatemi ad alzarmi e prendete l’altalena”.
I due inglesi eseguirono con gioia.

Mentre gli uomini camminavano tutti e tre assieme al passo di Napoleone, la conversazione arrivò molto velocemente al tema della guerra.
Lewis e Taylor erano veterani di due battaglie ciascuno e ancora non sapevano bene come sentirsi a riguardo.
Riconoscevano entrambi di essere disgustati dall’incredibile violenza che avevano visto, dall’inconfondibile suono della morte, dagli scoppi, dall’orribile odore di sangue bruciato mescolato a feci e fango che permeava un campo di battaglia alla fine dello scontro.
“E poi, a volte, mi sembra di essermi portato dietro una strana irrequietezza”, disse Taylor.
“So di cosa parli. È il nostro segreto peggiore. È la voglia di tornare”, sentenziò Lewis.
“Non esserne così sicuro. Molti veterani in pensione la vivono come una gabbia per i tempi di pace, un’incapacità di fare una vita normale. Non so quale sia la verità, ma tu non esserne così sicuro, Lewis”, replicò Napoleone.
Il giovane soldato annuì grattandosi il mento.
“Voi l’avete? Questa irrequietezza, intendo”, chiese Taylor.
“Mi è capitato. All’Elba ero come impazzito. Io l’ho sempre provata come una schietta voglia di tornare, tra l’altro. Ora che sono vecchio e che sono qua, però, non la sento più. Sono tranquillo”.
Senza farsi vedere da Napoleone, i due inglesi lo guardarono con grande ammirazione.
“Sapete, mio nipote gioca alla guerra”, disse poi l’imperatore.
“Ah, sì? Come ci gioca?”, incalzò Lewis interessato.
“Ah, non ne ho idea!” rise Napoleone, “Mi ha detto che ha dei soldati di latta e una spada di legno, ne è così entusiasta. Mah. Voi due giocavate alla guerra quand’eravate bambini?”
“Io sì,” rispose Lewis, “da piccolo mi piaceva molto, anche se pensavo che sarei diventato un burocrate come mio padre”.
Il soldato si fece un attimo pensieroso prima di procedere col discorso.
“Con i miei amici facevamo una cosa strana, mentre giocavamo. Fingevamo di combattere contro infiniti nemici immaginari e di essere eroici guerrieri. Ogni chissà quanti minuti di gioco, però, uno di noi, praticamente a rotazione, fingeva di essere colpito dal nemico e stramazzare”.
“Buffo, facevo esattamente la stessa cosa anche io”, disse Taylor.
“Ma non finiva lì,” continuò Lewis, “il caduto tra noi rimaneva a terra per un po’ e poi, per simulare un grande gesto eroico, si rialzava come se fosse per miracolo sfuggito alla morte, anche se nel gioco aveva preso una cannonata!”
Tutti e tre scoppiarono a ridere fragorosamente, poi Napoleone si fece di nuovo serio.
“Davvero curioso. Io non credo di aver mai giocato alla guerra, ci credete? Lottavo molto con mio padre e gli altri bambini, ma non ho mai giocato a fare la guerra. Poi, passa qualche decennio e i bambini si divertono a fingere di essere presi dai cannoni. E non lo sanno, come potrebbero?”, disse.
“Cosa non sanno, Eccellenza?”, chiese Taylor ancora ridacchiando.
“Non sanno cosa succede a un uomo quando è colpito da una cannonata”, si intromise cupo Lewis.
Il suo commilitone capì subito e anche il suo volto si indurì.
“Già”, mormorò.
“Svanisce nel nulla e al suo posto rimane quella nebbia rossa, così calda e appiccicosa, che schizza ovunque. A volte penso che l’aria dell’inferno sia fatta di quello”, disse Napoleone.
Strano. Non avevo mai detto questa cosa a nessuno.
I due soldati non risposero se non con il silenzio.
I loro volti rivelavano le atrocità che stavano ricordando.
“Ho sognato la guerra qualche mese fa”, aggiunse poi l’imperatore, un po’ perché sentiva uno strano bisogno di rivelarsi, un po’ per risvegliare i suoi amici dalle loro memorie.
“Purtroppo a me succede molto spesso”, mormorò Lewis.
“Rischi del mestiere, ragazzo. Per non dire garanzie. Vorrei raccontarvi il sogno, comunque”.
Taylor, che amava fare attenzione al mondo onirico, acconsentì con entusiasmo.
Lewis invece aveva un rapporto più conflittuale con i sogni, ma non avrebbe comunque mai detto di no.
“Stavo combattendo la battaglia di Austerlitz, il mio più grande successo militare. Mi trovavo in una tenda a coordinare gli sforzi, mentre fuori c’era un putiferio di spari, esplosioni e grida. Dopo aver finito di dare ordini di ogni tipo agli ufficiali, mi sentivo come attirato a uscire a vedere lo scontro. Appena fuori dalla tenda, però, mi trovavo davanti a un albero dall’aspetto quasi alieno: il tronco, lungo e stretto, era di un innaturale color ocra e terminava in una punta. Le foglie che pendevano dai pochi rami erano cremisi, carnose e profumate come petali di rosa. Seduta appoggiata al tronco c’era mia moglie, ancora giovane, che indossava un vestito bianco. Un serpente si avvicinava minaccioso verso di lei e io provavo ad avvertirla, ma lei aggrottava le sopracciglia. ‘Lo sai che siamo a Waterloo, vero?’, mi chiedeva. Nel momento in cui le dicevo di sì, mi sono svegliato preso da una rabbia antica, propria di quando ero giovane e stavo conquistando il mondo. Sono stato nervoso e inavvicinabile per giorni”, concluse Napoleone con una risatina.
“Davvero interessante, Eccellenza. Che significato avete dato alla visione di un albero così poco ordinario?”, chiese Taylor.
“Non saprei. Mi ha sempre infastidito l’idea che i sogni possano avere questo o quel significato, quindi non ho mai imparato a leggerli. L’ho sempre chiamata roba da sciamani. Di questi tempi, però, non posso negare che hanno un certo effetto su di me”, rispose Napoleone.
Taylor si prese qualche secondo per pensare.
“È come se il sogno vi avesse riportato per un breve periodo a un tempo della vostra vita in cui esisteva davvero solo il conflitto… e a come quel grande capitolo sia stato chiuso così bruscamente a Waterloo”, disse poi.
Waterloo. Hai perso, Bonaparte.
Lewis, che era ammutolito sentendo il racconto dell’imperatore, lanciò al suo commilitone uno sguardo impaurito e sgomento, come d’avvertimento.
A Napoleone non piaceva mai che qualcun altro parlasse della sua più grande sconfitta, a malapena concedeva a sé stesso di farlo.
Effettivamente, i due inglesi lo videro stringere i pugni e la mascella e temettero un’esplosione.
Molla la presa. Non ne vale davvero più la pena.
Con grande sollievo di Lewis e Taylor, Napoleone si distese e forzò un sorriso che subito dopo gli rimase sul viso con naturalezza.
“Potresti avere ragione, Taylor. Ora non stiamo troppo a pensare a queste cose, però. Ho un’altalena da costruire!”, esclamò.

I tre uomini continuarono il cammino nel bosco mentre Napoleone snocciolava aneddoti sulla sua corte imperiale che ora facevano sbellicare Lewis e Taylor, ora li lasciavano senza parole.
Intanto, l’imperatore continuava ad essere tremendamente indeciso riguardo l’albero su cui avrebbe costruito l’altalena.
Siamo pure andati troppo avanti nella vegetazione, Jaques non impiegherà mai mezza giornata per andare e tornare. Cosa diamine sto facendo? Il dolore allo stomaco non è nemmeno andato via.
Napoleone stava per arrendersi a questi pensieri e rimandare tutto al giorno dopo. Magari si sarebbe anche portato dietro il nipotino.
Sì, perché no?
“Eccellenza, guardate!”, esclamò invece Taylor.
Il soldato stava indicando una piccola radura alla loro sinistra, in mezzo alla quale torreggiava un noce meraviglioso.
Emozionato, Napoleone si avvicinò all’albero a passo accelerato.
Devo controllare che non sia tutta una grande bugia come il tiglio.
Una veloce ispezione confermò che il noce era in perfetta salute.
I soldati si offrirono di montare l’altalena, ma Napoleone insistette per fare da solo.
Tutti e tre chiacchieravano di buonumore mentre l’imperatore si apprestava a stringere i nodi, dando le spalle agli altri due.
“Il ragazzino sarà contentissimo”, disse Taylor.
“E non ci sarà nemmeno bisogno di sgomberare la vegetazione, ci ha già pensato l’albero!”, esclamò Lewis.
Sentite queste parole, Napoleone mollò le corde e il capo gli crollò sul petto.
“Eccellenza? State di nuovo male?”, chiese Lewis.
Ci ha già pensato l’albero.
“Eccellenza?”
Il vecchio imperatore sentiva come lontanissime le voci dei suoi amici inglesi.
Sapeva che lo stavano chiamando, ma per un momento lungo chissà quanto non avrebbe saputo dire perché.
Lo stomaco gli faceva sempre male e la testa gli girava.
Si rese conto di essere sui gomiti e le ginocchia di fronte al tronco del noce.
Non aveva idea di quanto tempo fosse passato.
Piangeva e urlava disperatamente.
“Riprendetevi, vi prego!”, gli gridò Lewis vicino all’orecchio.
Napoleone finalmente si riebbe abbastanza da mettersi seduto.
Davanti a lui, i suoi amici lo fissavano sconcertati.
Provò ad asciugarsi il volto con un fazzoletto, ma le lacrime continuavano a cadere.
“È un parassita”, disse con voce rotta.
I due soldati si guardarono preoccupati.
“Cosa intendete, Eccellenza?”, chiese Taylor.
Napoleone ancora singhiozzava ancora un po’ troppo per parlare.
“L’albero… è un parassita. Sembra perfetto, proprio come il tiglio di prima. Ma è un parassita. Niente può vivergli vicino. Ruba il nutrimento a decine, magari centinaia di piante che potrebbero vivere dove c’è la sua radura. È l’albero peggiore che abbiamo visto finora. Toglietemelo da davanti”, riuscì poi a dire.
“Va bene, continuiamo a cercare”, rispose Lewis, ma il volto di Napoleone si era fatto altero e duro come la pietra.
“No. Sulla mia isola non ammetto parassiti. Abbattetelo”, sentenziò.
“Eccellenza… non abbiamo niente di quello che ci servirebbe per buttare giù un alberello di un mese, men che mai un noce come questo!”, esclamò Taylor.
Il vecchio imperatore scattò in piedi, ignorando gli acciacchi e una poderosa fitta allo stomaco.
Sembrava febbricitante.
“Allora bruciatelo! Fate sparire questa schifosa feccia dalla mia isola!”, ordinò con la bava alla bocca.
Lewis si avvicinò a lui e gli mise una mano sulla spalla, guardandolo con occhi diversi dal solito, molto più simili a quando era appena sbarcato a Sant’Elena.
“Non appiccheremo nessun fuoco”, disse a Napoleone, che di tutta risposta provò a rifilargli un pugno sui denti.
Il giovane soldato lo bloccò senza sforzo.
“Mi rincresce dovervelo dire così e per la prima volta da quando ci conosciamo, ma non siamo ai vostri ordini. Siamo qui per ricordarvi che siete stato esiliato dal continente e che non farete mai più ritorno”.
Taylor, poco più dietro, era visibilmente a disagio.
A Napoleone girò di nuovo la testa e si dovette risedere ai piedi dell’albero.
I suoi amici si unirono a lui.
“Nonostante questo avete, da parte mia, un tale affetto e una tale simpatia che non saprò come spiegarlo ai miei conterranei. Vi prego, ditemi cosa vi prende”, continuò Lewis, completamente raddolcito dopo aver dovuto mettere al suo posto il suo anziano e improbabile amico.
“Maledizione. Pensavo davvero che fosse finita”, piagnucolò Napoleone.
“A cosa vi riferite?”, chiese Taylor.
“La rabbia. Quella rabbia terribile che mi ha accompagnato per tutta la vita, che mi ha dato tutto quello che ho. Credevo di aver smesso di dover odiare, e invece guardatemi. Urlo e sbraito contro gli alberi come un vecchio imbecille”.
“Cosa succeda a un uomo quando procede nella vita non lo posso sapere, Eccellenza, ma temo che certe cose non possano davvero finire. Giusto prima ci diceva che qualche mese fa era stato intrattabile per giorni. Credo anche di ricordarmelo, peraltro”, disse Lewis.
“Non capisci. Ero davvero cambiato, o almeno ne ero certo. Ho fatto un sogno meraviglioso una settimana dopo quello che vi ho raccontato. È stato lì che ho trovato la calma e un po’ di gioia di vivere. Temo che sia solo grazie a quel sogno se riesco a fraternizzare con persone come voi”, ribatté Napoleone.
Taylor fu preso dall’emozione e implorò l’imperatore di dire loro cosa aveva sognato.
“Vi prego, raccontatecelo!”, squittiva.
“Va bene. Come vi avevo detto, aver rivissuto la guerra per una notte mi aveva imputridito l’umore. Ma poi mi è arrivata una visione di una bellezza sconcertante. Ho sognato di essere vecchissimo, decrepito, molto più di quanto non sia già. Per muovermi dovevo aiutarmi con un bastone, salivo a fatica su per una collina. Arrivato in cima, davanti a me trovavo la più meravigliosa e complessa scena biblica, tutta incentrata sull’albero della conoscenza del bene e del male. Un melo stupendo, alto e rigoglioso. Su un ramo di sinistra un serpente pendeva verso Eva e le parlava, ma lei non era spaventata né si lasciava convincere dalle sue lusinghe. A destra, invece, un uccellino blu cinguettava per Adamo, che ascoltava con attenzione. Intuivo che dietro il tronco i due sposi si tenevano segretamente la mano. Il sole e la luna condividevano l’illimitato spazio del cielo. Io me ne stavo lì e contemplavo la bellezza eterea di quell’immagine. Al mio risveglio, ero preso da una tale commozione che in cuor mio quasi pensavo che sarei morto lì. Da quel giorno la servitù e alcuni di voi inglesi avete avuto, come per magia, il mio affetto e la mia simpatia. Ho davvero creduto di essere cambiato per sempre. Guarito dall’odio, addirittura”, dichiarò l’imperatore ai due giovani uomini, che lo avevano ascoltato in religioso silenzio.
Effettivamente, era tutto vero.
Da quando si era svegliato quella mattina, tutti sull’isola avevano avuto modo di conoscere quello strano nuovo Napoleone, ancora assertivo e deciso ai limiti delle umane possibilità, ma adesso anche affabile, simpatico, a tratti addirittura scherzoso.
Nella radura era finalmente tornata la pace, ora che il vecchio si era tolto quel peso.
È l’effetto che fa parlare dopo tanto tempo di cosa si è trattenuto nella testa.
Il volto di Taylor era rigato da un fiume di lacrime, investito dalla meraviglia di quanto aveva visto in sogno Napoleone.
Fu Lewis a parlare.
“Eccellenza, di sogni non mi interesso e li capisco ben poco, come voi. Tuttavia, dubito che abbiate visto un segno che foste cambiato per sempre. Credo piuttosto che abbiate visto… tutto. Perdonatemi, ma non so come dirlo meglio. Uomo e donna, volatile e serpente, sole e luna, mi spiego? E tutto vuol dire completezza. Potreste davvero dire di essere voi senza il fuoco che vi ha sempre bruciato dentro? Il vostro sogno è prezioso, su questo non ci piove. Come le dicevo prima, nessuno mi crederà quando tornerò a casa e racconterò della persona che ho conosciuto in voi. Ma vi prego, non fate l’errore di credere in questa strana, irraggiungibile santità. Siete troppo saggio per cose del genere”, disse.
“Sì! Sì! Ben detto, Lewis! Eccellenza, non avrei saputo dirlo meglio!”, esclamò Taylor.
Napoleone fu molto colpito dalle parole e dall’affetto dei due soldati.
Davvero due bravi ragazzi.
“Vi ringrazio molto per essermi stati vicini tutto il giorno. Il sole è quasi completamente calato, non c’è più rosso in cielo. Che ne dite se torniamo indietro? So cosa fare con l’altalena di quella piccola peste che è mio nipote”.
I tre uomini si alzarono, slegarono le corde dal noce e si avviarono verso la villa.

Gli umori del gruppo erano completamente guariti, se non addirittura migliorati rispetto alle ore precedenti.
Napoleone sorrideva e chiacchierava amabilmente, stringendosi con la mano il punto dello stomaco che ancora gli faceva male.
Tuttavia, non riusciva proprio a preoccuparsene.
Erano quasi arrivati ai margini del bosco quando superarono un giovanissimo alberello, non più alto di un metro e mezzo.
Nessuno dei tre sapeva cosa fosse.
“Fermatevi un attimo, devo ancora montare questa trappola per monelli!”, rise l’imperatore.
Lewis e Taylor, confusi, lo guardarono appoggiare le corde con la trave tra un ramo e il sottile tronco dell’alberello.
“So già cosa state per dire. L’albero perfetto non esiste o, almeno, non è su questa dannata isola. Jaques aspetterà, col tempo l’albero crescerà e l’altalena gli rimarrà appesa. Anche lui crescerà. Sarà molto bello vedere un po’ questo processo, ora che il mio volge alla fine. Non credete?”, chiese Napoleone con un occhiolino.
I due inglesi si trovarono d’accordo e risero pensando alla sfuriata che avrebbe fatto l’indomani il piccolo Bonaparte, una volta scoperto che avrebbe dovuto attendere chissà quanti anni per dondolarsi da quell’altalena.

Arrivati davanti all’ingresso della villa, Napoleone volle sedersi e riposare qualche minuto ancora all’aperto, sul patio, prima di entrare e cenare con la sua famiglia.
Salutò con una calorosa stretta di mano Lewis e Taylor, ancora ringraziandoli di cuore per tutto quello che avevano fatto per lui.
“Non sarebbe stato possibile portare a termine la mia piccola missione senza il vostro aiuto, ragazzi. Sarei stato orgoglioso di avervi nel mio esercito”, disse loro.
Commossi, i due inglesi si congedarono e andarono a riunirsi ai loro commilitoni.
Non stavano nella pelle di raccontare agli altri la giornata che avevano passato.
Napoleone si sedette sulla comoda sedia che era solito usare e, senza farlo apposta, si addormentò profondamente.
Sognò di essere nel fiore degli anni nel senso più astratto del termine: aveva tutte le migliori qualità di un bambino, di un ventenne, di un uomo di mezz’età e di un anziano, era una composita versione migliore di sé stesso.
Davanti a lui c’era una bella quercia, robusta e, nel suo essere quercia, normalissima.
Sapeva di stare sognando.
Gli era anche chiaro che, se mai avesse voluto svegliarsi, avrebbe dovuto fare qualcosa.
Allora si inginocchiò di fronte all’albero e pregò inneggiando alla vita.

Al suo risveglio, Napoleone si sentiva perfettamente pacifico e riposato.
Ancora accusava qualcosa allo stomaco, ma non più di un gorgoglio sordo.
Era notte fonda.
Nell’aria c’era un forte odore di tabacco.
“Ah, cazzo. Ti ho svegliato”, disse una voce roca.
A parlare era stato James Lennox, il sergente inglese con cui l’imperatore aveva legato moltissimo a Sant’Elena.
Era un uomo duro e severo che si avvicinava ai sessant’anni, forgiato da un’intensissima vita militare.
Sedeva anche lui sul patio, in mezzo a loro c’era un tavolino con una bottiglia di vino francese e due calici.
Aveva appena acceso un grosso sigaro.
Napoleone e Lennox erano soliti parlare proprio la notte, proprio su quel patio, quando nessuno dei due riusciva a dormire.
Fra i due era decaduto quasi immediatamente ogni tipo di formalità, si erano trovati come possono solo gli amanti e certi rari amici.
“Che ore sono?”, chiese l’imperatore, che si accorse di avere una coperta leggera sulle ginocchia.
“Mezzanotte e mezzo. Dormivi come un pupetto, nessuno si è sentito di svegliarti. I ragazzi dicono che hai dato di matto con degli alberi”, rispose Lennox.
Napoleone rise, stappò la bottiglia di vino e riempì i calici.
“Ahimè, è vero. Chi mi rispetterà più adesso?”, disse con tono ironico.
“Vuoi raccontarmi cosa ti è preso?”, incalzò l’altro.
“Farei fatica a spiegarti bene. Quello che posso dirti è che la richiesta di Jaques mi ha preso in modo davvero strano. Mi ha ossessionato tutto il giorno, anche prima di entrare nel bosco”.
“Vuoi vedere che ha a che fare con quegli alberi che avevi sognato?”
“Molto arguto, James. Credo proprio di sì. Infatti, li ho ricordati tutti e tre nell’arco della giornata. È sicuramente quello”.
“Te l’avevo detto che i sogni sono importanti. Ora come stai?”
“Meglio. Molto meglio”.
“Finalmente!”, esclamò James Lennox alzando il calice.
I due brindarono gioiosi guardandosi negli occhi, poi volsero lo sguardo verso la luna e le stelle.
Napoleone chiese anche qualche tiro dal sigaro del sergente.
“Sai, mi sa che tiro e spingo un po’ troppo in questa vita”, disse Napoleone dopo aver buttato fuori il fumo.
Lennox si dovette trattenere dal ridere troppo forte e svegliare tutti nella villa.
“Questo è l’eufemismo del millennio, mio caro. Cosa te l’ha fatto capire?”
“Rischiare di frantumarmi le nocche contro un tiglio alla mia età è stato un segnale abbastanza chiaro”.
“E l’esilio in mezzo all’Atlantico cos’era per te?”
“Una breve e meritata villeggiatura prima di tornare e riprendermi tutto”, scherzò il vecchio.
“Sei davvero scemo. Quindi è stata davvero una giornatina, eh?”
“Non hai idea. Ma tu, invece? Come stai?”
Lennox si incupì leggermente.
“Come sto sempre. Per me oggi era solo un giovedì. Ho svolto le mie mansioni e mi sono fatto gli affari miei, per quanto potevo”.
“Sei stato da solo tutto il giorno, vero?”, chiese l’imperatore, a cui la voce iniziava ad affievolirsi, indebolita forse dal fumo e dal vino.
“Sì”, rispose secco l’altro.
“Mi dispiace. Non credo che saprò mai cosa si provi”.
“In che senso?”
Napoleone bevve un lungo sorso di vino e si aggiustò la coperta.
“Lo sai, James. Mio figlio”.
“Ah. Certo”.
“Mio figlio è qui, praticamente in vacanza. È vivo, mentre il tuo è morto per fermarmi. E tu sei qui a brindare con me. Vuoi sapere una cosa?”.
Una singola, grossa lacrima cadde dall’occhio di James Lennox.
“Dimmi”.
“Sei un uomo cento volte più grande di quanto io sia mai stato. E che io ti abbia detto questo, non ti crederà mai nessuno”.
Dopo aver pronunciato queste parole al suo amico, Napoleone si girò di nuovo verso il cielo e, esalato l’ultimo respiro, un’espressione serena si fermò sul suo volto.
James Lennox, ora da solo, pianse suo figlio in silenzio per qualche lungo minuto.
Poi finì il sigaro e la bottiglia di vino con calma, prima di entrare e avvertire gli altri che presto sarebbero tornati a casa.

TE LO DO IO, IL VAIOLO DELLE SCIMMIE!

Ho passato le prime due settimane di questo settembre nel sud est asiatico, tra Thailandia, Laos e Vietnam.
Queste sono le mie impressioni a freddo su quello che ho fatto e le persone che ho conosciuto.
Vedetelo come un tema di quinta elementare.
Sicuramente tutta l’operazione sarebbe molto più efficace se solo avessi tenuto un diario di viaggio, ma la fortuna ha voluto che in un viaggio di diciassette giorni io non abbia collezionato più di venti minuti scarsi di sobrietà.
E niente, vediamo cosa riesco a ricordare.

SCALO A DOHA
Sarò breve: all’aperto c’erano 38 gradi e un’umidità paradossale, mentre l’aeroporto è un inferno di tre o quattro centri commerciali incollati assieme in cui tengono una gradevolissima temperatura di 18 gradi. Potrei vivere tre vite a impatto zero e forse annullerei venti secondi di emissioni dell’aeroporto di Doha, praticamente il tempo di una pisciata.

BANGKOK
La prima cosa di cui mi sono accorto è che la cultura thailandese ha effettivamente un numero di differenze con quella italiana.
Eccomi qui: Casella il giramondo.

L’omogeneità architettonica è la loro carta da culo.
Puoi vedere una casa di lamiera, accanto a una casa in muratura, accanto a una casa di legno, accanto a un tempio pulitissimo e decorato d’oro in dettaglio maniacale, accanto a una casa di lamiera.
La mia impressione è che ciò non fosse dovuto a una povertà materiale o economica quanto a un onesto “chissenefregadidovevivo” gridato dalla popolazione.
Questo lo dico in parte perché è stata davvero la mia impressione, in parte perché, se invece è una questione di povertà, sono davvero uno stronzo.

Io e Macca, il mio compagno di viaggio trentanovenne, abbiamo visitato una quantità spropositata di templi.
Sono rimasto molto positivamente colpito dal modo di fare culto dei buddhisti thailandesi, da questo processo praticamente del tutto interiorizzato, esclusa una manciata di regole da seguire all’interno del tempio. Dei monaci e di come vivono non so niente.
Degno di nota è stato un uomo con la maglietta del Manchester City che è venuto a parlarci del tempio che stavamo visitando una mattina e ci ha detto che era il custode.
Sono una persona semplice, ho trovato divertente che fosse vestito in quel modo mentre faceva la guardia a una gigantesca statua dorata.
Come indossare un frac per spalare la merda sotto i ponti.

Un’esperienza indimenticabile è stata mangiare il pad thai di Thipsamai, ristorante che si vanta di avere la ricetta più buona di Bangkok.
Oltre al pad thai e agli involtini di una bontà sconvolgente, il locale ha un’atmosfera a dir poco avvolgente.
Ti fanno fare la coda fuori, poi ti fanno entrare ad aspettare il tavolo su un divanetto all’ingresso, davanti alla cucina a vista, poi ti portano cinque metri più in là a un secondo divanetto posizionato di fronte a una vetrina.
Lì sono esibite tutte le guide stampate che affermano che il loro pad thai è il più buono della città.
Solo dopo che ti hanno reso molto chiaro che ce l’hanno durissimo per il loro stesso pad thai, ti portano al tavolo.
I camerieri sono amichevoli come uno che ti vuole scopare e sembrano obbligati dalla direzione a chiederti da dove vieni e poi dirti qualcosa nella tua lingua.
A un certo punto della cena, una cameriera e un cameriere sono arrivati insieme a portarci da bere e da mangiare e lei si è freezata: non sapeva l’italiano.
Lui le ha messo il viso nell’orecchio e le ha sussurrato delle parole in italiano che ho sentito benissimo, così che lei potesse tirare fuori un sorriso falsissimo, gigante e un po’ spaventato ed esclamare “BONGIORNI”.
Macca, che ha il cuore grande, ha apprezzato molto tutto questo.
Io, che ho il carattere un pochino più ruvido e sono abbastanza sensibile all’imbarazzo, mi sarei ammazzato se ne avessi avuta l’opportunità.
Avendolo saputo prima, avrei detto loro che sono ungherese o estone per vedere di che pasta sono fatti.
Ora, però, devo calare l’asso di briscola.
Nel ristorante sono appesi alle pareti vari schermi televisivi che trasmettono in loop un cartone animato, prodotto dal ristorante stesso, che parla della donna che l’ha fondato.
È molto difficile per me descrivere l’esperienza di essere a tavola, mangiando un pad thai da lacrime agli occhi, mentre guardo un cartone in cui una donna, colpevole solo di aver perfezionato una ricetta tradizionale, viene bistrattata da un locatore seminudo, grasso e sporco con una catena d’oro.
Ancora più sconvolgente è la scena in cui la donna, ormai anziana, sta cucinando e di colpo crolla, seguita dalla scena in cui muore in ospedale con il figlio che le tiene la mano e piange.
Il figlio si rivela essere il motivo per cui sei lì a mangiare, ha preso la ricetta della madre e ha tenuto in piedi il ristorante.
La cosa bella è che questo ragazzo aveva studiato economia, la sua storia non è quella romantica e folkloristica che uno si aspetta.
Non ha salvato il pad thai più buono di Bangkok mettendosi ai fornelli, assolutamente no.
Ha fatto il franchise.
Il figlio è il motivo per cui i camerieri ti dicono “ciao” e “danke shon” , per cui fanno così grandi proseliti del loro pad thai, per cui stai guardando un cartone prodotto da lui e in cui si è fatto disegnare in una specie di stile chibi mentre tiene la mano a sua madre che muore.
E la cosa incredibile è che funziona.
Vi prego di non vedere altezzosità in questo, non sto dicendo “funziona perché un vago insieme di altre persone si beve queste cazzate che io invece trovo ridicole”.
Quello che intendo è che mi dispiace per le difficoltà di sta donna e che il cartone mi fa venire una voglia matta di pad thai.

L’ho trovato su YouTube, comunque.
Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo.

LAOS – HUAY XAY
Un agile viaggio di un paio d’ore da Chiang Rai su un pulmino di latta senza porte ci ha portati alla nostra prima destinazione in Laos, Huay Xay.

Prima di arrivare alla ciccia di questa parte del viaggio, devo condividere un aneddoto splendido della prima notte passata lì.
La notte stessa del nostro arrivo io e Macca stavamo passeggiando sulla strada principale del villaggio, quando un fattorino di una qualche food delivery asiatica ha superato col motorino un presidio di polizia – un gazebo con sotto un tavolo di plastica – con tipo dodici sbirri sbronzi.
Purtroppo per lui, gli sbirri erano ancora abbastanza coscienti da sapere che quella strada è a senso unico e che lui stava andando contromano.
L’hanno fermato, si sono scambiati due parole, lui ha detto qualcosa che posso solo immaginare fosse “Sucatemi le palle” in laotiano ed è ripartito.
Allora tre sbirri sono saliti su un motorino e l’hanno rincorso, l’hanno fermato trenta metri più in là, lui di nuovo li ha mandati affancuore ed è ripartito.
Dieci metri più in là gli sbirri l’hanno fatto scendere dal motorino, su cui è salito uno dei tre e sono tornati indietro.
Il fattorino ha continuato a piedi nella stessa direzione in cui stava andando.
Nessuna multa, nessuna burocrazia, non gli hanno dato nemmeno una gomitata.
“Dammi sto cazzo di motorino” e basta.
Il braccio sbronzo della legge.

Comunque, avevamo deciso di passare da Huay Xay perché il villaggio offre la famosa Gibbon Experience, un’esperienza a metà tra una tamarrata con le zipline e una scarpinata di cinque ore nella giungla con tanto di notte in una casa sull’albero in mezzo al verde sterminato.
La fauna della giungla conta orsi neri, cobra, tigri e tutti gli insetti mai esistiti.
Sono praticamente convinto che quel luogo sia il Valhalla degli insetti, le cui anime incarnate continuano a insettare fino alla fine dei tempi.
Ah cazzo i gibboni.
In teoria ci sono anche i gibboni, anzi è un po’ tutta la cosa dell’Experience, ma te li hai visti?
Nessuno si imbatte mai nemmeno negli altri animali che ho detto prima, volevo solo veicolare che ho avuto paura.
La fauna del gruppo contava me, Macca, un ragazzo polacco col suocero, una ragazza olandese e le guide, due laotiani di ventun anni che fanno la scarpinata tutti i giorni, rigorosamente in infradito.
Le zipline lì sono molto alte, lunghe e relativamente veloci; la prima che fai entra in un nugolo di giungla e non vedi dove finisce.
Anche lì ero molto spaventato, nonostante fossi appeso con un moschettone enorme a un cavo d’acciaio abbastanza spesso per una funicolare.
Un paio di volte ero sospeso nel vuoto e ho davvero pensato che il mio enorme peso avrebbe spezzato il cavo.
Sono fatta così, un po’ pazza e un po’ romantica.
A un certo punto abbiamo sentito uno di quei tipici uccelli da giungla con quei versi sovrannaturali che si sentono nelle commedie con le persone che non sono mai state nella giungla, tipo la bionda vanitosa che si prende male, o un qualche tipo di Jack Black.
La ragazza olandese ha chiesto a una guida che cosa fosse.
Lui l’ha guardata come una cretina e le ha risposto “Bird”.

Abbiamo cenato e passato la notte nella casa sull’albero.
Vi sparo due cosette veloci veloci che per me hanno fatto l’esperienza, oltre ovviamente alla vista incredibile.
Prima di tutto, da quelle parti le cicale sono grandi come tubetti di dentifricio e, quando friniscono al tramonto, tutto attorno senti un canto acutissimo ed estremamente rumoroso, come se stessi guardando un horror con le cuffie.
Davvero surreale.
Seconda cosetta veloce veloce: alla sera stavamo bevendo un distillato di riso laotiano quando Darek, il signore polacco, sudatissimo e molto più socievole di prima, dopo aver tirato giù un paio di bicchierini, ha detto “I haven’t had vodka in forty years” e ne ha tirato giù un terzo.
C’è stato un lunghissimo istante di terrore per tutti; ognuno aveva la propria immagine mentale di come quest’uomo stava per impazzire.
Avrebbe cantato? Avrebbe pianto? Sarebbe saltato al collo di qualcuno?
Che sballo.
Purtroppo, Darek ha rovinato la magia spiegandoci che di birra ne ha sempre bevuta a fiumi, era semplicemente stato lontano dai superalcolici perché aveva preso una sbronza bruttissima da adolescente.
Ci sono rimasto quasi male: avevo sinceramente pensato che, visto che aveva chiamato “vodka” quella benzina di riso, ci fosse un errore di traduzione e che stesse dicendo che non toccava alcol da quarant’anni.
E, se non avete mai visto un astemio dopo un numero imprecisato di shottini, procuratevene uno il prima possibile.
Mi ringrazierete quattro volte su dieci.

TRENO PER LUANG PRABANG

Dopo la Gibbon Experience ci siamo spostati verso Luang Prabang.
Le strade in Laos sono quelle delle battute sulle strade di Roma.
I pulmini e i minivan, infatti, sono nuovi e in ottime condizioni, è l’unico modo per attraversarle.
Per assurdo, la scatola di latta che abbiamo preso in Thailandia, paese decisamente più ricco e con le strade in ottime condizioni, non durerebbe dieci metri in Laos.
Si parla di quasi cinque ore di tagadà per fare duecento chilometri, una figata che vi consiglio di attraversare in doposbronza come me e Macca.
Io avevo anche la fortuna di avere a mezzo metro dal viso i piedi nudi di un signore laotiano che era seduto dietro di me.
Masticava molto rumorosamente e a bocca aperta delle radici.
Non gli ho voluto benissimo.

Il minivan ci ha portati alla stazione di Nateuy, dove passa la linea ferroviaria che la Cina ha costruito per connettersi alle città maggiori del Laos.
Uno di tanti regali infrastrutturali che i sempre benintenzionati cinesi hanno fatto ai loro vicini.
Sul treno, ho trovato il mio posto occupato da una vecchia cinese che chiacchierava con una sua amica.
La signora ha notato che la stavo guardando e mi ha detto qualcosa in cinese.
Io non lo parlo e quindi non ho risposto.
Allora mi ha detto un’altra cosa in cinese, ma in quei dieci secondi non lo avevo imparato e quindi non ho risposto.
Allora mi ha detto una terza cosa in cinese, così tanto per.
Poi ha gesticolato verso il numero del sedile e mi sono ripreso dallo sgomento per dire un chiarissimo “YES” con ritrovata sicurezza.
Le due vecchie sono scoppiate a ridere e mi hanno lasciato il posto.
Sedute davanti a me, hanno continuato a parlarmi ancora per qualche minuto.
Io sorridevo e annuivo leggermente.
Hanno anche tirato fuori dalla borsa una busta di plastica con dentro delle radici bollite e mi hanno obbligato a mangiarne una.
Tutto sommato niente male.

LUANG PRABANG

Patti chiari amicizia lunga: Luang Prabang è una città meravigliosa.
La crasi architettonica tra il coloniale francese e il laotiano è da vedere almeno una volta nella vita.
Abbiamo passato lì dei lunghi giorni di pioggia mentre il tifone Yagi devastava il Vietnam, dove in origine avevamo pianificato di andare per villaggi.
Non l’avevo ancora detto, ma la scorsa primavera avevamo pensato di andare nel sud est asiatico proprio all’inizio della stagione delle piogge.
La nostra lungimiranza è stata giustamente premiata con quantità bibliche di acqua quasi ogni giorno, tolti ovviamente quelli passati a viaggiare.
Di certo, comunque, non ci siamo annoiati.
Il mercato notturno vende ogni genere di ninnoli e street food, tra cui brillano un pesce di fiume imbottito di citronella e cotto alla brace e certi spiedini che infilzano una decina di bocconi del prete l’uno.
Il palazzo reale, ora museo, trabocca storia. Ho apprezzato in particolare una certa sequenza di dipinti che raccontano un pezzo importante di folklore laotiano.
Io e Macca abbiamo perfino meditato di attaccare bottone con alcune turiste, ma il metro quadrato di sudore che esibivamo su petto e schiena in ogni dato momento ci ha fatto ripensare a certi bassi propositi.
Sbronze, templi e un paio di nuovi amici ci sono bastati e avanzati.

Questa fa sempre ridere quando la racconto al baretto: mentre soggiornavamo a Luang Prabang, i nostri apparati digerenti hanno finalmente deciso di dire la loro sulla dieta a cui li stavamo sottoponendo oramai da una settimana.
A chi non piace un bell’aneddoto sullo stare male dall’altra parte del mondo?
Quando fai questo tipo di viaggio, se non hai intenzione di fare lo schizzinoso, mangerai qualcosa di completamente nuovo quasi ad ogni pasto.
Dopo un po’, subentra un certo affaticamento sensoriale a cui viene presto dietro lo stomaco.
In più, io ero abbastanza convinto di essermi preso la malaria durante la Gibbon Experience. Mancavano giusto i sintomi.
Macca ha avuto il suo crollo fisico mentre visitavamo un tempio in cima a un colle, io ho avuto il mio durante un’escursione a delle cascate poco fuori dalla città.
Dio, le cose che abbiamo fatto a quei bagni.
Non siamo più i benvenuti in un numero considerevole di esercizi di Luang Prabang.

NONG KHIAW

Presi dall’esasperazione per tutto il backpacking che non saremmo riusciti a fare causa pioggia, ci siamo fidati della guida Lonely Planet e abbiamo preso un altro infernale minivan diretto a Nong Khiaw, un pittoresco villaggio a metà strada tra Luang Prabang e il Vietnam.
Lì abbiamo finalmente incontrato le blatte che Macca aveva incontrato nei suoi precedenti viaggi e di cui mi parlava con grande orgoglio da settimane.
L’aria piena di ossigeno e il territorio umido producono blatte dalle dimensioni di un blocchetto doppio di cartine.
Quando ne abbiamo trovata una in stanza ho fatto un salto in stile Tom e Jerry che a momenti non lascio un buco nel soffitto.
Già la seconda blatta, che camminava tranquilla sul tavolino su cui stavamo cenando la sera dopo, mi ha lasciato decisamente più indifferente.
Piccolo salto, appena mezzo metro.

Tra le attività più belle nel perimetro di Non Khiaw, plurigarantite dalla guida, ci sono le scarpinate per raggiungere i due punti panoramici che fanno vedere tutto il villaggio.
Quella che abbiamo scelto richiede un’ora e mezza a salire e due a scendere, senza contare possibili soste.
Un signore ubriaco ti fa pagare un biglietto che equivale a ottanta centesimi e ti ride in faccia per la grande idea di merda che hai avuto a fare questa camminata.
Credo di non avere mai avuto così tanta paura di morire in vita mia e, giusto per dire quanta ne avessi, questa volta era parzialmente giustificata!
Eravamo completamente soli in mezzo a questa giungla, il passaggio era quanto più stretto e ripido può esserlo per essere a malapena ancora chiamato tale.
Il terreno era argilla bagnata e rocce calcaree bagnate, tutte buie e piene di cunicoli perfetti per ogni tipo di serpente e insetto.
Niente che puoi mettere ai piedi farà il minimo attrito, è come pattinare in salita.
È virtualmente impossibile essere trasportati via da lì in qualsiasi modo, se cadi e ti rompi una gamba o se ti morde qualcosa di velenoso hai davanti a te minimo un paio d’ore in cui attendi soccorsi, seduto da solo nella stessa giungla che ti ha messo in quelle condizioni.
Questi sono i pensieri che mi hanno accompagnato per tutta l’ascesa, sarei stato furioso se non fossi stato così impegnato a controllare un minimo il terrore.
Mi agghiacciava specialmente il morso del serpente, non riuscivo a pensare ad altro.
Macca saliva come uno stambecco.
Arrivati in cima, il valore dell’escursione mi è stato subito chiaro.
Non è il panorama mozzafiato – colline verde smeraldo a perdita d’occhio – a valere la candela, è il completamento stesso della scalata.
La gioia di essere arrivato in cima, il senso di responsabilità sulla mia vita per aver deciso a metà strada di accogliere come un’amica la paura e di portare a termine quello che avevo iniziato.
Macca che mi prende per il culo perché mi ero spaventato così tanto.
Macca che a momenti sviene per la fatica durante la discesa.
Macca a cena che si blocca quando gli dico la cosa dei serpenti a cui avevo pensato, impallidisce e mi dice “Fortuna che non me l’hai detto mentre eravamo lì”.
Menzione d’onore a Lonely Planet che ti dice “Portati una torcia e fallo al tramonto”. Siete degli psicopatici senza un legame che sia uno.
Per intenderci: gli abitanti stessi di Nong Khiaw non fanno quell’escursione più di tre volte nella vita e mai nella stagione delle piogge.

VIETNAM – HANOI

Da Nong Khiaw siamo dovuti tornare a Luang Prabang per prendere un volo diretto ad Hanoi, dato che i confini con il Vietnam erano stati chiusi.
Ora, non so che tipo di notizie sono arrivate in Italia in quei giorni, ma da quello che ho visto dall’aereo posso dire che il Vietnam era allagato.
Avete presente quando fate la doccia troppo a lungo e sono già cinque o sei docce che dovevate pulire lo scarico e uscite per trovare il bagno allagato?
Ecco, tipo così però il Vietnam.

Hanoi è come la mia mente razzista si figurava Bangkok prima di visitarla.
In ogni momento hai nel tuo campo visivo mille persone, di cui almeno quattrocento sono in motorino e la metà di loro è perennemente a dieci centimetri dallo schiantarsi contro un altro motorino o un passante.
Il marciapiedi è interamente occupato da – avete indovinato – motorini parcheggiati e tavolini di plastica dei locali.
Ci si sposta tutti per strada, ha quasi senso se ci pensi.
Il clacson si usa per farsi notare, non per litigare.
Il loro codice della strada è un dépliant con solo due punti:

  • Non schiantarti.
  • Se Pietro Casella è in città, fai del tuo meglio per fargli cacare i pantaloni.

L’aria è tra le più inquinate al mondo, la senti entrare velenosa nel tuo corpo a ogni respiro.

La prima sera ho avuto un piccolo attacco di panico che abbiamo risolto rifugiandoci per un’oretta in un rooftop bar per turisti.
Due birre, una sigaretta jazz, e siamo riscesi in strada con tutta una nuova grinta.
Mentre stavamo bevendo ancora un po’, seduti a un tavolino in mezzo al marciapiedi, è passata una vecchia che portava due ceste sulle spalle.
In una cesta teneva varie erbe e alcune stoviglie, nell’altra un accrocchio di metallo che conteneva una brace accesa su cui bollivano delle uova.
Macca, grande avventuriero, ha voluto prenderne subito uno.
Ha fermato la vecchia e le ha offerto del denaro, lei lo ha guardato come per dirgli “Guarda che non lo vuoi”, ma lui ha insistito.
Un minuto dopo avevamo davanti una ciotola di plastica con dentro un uovo sodo aperto e coperto di erbette locali.
Mentre Macca prendeva ancora un sorso di birra, ho guardato un po’ meglio nella ciotola e ho spostato le erbette esclamando “Minchia fortuna che ti sei preso l’uovo sodo con l’insalata!”, perché ho smesso di fare il comico ma sono ancora un grande umorista.
Non sapevo cosa avrei trovato sotto al verde.
Era il balut.
Se non sapete di cosa si tratta, cercatelo su internet.
Poi scrivetemi pure su Instagram così vi mando sia la foto del balut che quella del vietnamita che vede Macca sbiancare e si mette a spiegargli che quella roba lì è LA BOMBA.
Credo di aver riso per mezz’ora di fila.

Prima di concludere, voglio dire una cosa di destra: ad Hanoi c’è pieno di figa.
Pieno così.
Fa davvero impressione.
Mi salvo in corner dicendo anche una cosa di sinistra: c’è pure pieno di cazzo.
L’età media è venticinque anni e il paese sta avendo una crescita economica spaventosa, i giovani sono tutti curati e infighettati e stanno davvero bene.
L’esperienza è riassumibile in una nevrosi perfettamente bilanciata tra “lasciatemi qui” e “portatemi via”.
Una sera ci è passato davanti un gruppo di ragazze particolarmente attraenti e ho sentito un turista italiano poco più in là bestemmiare ed esclamare “Gliela ciuccerei come un frullato denso”.
Precisiamo: a casa mia non c’è spazio per questo genere di volgarità, ma se non fosse sparito nella folla avrei voluto conoscerlo e magari farmi una foto con lui.

Ok, ne aggiungo una perché Macca mi ha dato il permesso.
Dovete sapere che per tutto il viaggio è successo parecchie volte che ci chiedessero se fossimo padre e figlio, nonostante ci separino solo tredici anni.
Il primo è stato a Bangkok, un tassista che ci stava portando alla Jim Thompson House (che consiglio come tappa light a chi sta più di due giorni).
Appena gli abbiamo detto di no, ha estratto dal cruscotto un volantino per un bordello e ci ha detto che se avessimo voluto ci avrebbe portati lì.
Il punto forte di quel bordello? Lì le donne costano particolarmente poco.
Credo che sia uno dei peggiori modi di vendere il sesso a pagamento.
“Sai una cosa? Sono qui a Bangkok per due giorni con il mio amico quarantenne, stiamo andando a vedere una specie di museo delle sete, sono sudato come la merda, sai cosa mi ci vuole per mettere la firma? Una puttana a buon mercato!”. Boh.
Ma comunque! Mi perdo nei discorsi.
Questa confusione sulla nostra parentela stava complessando molto Macca, che cercavo di consolare dicendogli “Ma non ti preoccupare, è perché io sembro così giovane, figurati se sei tu”.
L’ultima volta che ci hanno chiesto se fossimo padre e figlio è stata in ostello ad Hanoi, mentre prendevamo i bagagli per partire verso casa.
Per puro caso ho risposto solo in quell’occasione con le nostre rispettive età, ventisei io e trentanove Macca.
Il ragazzo dell’ostello si è girato verso di lui e gli ha detto – in inglese – “Oh cazzo hai TRENTANOVE anni??”.
Terribile.
Per una spruzzata di bianco sulla barba e il viso un po’ provato dal viaggio gli hanno dato almeno cinquant’anni.
Razzisti, ecco cosa sono.

AEROPORTO DI HANOI

Top 30 sbronze di una relativamente breve ma onorata carriera.

CONCLUSIONI – PROPRIO COME UN TEMA

Nonostante io abbia fatto il bimbo spaventevole quasi ad ogni passo del tragitto, è stata un’esperienza memorabile e molto trasformativa.
Sono molto cambiato, decisamente più saggio.
Sono tranquillo come il fiore di loto che galleggia sullo specchio d’acqua.

Macca è il miglior compagno di viaggio che abbia mai avuto.
Sempre paziente, aperto all’improvvisazione, sereno come il panda rosso che riposa all’ombra.

In Laos abbiamo un detto: “Vai a vedere culture diverse dalla tua, magari torni parzialmente più razzista ed esplodi un paio di cessi, magari ti innamori cento volte e digerisci tutto. Quel che è certo è che ne uscirai arricchito e molto più saggio, appagato come il monaco che divide la cena con il cane randagio”.

Ora che sono tornato e ho iniziato l’università, non vedo l’ora di trovare finalmente il coraggio di attaccare bottone con i compagni di corso e di essere esattamente quel pezzo di merda che ti dice che devi troppo fare un viaggio nel sud est asiatico.
Mi frego le mani, sono emozionato come il pesce gatto che trova una tana di lombrichi.