18/08/1891
Il sole era tramontato da un pezzo nel deserto di Sonora, la notte si stava confermando solo marginalmente più fresca rispetto ai quaranta gradi del giorno.
Accampato in mezzo alle sterpaglie, a una manciata di miglia dai piedi del monte Baboquívari, John McKeever aveva appena finito di mangiare e stava preparando il caffè sul fuoco.
Ne aveva comprato alcune once con la paga ricevuta per aver aiutato un vecchio contadino fuori Tucson a costruire una stalla per i suoi maiali.
John non beveva e non fumava, credeva fermamente nella salute del corpo come primo scudo contro le intemperie del mondo. In più, si sforzava di disprezzare i vizi.
Solo dopo cena si concedeva giusto una tazza di caffè, a cui teneva più di quanto avrebbe mai ammesso a chiunque. Anni prima si era reso conto che questo rituale quotidiano gli stava piacendo troppo e, temendo che sarebbe stato indebolito dal proprio godimento, si era abituato a cuocere il caffè abbastanza a lungo da bruciarlo e peggiorarne l’esperienza.
Nel giro di qualche mese aveva smesso di piacergli, se ben preparato.
Ignorava la profondità della sua dipendenza dal suo piccolo rituale.
John era seduto nella polvere con il suo cappello bianco appoggiato sul ginocchio, mentre il suo cavallo Benjamin, uno splendido stallone nero vinto a poker il precedente inverno, già dormiva.
Il cinturone con i colpi e la Remington era stato accuratamente appeso a un cactus lì accanto.
In cielo, la luna si stagliava più grande delle montagne: era quasi piena, lo sarebbe stata il giorno dopo.
“Sembri sempre più grande nel deserto”, le disse John sorseggiando il suo caffè.
Seppur interpellata, la luna rimase a illuminare silenziosamente i cactus.
“A volte non ti capisco,” continuò l’uomo, “come mai mi segui sempre ovunque io vada? Sono in movimento da trent’anni e ancora non ho trovato un angolo di America dove tu mi abbia lasciato in pace. Cosa devo fare per stare senza di te?”
Il satellite continuava a non fiatare.
John decise di prendersi un momento per ridacchiare di quanto fosse ridicolo parlare alla luna come stava facendo: sperava di convincersi di non star dando il massimo carattere di realtà a quella conversazione.
“È un po’ che ci penso, sai? Mi segui come un’innamorata segue l’uomo di cui vuole fare uno spasimante. Eppure, non colmi la mia solitudine. Non catturi il mio desiderio, né lo elimini. Davvero non riesco a capirti. Hai illuminato innumerevoli notti come questa, strappando al buio i pericoli che vi si celano. Non so cosa sarebbe stato di me, senza il tuo aiuto quella notte con l’orso. Ma che razza di innamorata decide in altri notti di sparire del tutto? Se davvero mi vuoi, perché mi lasci affondare nelle tenebre ogni volta che ti viene comodo?”.
John alzò al cielo la mano sinistra e mostrò alla luna il suo anulare mozzato a un paio di centimetri dalla nocca.
“Eri lontana o solo nascosta quando il coyote mi ha fatto questo? Rispondi! Eri lontana o solo nascosta? Fortuna che sparo con la destra! Se mi sono fatto male la colpa è solo tua, lo sai. Perché te ne stai lì senza dire niente? Prima mi pedini e poi non ti importa di quello che ho da dirti? Basta, ho deciso: puoi tenertelo, il tuo aiuto. Tanto la notte si illumina meglio col fuoco”.
Come finì di parlare, John fu scosso da un violento brivido.
I suoi occhi corsero impauriti al fuoco e pensò che con un po’ di fortuna la luna non avrebbe smesso di seguirlo e ispirarlo.
Per il resto della nottata non ebbe il coraggio di guardare al cielo, si limitò a scrutare solo la terra.
Non gli sembrava essere passato neanche un minuto, quando successe qualcosa che John trovò molto strano: ai piedi del Baboquívari apparve l’inconfondibile, tenue bagliore rosso di un fuoco.
Per quanto il clima fosse secco, un deserto non si incendia da solo di notte.
In più, il bagliore non cresceva e non diminuiva.
“Un fuoco da campo,” osservò ad alta voce John McKeever, che amava parlare da solo in qualsiasi situazione.
“C’è qualcuno”, aggiunse.
Tutto ciò apparve così strano al nostro eroe proprio perché il sole era calato da almeno un’ora e mezza.
Questo significava che chiunque avesse acceso quel fuoco aveva viaggiato di notte, in mezzo alle peggiori bestie che l’Arizona aveva da offrire.
“Che razza di scriteriato farebbe qualcosa del genere?”, si chiese John.
“Non deve per forza essere uno scriteriato: potrebbe essere un grand’uomo, potrebbe non aver paura di niente, nemmeno della notte sterminata. Sarà così di sicuro. Una vera icona del West, quello lì. Impavido, pulito, sempre onesto con il prossimo… ma che dico? Probabilmente si tratta di uno di quegli squilibrati rifiutati dalla società, magari un criminale. Uno di quelli che esagerano con le donne, perché no? Magari è peggio ancora, magari corre dietro ai bambini. Solo gli animali e i selvaggi si spostano di notte, è risaputo”, diceva mentre si coricava sotto la tenda.
John McKeever si considerava molto bravo ad addormentarsi a comando, gli bastava chiudere gli occhi e svuotare completamente la testa.
Passò un minuto e gli si sbarrarono gli occhi.
“E se fosse davvero un selvaggio?”
Si alzò e circondò il suo piccolo accampamento di rametti secchi, poi caricò la Remington e, tenendola ben stretta, tornò sotto la tenda.
“Ora vediamo se riesci a farmi un agguato, maledetto selvaggio. Io, intanto, domani mi alzo prima dell’alba e ti vengo ad agguantare. Hai appena fatto il fuoco, non riuscirai mai a svegliarti prima di me”, borbottò John mentre le palpebre gli si chiudevano lentamente.
“Quel contadino non ha capito niente di me, pensava davvero che fossi pigro e stupido, glielo leggevo negli occhi. Vecchio idiota. Un pigro stupido sarebbe capace di intrappolare un selvaggio così facilmente? Non credo proprio. Vecchio idiota…”, fu il suo ultimo ragionamento prima di cadere in un sonno profondo.
John McKeever fu svegliato dal crepitare di un fuoco e da un profumo di caffè.
Fece del suo meglio per non sussultare e rimase immobile, come se stesse ancora dormendo: qualcuno era lì a mettere le mani sul suo accampamento.
La cautela era la massima priorità in una tale situazione.
Attraverso le palpebre chiuse, John vedeva abbastanza luce da essere sicuro che fosse mattina.
Sentiva un singolo paio di stivali che calpestava il terreno, un singolo cinturone tintinnare.
Insomma, gli affinati sensi del nostro eroe gli confermavano che c’era solo una persona lì a minacciarlo.
Assolutamente gestibile, specialmente se preso di sorpresa.
John appoggiò il pollice sul cane della Remington, pronto ad armarlo.
Contò fino a tre e, con un grido, saltò fuori dalla tenda puntando la pistola nella direzione generale dei suoni che stava ascoltando.
Purtroppo, il sole non gli fu alleato in questa mossa coraggiosa: passare dall’ombra alla luce troppo velocemente accecò parzialmente John e lo sbalzo di temperatura a momenti non gli fece cedere le gambe.
“Fai piano, straniero! Non spareresti certo prima di aver preso il caffè!”, rise l’altro.
Al nostro eroe cominciò a tornare la vista.
L’intruso, un uomo sulla quarantina, sorrideva con due tazze fumanti tra le mani. Dal suo fianco pendeva una Colt.
“Siediti e bevi con me, sono molto curioso di conoscerti”.
John lo guardò meglio.
Aveva un viso abbastanza simmetrico, invecchiato dal sole.
Sopra al suo naso dritto e squadrato, quasi greco, brillavano due occhi color cobalto.
I suoi capelli brizzolati, un po’ troppo lunghi per essere detti eleganti, spuntavano da sotto un vecchio cappello nero.
John notò che anche a lui mancava l’anulare sinistro. Non era la coincidenza più assurda che gli fosse capitata nella vita, ma era comunque degna di nota.
L’intruso non sembrava minimamente scosso dalla Remington puntata al suo volto, anzi, pareva quasi divertito.
“Sei molto affabile per un ladro di caffè, straniero”, ringhiò John.
L’altro fece una smorfia di divertita, finta offesa.
“Oh, ma io non mi permetterei mai! Ho usato le tue stoviglie, è vero, le mie le ho lasciate nel mio accampamento assieme al cavallo, ma il caffè e l’acqua vengono direttamente dalla mia scorta!”, esclamò.
John abbassò lentamente la pistola.
“Sono sicuro che non ti spiacerebbe bere un sorso da entrambe le tazze prima di darmene una”, disse.
“Certo che no”, rispose l’altro, ed eseguì.
Soddisfatto, il nostro eroe finalmente accettò il caffè.
“John McKeever”, si presentò.
“Roy Harris, molto piacere”.
“Il tuo caffè è buono, Roy, te lo devo concedere”.
“Il segreto è non cuocerlo troppo, così conserva tutti gli aromi!”
“Ora però devi dirmi cosa ti porta nel mio accampamento e perché vorresti conoscermi”.
“Ma certo! Ieri notte, quando mi sono accampato là dal Baboquívari, ho visto il tuo fuoco da lontano e mi sono chiesto chi altro amasse il Sonora tanto da frequentarlo in agosto. Mi sono risposto che sicuramente sarebbe stato un uomo abbastanza interessante da essere conosciuto”.
John trasalì: sveglio da pochi minuti, non aveva avuto l’opportunità di collegare Roy a quanto aveva visto la notte prima.
“Quindi eri tu… anche io ti ho visto ieri notte. Come sei finito a vagare il deserto dopo il tramonto? Non è frequente che un uomo della tua età ancora ne ignori i pericoli”.
“Oh, ma io non li ignoro! Semplicemente conosco queste zone come le mie tasche, abbastanza da permettermi qualche piccolo rischio. E poi dovresti vedere dove mi sono accampato, è il mio luogo preferito al mondo, di una bellezza e profondità naturale difficile da spiegare a parole. Anzi, ti dirò, il cammino non è troppo lungo… posso portartici se vuoi, te lo faccio vedere così potrai andarci anche tu. Puoi anche lasciare qui il cavallo, ti prometto che sarai tornato prima di mezzogiorno”, disse Roy Harris mentre caricava e accendeva una bella pipa d’osso.
John McKeever non era un uomo che faceva amicizia facilmente.
Lo infastidivano specialmente gli individui che si mostravano troppo affabili, troppo velocemente.
Non si trattava nemmeno della sua effettiva mancanza di fiducia nel prossimo: semplicemente certa gente non gli piaceva.
Detto questo, per un qualche motivo, forse proprio per compensare la misantropia, John tentava sempre di mostrarsi intelligente e accomodante.
Decise quindi di accettare l’invito di quel Roy Harris che gli aveva invaso l’accampamento.
Nella prima mezz’ora di cammino i due uomini finirono le normali presentazioni di due persone che si stanno appena conoscendo.
Roy era nato in mezzo al niente, a nord del New Mexico.
Quando lui e la sorella gemella Cathy – ora morta – erano ancora in fasce, subito dopo l’Acquisto Gadsen, la sua famiglia si era trasferita a Tucson.
Vantava di conoscere l’Arizona come le sue tasche.
John, invece, era del Maine.
In tarda adolescenza era scappato a Independence e si era accodato a una carovana per l’Oregon.
Una volta arrivato, era sceso fino al Sonora lavorando dove riusciva, per lo più in cambio di cibo.
Entrambi i loro padri bevevano come spugne, entrambi a casa parlavano solo con la cinghia. Quello di Roy era morto per una cannonata di nientemeno che Custer; quello di John semplicemente stramazzò a trent’anni tra un bicchierino e l’altro.
Entrambe le loro madri erano deboli di salute e si erano per lo più sgretolate sotto il peso della vita infame di quel periodo.
Entrambi i protagonisti della nostra storia erano profondamente innamorati di quel deserto e della sua inospitalità.
Quando potevano, vi si recavano per campeggiare in solitudine e rigenerarsi spiritualmente.
Le varie somiglianze dei loro vissuti elettrizzarono Roy, mentre John non volle sbilanciarsi.
“Viviamo tutti vite difficili,” osservò, “e a volte mi sembra che i padri di tutti siano degli schifosi ubriaconi”.
“Questo significherebbe che siamo tutti simili! Ancora meglio, no?”
“Il punto è proprio che siamo tutti simili, davvero troppo perché abbia senso fare nuove conoscenze”.
“Non vorrai dirmi che questa strana mattinata ti è indifferente”.
John non volle rispondere alla provocazione.
“Ieri notte ho cercato di figurarmi chi potessi essere”, disse invece, quasi senza farlo apposta.
Roy fece un’espressione sinceramente incuriosita.
“Ah, sì? E chi hai immaginato?”
“Parto dalla fine: sono andato a dormire dando per scontato che fossi un Tohono. Per questo avevo già la pistola in mano. Ma il vero primo pensiero che ho avuto è stato che tu fossi un’icona del West, un impavido, un uomo ideale che non teme nemmeno la notte. Insomma, mi sono un po’ perso a figurare ciò che voglio essere”.
“Dubito di essere un’ideale!” rise Roy, “Ma dimmi di più di questa tua volontà. Cosa credi che debba essere o fare un uomo?”
“La tua non è una domanda a cui è semplice rispondere, ma vale la pena fare un tentativo. Un uomo deve essere forte, deve riuscire a sostenere ogni peso che gli viene messo sulla schiena senza mostrare il minimo segno di cedimento, anzi! Anche dentro di sé non deve più sentire la fatica, la deve riconoscere come una menzogna del corpo, fintanto che riesce a fare quello che sta facendo. Ovviamente, non mi riferisco solo al peso reale sulla schiena reale. Un uomo deve essere in grado di affrontare qualsiasi tipo di turbamento interiore con la stessa onestà, arguzia e intelligenza che gli è richiesto di applicare alle questioni esteriori, visto che si tratta così spesso dei due aspetti di un singolo problema. L’onestà prima di ogni cosa. Se non riesce ad essere arguto o intelligente, come minimo deve sempre dire il vero. Poi, nel momento in cui non racconta menzogne, è automatico che un uomo sappia anche come curarsi di sé: si tiene bello, in forma e pulito, si veste bene, non si lascia tentare dai vizi. Un’ultima cosa, secondo me importantissima: il futuro non è un suo problema. Il futuro non esiste nella realtà, è sempre al di là di dove siamo noi, non è un effettivo contenitore di rischi. Solo il presente lo è. Per questo, la sua massima prerogativa deve essere il miglior comportamento possibile al presente, così che, di momento in momento, la stabilità della sua vita non sia mai messa in discussione dall’altro. Un uomo che si lascia sopraffare dal mondo non è un uomo ed è per questo che ha tutti questi compiti: solo adempiendo alle regole che ti ho appena detto può raggiungere la forza e la durezza che gli servono per non essere mai sconfitto”, dichiarò con risolutezza John McKeever.
Era molto orgoglioso di sé e di come era riuscito a esporre i suoi ideali senza balbettare o aver avuto bisogno di correggersi.
Sicuro di aver colpito il suo interlocutore, non gli chiese nemmeno cosa pensasse di quanto aveva appena ascoltato e, senza nemmeno guardarlo, aspettò i complimenti che era certo di meritare.
“Beh, devo ammettere che… ehi, guarda lì!”, esclamò Roy Harris indicando una massa bianca a una ventina di metri da loro.
John rimase un po’ offeso dalla distrazione, ma fu effettivamente incuriosito.
I due si avvicinarono a quello che presto identificarono come lo scheletro di un coyote, completamente ripulito di tutte le carni e sbiancato da chissà quanti giorni di sole.
“Ah, non è niente di speciale, solo un coyote”, commentò John mentre l’altro ispezionava la carcassa.
“Questo lo dici tu”, disse Roy estraendo tre ossicini dal teschio e ricomponendoli sul palmo della mano destra.
“Cosa ti sembra, John?”
Era un dito umano.
“A giudicare dalla lunghezza… potrebbe essere un indice?”
Roy fece un sorriso complice e si mise la mano sinistra di fronte al volto, in modo che un occhio rimanesse visibile nello spazio tra il medio e il mignolo.
John ridacchiò dell’assurdità a cui gli si stava proponendo di credere.
“Ma per favore! Vuoi davvero dirmi che avresti appena trovato il tuo anulare?”
“Sembra proprio di sì, invece. Guarda, è della misura perfetta. E poi, campeggiavo proprio da queste parti quando l’ho perso. Era giusto l’anno scorso, me l’ha staccato un coyote di notte. Il dito era incastrato in fondo al teschio: deve essercisi strozzato, il bastardo! Se l’avessi cercato meglio il giorno dopo, l’avrei sicuramente trovato… dannata pigrizia”.
Roy fece spallucce e si ficcò gli ossicini in tasca.
“Non c’è modo di provare che quello sia davvero il tuo dito”, disse John.
“E perché mai? Quanti anulari lunghi quanto il mio pensi che troveremo proprio nel luogo in cui l’ho perso? Se vuoi possiamo perlustrare la zona e vedere se troviamo anche il tuo!”, rise Roy.
“Molto divertente, Harris. Il mio dito è da qualche parte in Oregon, me l’ha preso un coyote nella notte più buia che un uomo abbia mai visto. Nessuno in carovana mi è stato d’aiuto. E fidati che, con anche il più flebile raggio di luce, non sarebbe successo nulla. Ero pronto a tutto”.
“Tutto, meno quello che non potevi vedere. Di notte, non è poca roba”, chiosò Roy.
John ne fu molto irritato e fece del suo meglio per nasconderlo.
In più, non aveva dimenticato che il suo bel discorso sull’ideale di vita maschile era stato completamente ignorato in nome della deturpazione di un casuale scheletro di coyote che, per pura coincidenza, conteneva quello che più probabilmente era un indice.
“Lasciamo perdere. Cosa pensi di quello che ti ho detto?”
“Quando?”, chiese Roy sorridendo solo con l’angolo della bocca.
“Non prendermi in giro. Mi riferisco al mio discorso di qualche minuto fa su come deve vivere un uomo”, rispose John seccato.
“Ah, ma certo. Penso che direi cose simili, eppure avrebbero un suono completamente diverso”.
“Non capisco”.
“Lascia che ti faccia una domanda per sicurezza, potrei aver capito male io. Perché un uomo deve fare tutte quelle cose? Essere forte, onesto, intelligente, eccetera?”
“Come, perché? Se non facesse così, chiunque altro lo mangerebbe vivo”.
“Ecco! Bene, allora avevo capito. Ti confermo che non siamo d’accordo, John. Riprendiamo il cammino, ti spiego come mai”.
“Non vorrai dirmi che un uomo deve essere debole, bugiardo e stupido!”
“Ci mancherebbe solo! Quello che dico è che non importa l’altro quando si parla di virtù personale. Sono con te quando dici che è fondamentale rendersi forti abbastanza da sostenere i propri pesi e allenare il cervello a risolvere la maggior quantità di problemi che gli è possibile. Inoltre, so bene che mentire non è quasi mai utile”.
“Mai e poi mai”, sottolineò John.
“Ti chiederai, allora, perché in verità la penso diversamente da te. Io trovo che le qualità che hai eloquentemente descritto siano importanti di per sé, non in quanto difese dal mondo e dagli altri”.
“Ti sbagli, Harris. Quando mai un uomo ha bisogno di essere forte se non di fronte a una prova fisica? Cosa se ne fa dell’intelligenza se non ha problemi da risolvere? Perché dovrebbe dire la verità se non ci fossero conseguenze da subire per le menzogne?”, incalzò John.
“Belle domande, non c’è che dire. Permettimi di fartene una io. Un dottore di quanta forza fisica necessita?”, chiese Roy alzando un sopracciglio.
“Non più di un uomo medio, di certo meno di un bracciante”.
“Ma un dottore che, per esempio, ha avuto un padre brutale come i nostri, non si ritroverebbe forse a desiderare di essere forte come un soldato?”
“Me lo aspetterei”.
“Soffrirebbe quindi della propria relativa debolezza. Siamo d’accordo che soffrire peggiora la vita e avvilisce l’animo al punto da poter mettere a repentaglio molte cose importanti?”
“Siamo d’accordo”, dovette ammettere John.
“Ora, una sofferenza del genere può essere guarita in un solo modo: costruendosi nel fisico, acquisendo forza. Qualcuno potrebbe dirmi che questa soluzione al problema andrebbe prima trovata con intelligenza, ma non è così, anzi. Credo che l’uomo più stupido del mondo sarebbe ancora più veloce a risolvere questo problema andando a cercare modi per rinforzarsi. Ovviamente, se ipotizzassimo un bracciante che anela alla propria intelligenza, giungeremmo alla stessa conclusione”.
John non era contento di farsi spiegare la vita da un uomo così irritante.
“Che mi dici dell’onestà allora? Un bugiardo soffre delle proprie bugie solo se scoperto”, sentenziò.
“Questo sarebbe vero solo per qualcuno che vive senza conoscere il dolore del rimorso. È il tuo caso?”, chiese Roy.
“No. Mi sincero di soffrire tutti i miei errori quanto più posso, è l’unico modo per espiarli”.
“Quindi pervieni al perdono di te stesso solo tramite il dolore autoimposto?”
“Quale altro modo ci sarebbe?”
“Non è sempre facile, ma credo che, tramite una più larga accettazione di sé che include la capacità di commettere errori, si possa evitare questo genere di tortura”.
“Parli come se sapessi tutto di tutto, Harris”, rispose John, sempre più innervosito dall’aria di superiorità che vedeva in Roy.
“Purtroppo, invece, so molto poco”.
“Non fare il modesto con me. Piuttosto, dimmi allora come dovrebbe essere un uomo secondo te”.
Roy sorrise.
“Sei sicuro di avere voglia di ascoltarmi?”
“Sono tutt’orecchi”.
“Va bene. Come te penso che per chiunque sia assolutamente necessario sviluppare le proprie qualità, ma trovo che vada fatto con ambizione. Bisogna ambire alla realizzazione del proprio potenziale. L’idea, poi, non è nemmeno arrivare al traguardo, il potenziale non è un punto d’arrivo, è qualcosa di evanescente, esiste solo nel futuro e – come dicevi anche tu – il futuro non esiste. Parlo quindi di aderire a un processo, piuttosto che stabilire forza, intelligenza, onestà e qualsiasi altra cosa come punto d’arrivo. Peraltro, è mia esperienza che chiunque cerchi di percorrere davvero questa via, abbia sempre meno problemi con il mondo esterno. Questa però è una conseguenza, mi segui? Cercare di alzare le difese è un obiettivo decisamente misantropico, oltre che destinato al fallimento. Tu, John, fai del tuo meglio per essere qualcosa di inespugnabile, ma puoi davvero dire di aver fermato la sofferenza?”
“No, anzi. La vita mi ha deluso molto”.
“Perché?”
John, piagato da una malcelata teatralità, fece un lungo sospiro.
“Tutto ciò che è bello finisce e diventa qualcosa di brutto. Dirai, anche ciò che è brutto finisce e diventa qualcosa di bello, ma sta proprio lì la delusione. Da bambino ero felice: correvo, urlavo, giocavo e mi divertivo. Poi arrivava qualcosa a fermarmi – potevano essere le cinghiate del mio vecchio come gli scherzi degli altri bambini – e, chiaramente, non ero più felice. Il giorno dopo tornavo a giocare e a correre e a urlare, è vero, ma ogni volta era un’esperienza leggermente peggiore. Correvo un po’ più lentamente, urlavo più piano, giocavo con minore fantasia, giorno dopo giorno finché quella gioia non è sparita. Lo stesso vale per innumerevoli altre questioni, come l’amore. Mi sono innamorato tre volte nella vita e ogni volta ho sperato che potesse essere l’ultima. Sai perché? Speravo che il mio primo amore fosse l’ultimo perché non sopportavo l’idea che potesse finire, né di dover scalare di nuovo la montagna di insicurezza e imbarazzo che è il corteggiamento di una donna che desideri davvero. Dal mio secondo amore è cambiata la musica. Pregavo, Harris, che fosse l’ultimo perché già sentivo che stavo provando qualcosa di meno profondo e coinvolgente. Avevo capito che di volta in volta sarebbe stato tutto sempre più mite, più ovattato. Il terzo amore ha confermato la mia ipotesi. Per questo la vita mi ha deluso. Quando ero un bambino debole e stupido, incapace di avere il minimo controllo sulla mia vita, guardavo gli adulti e non vedevo l’ora di avere le loro risorse per finalmente godermi la mia fetta di sogno americano. Invece, tutto ciò che è bello esiste in uno stato di lento e inevitabile deterioramento”, disse, con la voce che minacciava di rompersi qui e là nel discorso.
“A me sembra che tu abbia raccontato una storia vaga e confusa per giustificare la tua crescente misantropia”, rise Roy.
John McKeever ne fu offesissimo.
“Invece ti ho spiegato qualcosa di molto profondo. Sei tu che non vuoi capire, Harris”, rispose piccato.
“Guarda, io sono sinceramente convinto che le lezioni più importanti, tra quelle che siamo tenuti a imparare nella vita, necessitino di un rapporto aperto e sincero con tutto ciò che è diverso da noi, a partire dalle altre persone. Sarebbe stupido un uomo che ama la sua seconda donna tanto quanto la prima? Sarebbe necessariamente stato incapace di imparare una qualche cinica lezione sulla caducità dell’amore? È vero che esistono gli ingenui, ma immaginati un uomo che per una causa o l’altra perde il suo primo amore, conosce l’abissale sofferenza che ne segue e tuttavia decide di avere il coraggio di darsi completamente alla prossima avventura, quando questa capiterà. Non ti sembrerebbe davvero forte e coraggioso?”
“Stai dicendo che sono stato debole e vigliacco? Che ho scelto io di essere deluso e che non è stato il mondo a deludermi?”
“No. Questo l’hai appena suggerito tu, però”.
“Ti ho già intimato di non prendermi in giro, Harris. Sai bene di cosa stiamo parlando e so che hai scelto con cura le tue parole. Come minimo hai alluso a quello che pensi davvero di ciò che ho detto”.
Roy soffocò un risolino.
“Può darsi. Ma guarda, siamo praticamente arrivati al posto di cui ti parlavo. Hai visto che non ci è voluto molto? Vieni, ti faccio vedere dove mi accampo tutte le volte che vengo”.
Tra i vari discorsi, il sole rovente e quello strano episodio con la carcassa del coyote, John non si era accorto che ora il monte si stagliava enorme di fronte a lui e Roy.
Ai piedi del Baboquívari, guardando verso sud, chi prende un piccolo sentiero nascosto e lo segue per un paio di tornanti non troppo intuitivi, si ritrova in un meraviglioso punto panoramico che dà su tutta l’Arizona.
L’aria lì sembra più fresca, l’ombra più ricreante.
Per chi ama la vista di un deserto sterminato, popolato solo da rocce, cactus e la fauna più fastidiosa del Nordamerica, potrebbe non esistere un luogo migliore dove riposare.
Per questo vi abbiamo offerto le indicazioni più chiare a nostra disposizione.
Quel giorno, poi, vi si trovavano anche un vecchio cavallo bianco che pisolava tranquillo, una tenda e i resti di un fuoco.
John fece un lungo respiro mentre si godeva la vista.
“Il gusto non ti manca, Harris”, disse senza curarsi della sostenuta, confusa ostilità che aveva tenuto fino a quel momento.
Sfortunatamente per i suoi già fragili nervi, se ne ricordò immediatamente dopo aver parlato.
Roy era in piedi alla sua destra e, con un largo sorriso compiaciuto, stava già riempiendo la pipa.
“Vuoi fumare?”
“No. Come dicevo prima, faccio una vita onesta. E quando sei onesto sai che i vizi non sono altro che l’espressione del male che proviamo per noi stessi”.
“Mi fai davvero sospirare con queste tue grandi dichiarazioni, John. Non credi che possa essere ancora più onesto accettare che il sapore del tabacco è buono, che il fumo caldo a volte è il più degno sostituto dell’aria? Il vizio è una vera, onesta parte della vita, almeno per tutti i mammiferi. Senza eccedere, è la miglior pausa da questo mondo che tu, non io, hai chiamato deludente”.
Dopo un breve silenzio John prese la pipa.
“Non mi sembra di essere solo io quello che si lancia in grandi dichiarazioni”, commentò mentre accostava un fiammifero al braciere.
Inspirò profondamente, sincerandosi di far passare il fumo sulla lingua e il palato prima di spingerlo nei polmoni e tenerlo lì quel tanto che bastava per sentire quel leggero giramento di testa così piacevole e rilassante.
Buttò fuori il fumo e ridiede la pipa a Roy.
“Già, proprio come mi ricordavo, non mi perdo niente a non fumare”, mentì.
“Farò finta di crederti”.
John digrignò i denti.
“Più ci penso, Harris, più mi sembra che il nostro scambio di ideali porti alle stesse conclusioni, solo che tu insisti a dare una lettura sciocca e umanista ai motivi per cui è necessario vivere al meglio”, disse per cercare di ferire l’altro.
Roy sputò un globo di saliva annerita dal tabacco.
“Vuoi sapere cosa penso davvero?”, chiese con tono improvvisamente seccato.
“Lo aspetto da tutto il giorno”.
“Penso che nella mia vita ho sentito molte volte il tuo discorso infantile su come il vero obiettivo di un’esistenza sia impedire al mondo di entrare. Pochissime volte, invece, mi è capitato di incontrare qualcuno che si sia impegnato quanto te a saper esporre con eloquenza questa idiozia, men che mai qualcuno che abbia avuto lo stesso tuo impegno nel realizzarla. La maggior parte di quelli che la pensano come te riescono al limite a spiccicare due parole su come i deboli siano delle femminucce e, fortunatamente, questo genere di discorso rimane rappreso sul fondo di un bicchierino di whiskey. Tu mi colpisci, John, perché hai tenuto così tanto alla tua chiusura che, per ottenerla, ti sei costruito in modo davvero eccezionale. Sei forte, arguto, intelligente, hai una tua cultura e sai sostenere discorsi complessi. È un vero peccato che tu abbia fatto tutto questo per tenere fuori l’umanità e non per parteciparvi al meglio. Ecco quella che io credo sia la verità: siamo qui per connetterci gli uni con gli altri e sviluppare le nostre qualità è necessario perché noi siamo parte del mondo. Migliorandoci lo miglioriamo nella sua interezza”.
John fece un lento applauso colmo di sarcasmo.
“Belle parole, non c’è che dire. Sei riuscito a darmi del bambino idiota e a provare che ho ragione tutto in una volta”, sibilò.
“Dimmi, come ho fatto?”
“Nonostante tutto il mio lavoro, sei riuscito a darmi sui nervi come nessuno che io abbia incontrato prima d’ora”.
Roy Harris rise di gusto.
“La tua passione radicale per l’onestà è davvero ammirevole”.
John McKeever squadrò in silenzio l’altro uomo.
Tentò di sembrare quanto più stoico poteva, ma la palpebra destra gli vibrava come impazzita.
“Mettiamoci alla prova”, disse allora.
Roy gli lanciò un’occhiata interrogativa.
“Vediamo chi ha ragione, Harris. Oramai non ci resta che capire chi di noi due sta andando nella giusta direzione, o no?”
“E come hai intenzione di capirlo?”, chiese Roy con sguardo non più furbo, ma indurito.
“Siamo due gentiluomini nel deserto e siamo armati. Sai bene dove voglio arrivare”.
Si accordarono per un classico duello: partenza schiena a schiena, quindici passi, un singolo proiettile.
John McKeever e Roy Harris si misero in posizione e iniziarono a camminare.
I loro passi erano lenti e pesanti, cadenzati dal contare ad alta voce dei due.
A metà tra il quattordicesimo e il quindicesimo passo, John cominciò a girarsi.
Roy si girò come da regolamento ma fu più veloce: spararono allo stesso tempo.
Il proiettile di John colpì alla spalla sinistra senza uscire dall’altra parte.
Roy centrò l’altro nel petto ma sparò subito altri due colpi, uno al cuore e uno proprio alla spalla sinistra di John, che crollò a terra e morì immediatamente.
Sopravvissuto all’incontro, Roy spinse con grande sforzo il cadavere giù per il sentiero e si sedette a medicare la ferita.
Nel frattempo, il baccano aveva svegliato il suo cavallo.
“Non ti preoccupare, Benjamin, è già tutto finito”, grugnì l’uomo mentre scaldava la lama di un coltello per estrarre il proiettile dalla ferita.
Vi risparmiamo i dettagli più truculenti di un tale processo.
Quando ebbe finito, si pulì come meglio poteva, si bendò e si coricò sotto la tenda.
“Giornata di merda”, furono le parole che scivolarono dalla sua bocca mentre si addormentava.
Al risveglio di Roy Harris era già sera.
Il sole era quasi tramontato del tutto e sul cielo si imponeva una meravigliosa luna piena.
“Certo che ho barato”, le disse l’uomo.
“Non avevo certo voglia di farmi ammazzare così da uno sconosciuto, non in nome di un’ossessione per l’onestà o per un’arbitraria correttezza. E poi, Clarisse mi aspetta a casa. Pensa cosa direbbero di me le sue sorelle se non tornassi mai dalla mia piccola vacanza. Ora, per favore, veglia su di me mentre preparo il fuoco”.