Ho recentemente guardato il film di Garfield, quello animato del 2024 con Chris Pratt. Normalmente, a partire da quel che minaccia di essere una merda, non guardo quasi nulla. Tuttavia, durante una notte particolarmente annebbiata, alcuni clippini su YouTube mi avevano molto incuriosito. Sostanzialmente, in “Garfield – Una missione gustosa” sembravano voler mettere il protagonista alle prese con una vera storia, addirittura un arco narrativo. I miei sospetti sono stati confermati da una ricerca su Wikipedia, dove ho letto il primo paragrafo della trama. La sera dopo mi sono trovato uno streaming e ho costretto il mio coinquilino a spararselo con me. Da scrittore, sono tenuto dalla società ad emozionarmi all’idea che qualcuno abbia provato a tirare fuori un bel film dalla striscia Garfield. Questo perché Garfield è, sostanzialmente, meme di gatti. Odia il padrone, odia il cane, ha sempre fame. Troviamo buffo affibbiargli caratteristiche e problemi dell’umanità, come l’odio per il lunedì. Cosa potremmo dire di Garfield che non potremmo dire di qualsiasi gatto memato? Che tratti caratteriali ha su cui possiamo costruire una storia complessa? La pigrizia? Auguri. E a chi pensa che per avere qualcosa di guardabile sia sufficiente assumere quella specie di mormone pazzo di Pratt: chiudete pure il blog, qui non ho niente per voi se non infamia e disperazione.
Quindi, come si fa un film su Garfield? Questi hanno pensato di dargli un padre, randagio e assente a partire dall’infanzia del protagonista, che sia un po’ il suo opposto, per lo meno perché è un personaggio dinamico. I due possono riunirsi, avere conflitti, imparare qualcosa l’uno dall’altro e in quattro e quattr’otto abbiamo un film. Tutto questo mestiere qua è riuscito molto male, ve lo dico subito. La trama si perde in una sequenza confusionale di gag e twist senz’anima che sono la principale sostanza del film. Il dinamismo stesso del padre è un twist: scopriamo che era sempre stato buono, mentre Garfield decide di perdonarlo non perché il proprio personaggio abbia movimento, ma perché per coincidenza scopre di non essere mai stato davvero abbandonato. Il mio piano iniziale, cioè tessere le lodi di un nobilissimo tentativo di cucire una trama attorno alla storia più vecchia del mondo (gatto=funny), è andato a farsi benedire. Credo però di non avere buttato il mio tempo.
Il fim di Garfield fa una cosa molto interessante e strana. Sono praticamente certo che niente di tutto questo sia worldbuilding intenzionale, anzi, temo sia proprio emergente. In pratica, nel mondo del film di Garfield c’è la forma di schiavitù più crudele che io abbia mai visto in qualsiasi forma di media. Arriviamoci passo passo. Il film si apre con Garfield cucciolo che entra di nascosto in un ristorante dove John, il suo umano della striscia, sta mangiando da solo. Garfield deve essere nascosto perché gli animali non possono entrare e rischiano di essere cacciati a pedate. Fin qua: onesto, anche nei ristoranti del mondo reale spesso i gatti randagi non sono ben accetti. La scena dopo è un flash forward che mette giù le basi dello stile di vita del nostro eroe, che vediamo usare lo smartphone di John per ordinare del cibo a casa. Andiamo un po’ più avanti e, per farla breve, Garfield deve aiutare il padre a riscattare un vecchio debito con una gatta boss mafiosa, sua vecchia compagna di scorribande poi finita al gattile, dove è impazzita (haha funny). Prendiamo nota che la società animale ha una sua complessità. Per riscattare il debito del padre, i due gatti e il cane Odie devono entrare in una centrale del latte e rubarne una cisterna. Nel preparare questo heist, fanno amicizia con un toro che è stato esiliato dallo stabilimento dove tengono la sua amata, cioè una mucca che viene obbligata a fare gli incontri con le scolaresche dove viene accarezzata e direi anche munta dai bambini. Il toro ora sta fuori dalla centrale e ogni giorno aspetta l’ora d’aria di sua moglie per poter incrociare il suo sguardo. A questo punto uno dice “Cazzo, in questo mondo gli animali sono senzienti e l’unico a rendersene conto è John, che come umano di Garfield ha questa caratteristica eroica”. E poi, a metà film, IL PUTIFERIO. La gatta cattiva fa il doppiogioco e telefona alla centrale del latte per dire loro che stanno per essere derubati. Vediamo due persone che lavorano lì, ascoltano il messaggio in segreteria e sentono solo dei miagolii. Funny joke? No. Da qua in poi, niente di questo film farà ridere. Per aiutarli, entra in scena la tipa che odia gli animali più di tutti, una sbirra specializzata nella loro cattura che tira fuori UNA APP SUL TELEFONO CHE TRADUCE I VERSI DEGLI ANIMALI IN LINGUAGGIO UMANO. Ci sono le icone dei vari animali tradotti, ci sono gatti ed elefanti e ogni altra cosa. Dici, l’ha inventata lei perché odia gli animali così tanto e lei è l’unica altra persona oltre a John che sa la verità. Col cazzo. A fine film, per fare un inganno, Garfield scarica la stessa app sul telefono di John. L’inganno? Fingersi umano per coordinare la consegna della gatta cattiva sconfitta alla tipa cattiva, che in cambio libera la mucca. Sì, tra l’altro puniscono la gatta cattiva con la stessa prigionia che l’ha precedentemente fatta impazzire. Fa rima come le poesie, direbbe George Lucas. Gli umani sanno che gli animali sono senzienti e li trattano come facciamo noi nel mondo reale, se non con ancora più odio, considerato che la sbirra è ben contenta di rilasciare la mucca in cambio di un prigioniero più prestigioso. Anche i rapporti tra animali sono confusi e crudeli. Il toro e la mucca sono personaggi chiave per cui i protagonisti provano affetto e simpatia. C’è una scena in cui Garfield dice a John che vuole affogare nel formaggio, uno dei prodotti della schiavitù dei suoi amici. Non solo: GARFIELD MANGIA LE LASAGNE. Nelle lasagne c’è il manzo. Ora, a mio avviso il cannibalismo può essere definito non solo come il consumo delle carni di un membro della propria specie, ma anche come il consumo di una specie che è altra, ma senziente. Credo che parecchi sarebbero d’accordo: se un animale può leggere e scrivere, è troppo vicino all’umanità per essere ammazzato, dissanguato, sbudellato, scuoiato, macellato, imballato, venduto e cotto in un ragù. Questo, per mia fortuna, non sembra applicarsi ai bovini del mondo reale. Il pianeta è un po’ meno fortunato perché l’odierna industria del manzo è tra le più inquinanti di sempre, ma la vita è anche sacrificio (in questo caso particolare io Pietro sacrifico il pianeta Terra perché voglio la fettina con già sopra gli aromi nella vaschetta di polistirolo). Il film non parla di queste condizioni in cui gli animali sono costretti a vivere. Il film parla di perdono in modo molto vago. Questi di cui vi ho parlato sono tutti elementi di trama privi di significato e regole, atti a giustificare le varie gag e quello che i personaggi hanno da dirsi. Chissenefrega dirà qualcuno, i film per bambini non hanno bisogno di questo livello di coerenza. Vero, ma quelli belli tendono ad averlo. Ricordate Toy Story? Quella serie fa sforzi enormi per tenere salde le proprie regole. E io sono il primo a trovare aberrante e spaventoso che in quel mondo si possa creare vita senziente dalla materia morta, più o meno indipendentemente dalla complessità della composizione. Toy Story 4, con il personaggio di Forky, suggerisce che applicare degli occhi adesivi a qualsiasi oggetto e giocarci un po’ gli dia la vita. Toy Story 1, con le creature di Syd, suggerisce che i giocattoli siano funzionalmente immortali e creati della stessa sostanza “giocattolo”, perché possono essere smembrati e ricomposti e continuano a vivere. Mi chiedo se, tramite un’operazione tipo Nave di Teseo, si possa portare una lattina ad essere Buzz Lightyear ma conservando tutti i ricordi di quando era una lattina. Toy Story 3 suggerisce che esista un punto di non ritorno nella loro distruzione quando vediamo che una fornace sarebbe per loro la fine. C’è da perderci del sonno. Rimane imperativo per le fondamenta di quelle storie che gli umani non siano mai messi al corrente di tutto ciò. In Garfield la situazione è molto diversa. Qui la mente animale non ha nessuna differenza rispetto a quella umana. Le bestie sono perfettamente capaci di intendere, di volere e di interagire con tutta la tecnologia e strumentazione delle persone. Qual è la politica vigente in questo mondo? Garfield, peraltro, è proprietà privata di John. Lo vediamo chiaramente quando finisce al gattile e John va a riprenderselo, no questions asked. Non esibisce nemmeno un documento.
Bon, non c’è nessuna morale o soluzione in questa roba che ho scritto. Mi sono solo accorto di questa cosa e dovevo dirlo al mondo. Nessun uomo nella storia ha mai sofferto come gli animali del film di Garfield. Dio santo, immaginate i pollai. Spero che il sequel sia una specie di Sophie’s Choice, è onestamente il minimo.
P.S. John ha soldi infiniti: nell’arco del film Garfield spende migliaia di dollari in food delivery, la cui maggior parte nel climax d’azione. Il denaro non è un problema, spenderne troppo è divertente e utile per risolvere i propri problemi. Siamo nel deserto.
Oggi non è solo il compleanno di mia madre, è anche l’ultimo giorno dell’anno più lungo e difficile della mia breve, fortunatissima vita. Nella seconda metà del 2023 mi si è incrinata quasi ogni singola certezza su presente, passato, futuro e la mia identità. Il 2024 è stato un’esplosione di dolore, un’emorragia di affetti che non sembrava finire mai. Ho attraversato deserti interiori di cui, ingenuamente, non avevo mai nemmeno temuto l’esistenza. Perdere ci obbliga a cambiare; cambiare ci obbliga a mutilarci o anche a morire. Io, nel mio piccolo, sono diventato questo personaggio pedante e pretenzioso che ha sempre albergato in me mentre facevo il comico in giro. Sono cose difficili da spiegare, ma non sapete che liberazione sia dire che questo o quell’argomento non mi fa ridere. La serietà ha sempre avuto un prezzo molto alto nella mia vita. Credo che sia perché sono un po’ stronzo. Sì, non sono cose a cui ho finito di pensare, ma probabilmente crescendo mi sono reso divertente perché non sono granché simpatico e per una certa paura di non avere niente da dire. E invece guardate quanto ero sempre stato bravo a lamentarmi! Quest’anno molta gente è uscita dalla mia vita e io sono uscito da molte altre. In teoria sarebbero bastate un paio di queste a farmi impazzire, non so cosa ci faccio ancora qui. Certi vuoti sono già organicamente stati riempiti da amicizie nuove e altre rinnovate, cosa che mi riempie il cuore. Altre ferite sono più profonde e non sono ancora guarite del tutto. Non ho veri propositi per l’anno nuovo, o almeno non li chiamerei così. Il proposito per l’anno nuovo nella mia testa è diretto a qualcosa che non si è mai fatto e io di novità sto facendo indigestione. Nel 2025, che per il mio segno zodiacale si preannuncia foriero di nuova positività, voglio solo fare meglio cose che in teoria so già fare. Voglio lavorare meglio e di più come scrittore: ho un cuore di poeta. Voglio continuare a prendere peso e ad allenarmi: FORSE sono l’Uomo Ragno. Voglio studiare ancora più psicanalisi: è bella e mi dà senso al mondo. Voglio, idealmente, sedurre qualcuno e ritrovare un po’ di affetto: sono un maiale, un uomo-suino. Ma sì, tanto che mi frega di queste cose. Va beh, “cose”. Donne, si dice donne.
Anche quest’anno il primato musicale nella mia vita l’ha avuto Townes Van Zandt. Se volete sentire come sono stato, ascoltate Rake, dovrebbe dire tutto. Se ci aggiungete Highway Kind, Second Lover’s Song, None But The Rain e Why She’s Acting This Way, avrete un pacchetto più completo di quello che ho provato. Se volete sentire come voglio stare oggi e accogliere l’anno prossimo, ascoltate Delta Momma Blues e White Freightliner Blues, le ho avute in cassa mentre scrivevo sta menata. Buon anno.
“You’re gonna drown tomorrow if you cry too many tears for yesterday” – Townes Van Zandt
Più o meno un anno fa ho preso la decisione di smettere di fare il comico perché, oltre ad aver perso una certa quantità di passione, il palco stava facendo scempio della mia testa e dei miei rapporti. Visto che da lì in poi avrei lavorato solo scrivendo, non mi ci è voluto molto a capire che volevo avere un piano B, nella forma di qualcosa da poter insegnare nel caso in cui questa seconda vita artistica non si rivelasse fruttuosa. Avevo già provato ad andare all’università, prima Psicologia e poi Lettere, ma non avevo mai fatto praticamente nulla e mi ero ritirato completamente a inizio 2021 per inseguire la carriera da comico. Quanto ero pazzo e scriteriato nel 2021? Abbastanza da non fare mai davvero la rinuncia agli studi perché c’era una tassa aperta da pagare prima di poter mandare tutto in accettazione. “Tanto non tornerò mai all’università, la fottuta stand-up è l’unica direzione per me”, dicevo. Ovviamente, nel giro di qualche mese avevo già dimenticato questo passaggio, figuriamoci se quest’anno me ne sono ricordato. La ragazza con cui stavo al tempo mi ha confermato l’altro giorno che invece ho proprio fatto così. Insomma, quest’estate mi sono iscritto a Storia – cosa che l’università ti lascia fare – e ho pagato anche la tassa d’iscrizione – altra cosa che l’università ti lascia fare – e ho anche avuto accesso ai corsi ma, nel momento in cui ho voluto compilare il piano carriera per iscrivermi a un preliminare di storia greca, il sito di UniTo mi ha detto molto candidamente dove potevo infilarmi i miei buoni propositi per il futuro. Se non saldo quattro anni arretrati di Lettere ho quasi tutto bloccato: posso solo iscrivermi a quello che voglio e pagare tutte le tasse di iscrizione che voglio. E quindi non farò l’università. Non so come o per chi ma me ne torno svelto a lavorare come autore e magari mi organizzo anche per trovare qualche lavoro un po’ più stabile. Da un certo strano punto di vista sono quasi sollevato, addirittura elettrizzato. Per la maggior parte, comunque, sono incazzato nero. Ho passato l’intero 2024 a immaginare come sarebbero stati i prossimi tre anni e spicci della mia vita e ora è tutto crollato grazie a uno dei peggiori Pietro del passato. In generale sono già uno che fatica a visualizzare il futuro, ma questa volta mi ero davvero impegnato, quindi voglio almeno trasformare quello a cui avevo pensato in un’intramontabile opera d’arte quale è tutto ciò che carico sul mio blog. Quindi: come sarebbe andata la mia vita se fossi tornato all’università?
PRIMO ANNO Ignoriamo il fatto che ho effettivamente frequentato le lezioni per buona parte del primo semestre? Grazie. Il primo anno va così: nel giro della prima settimana di lezioni mi si costruisce attorno un gruppo etnicamente eterogeneo di persone più giovani di me. Credono di avere disperatamente bisogno del mio consiglio per orientarsi al meglio nella spaventosa prima metà dei vent’anni. Col tempo, farò capire loro che hanno già dentro tutte le risposte che cercano. Prima però li devo usare. Nel gruppo ci sono dalle tre alle quattro ragazze molto attraenti che non riescono a nascondere quanto sono attratte da me: attorno a loro ci sono solo ragazzini, mentre io sono un uomo realizzato e corre voce che sono un amante incredibile. La voce l’ho fatta spargere io grazie all’aiuto di un amico etnicamente irreprensibile. Nel primo semestre faccio sesso con una di loro una dozzina di volte prima di separarci amichevolmente. Lei non vorrebbe, ma con la mia saggezza da ventiseienne le dimostro che è giusto così. Senza nemmeno studiare troppo, do tutti gli esami che devo dare e li supero a pieni voti perché sono un genio. Nel frattempo, carico sul mio blog decine di racconti che sono subito chiacchieratissimi nell’underground letterario italiano. Si sospetta che io possa essere il nuovo Cechov. Nel secondo semestre faccio sesso con le altre ragazze del gruppo meno una, con cui avrò un flirt impossibile – per lei – fino alla laurea. Frequento un sacco di feste in casa e non solo mi diverto, sono direttamente un direttore d’orchestra sociale. Si ride e si scherza quando racconto aneddoti sul mondo dello spettacolo (“Una volta mi sono esibito con un polmone collassato”, “Max Angioni mi ha molestato in un bagno”, cose così), poi rivelo che noi artisti siamo tristi e si piange. A queste feste so anche ballare, non invidio gli uomini carismatici e non ho paura delle donne.
SECONDO ANNO Una potente casa editrice mi contatta per stampare il mio blog, le cui traduzioni in inglese fatte con ChatGPT hanno vinto un Pulitzer a fine 2025. Dico loro che certe cose non sono in vendita ma che, se proprio vogliono, possono darmi immediatamente una valanga di quattrini per scrivere un romanzo da fargli pubblicare. Accettano. Bilanciando perfettamente lavoro, studio e una torrida relazione segreta con un’assistente che prima stava con un professore cattivo e ora sta con me, finisco di scrivere in tempo da record la prima avventura di Tommy Tacoma, un giovane investigatore dell’occulto. Tipo Scooby-Doo ma da solo. Uno penserebbe che l’assenza della fortunatissima dinamica di gruppo “figo-fattone-figa-secchiona-cane” possa rendere noiose le mie storie, ma “Tommy Tacoma E La Messa Nera Di Messina” vende milioni di copie. A questo punto sono praticamente l’eroe dell’università. Movimenti studenteschi opposti gli uni agli altri mi implorano di partecipare alle loro riunioni per ispirare le giovani menti al comunismo/fascismo. Vado a tutte le riunioni e salvo i ragazzi dall’eccessiva identificazione politica. UniTo diventa la prima università completamente depoliticizzata del paese ed è tutto merito mio. Ci importa solo di studiare sodo e di divertirci la sera, scoprendo noi stessi e i giovani corpi di chi più ci piace. Ho tutti 30 e lode, i professori non vorrebbero nemmeno farmi sostenere gli esami, ma insisto di dare loro prova che la mia preparazione è degna di qualsiasi storico a tempo pieno. In vista del terzo anno, mi lascio amichevolmente con l’assistente perché è arrivato il momento di rastrellare tutto il rastrellabile.
TERZO ANNO Giro per Palazzo Nuovo in tunica come Cristo. Ho quasi trent’anni e mi è finalmente uscita la barba: è lunga, folta e lucente. Nessuno saprà mai che ho speso la maggior parte dei soldi guadagnati grazie a “Tommy Tacoma E La Messa Nera Di Messina” per una cura ormonale che lo rendesse possibile. Sono in una relazione poliamorosa con ogni singola studentessa: io le amo tutte, loro amano tutte me. Le mie antiche ferite d’amore sono un lontano ricordo di cui rido alle lacrime mentre vengo masturbato da sei mani diverse. Non mi manca l’energia necessaria a gestire questo viavai sessuale in casa mia. Anche gli odori sono sotto controllo. Scrivo “Tommy Tacoma Contro I Pokemon” e mi regalano la Scuola Holden. Mentre porto a termine gli studi, scopro che stiamo raccontando la storia dell’umanità al contrario e, dopo aver sconfitto lo stesso professore cattivo di prima, che voleva sotterrare tutto, vengo premiato con la laurea. Non devo nemmeno scrivere una tesi o discuterla. Con la giusta quantità di lacrime saluto i miei amici del primo anno, non mi hanno mai abbandonato. Rivelo loro che è stata proprio l’eterogeneità etnica del gruppo a farmi imparare il vero segreto dell’amore: non c’è nessun segreto. L’amore è la cosa più bella che facciamo nonostante il grande dolore che si porta dietro. Non c’è perdita peggiore o più deprimente, eppure torniamo sempre lì, ad amare. E più diamo e meno chiediamo, meglio amiamo. Che meraviglia che è la vita.
Nell’appartamento sopra al mio vive una giovane famiglia. Hanno una bambina che non può avere più di sei anni e, nel tempo trascorso tra l’acquisto di casa mia e la fine dei lavori, ha fatto la sua comparsa un neonato. Nel condominio in cui vivo le pareti sono molto spesse e ben insonorizzate, mentre i soffitti sembrano fatti di legno cavo. Tutti i giorni sento questi bambini, il neonato ultimamente sta piangendo parecchio – credo che stia mettendo i dentini, o forse ha le coliche – e la bimba gioca liberamente per casa. Sento i tonfi dei suoi passetti sgraziati, lo scorrere incessante di qualche tipo di biglia o macchinina, un po’ di vociare tra lei e i genitori. Nel fine settimana mi sveglia lei, la sua stanza è direttamente sopra alla mia. È la prima volta nella mia vita che ho dei vicini così vitali e ne sono felicissimo. I bambini mi piacciono molto, trovo un certo piacere romantico a sentire la vita che va avanti. Mi riempie di speranza.
Io conduco una vita molto solitaria, spesso danzo sul limite della reclusione. Nell’ultimo anno questo lato di me ha piano piano preso più spazio. Socializzare tende a costarmi una grande fatica. Per esempio, ho recentemente ricominciato l’università e non ho ancora davvero attaccato bottone con nessuno. Qualunque scusa è buona per non farlo. “Se parlassi con questo sarebbe solo perché spero che conosca altre persone e che eventualmente socializzare con loro possa farmi conoscere una donna e, visto che starei solo usando queste persone per procurarmi delle donne, sono cattivo e non posso attaccare bottone”, per esempio, è una cosa che mi sono davvero raccontato nelle prime due settimane di lezione. Come se fossi in grado di fare questa cosa che si chiama “attaccare bottone”, peraltro. A volte mi chiedo se io l’abbia mai fatto in vita mia. Se provo a pensarci, credo che tutti i miei rapporti più significativi siano iniziati in primissimo luogo con una mia partecipazione del tutto – o quasi – passiva. Mi è praticamente impossibile approcciare chiunque per primo. Spero che si inizi a vedere quanto questa solitudine sia autoimposta. Su quale base, infatti, trovo impossibile per me parlare con uno sconosciuto a scopo puramente sociale? Di fatto, quando mi trovo di fronte a qualcuno a cui per un motivo qualsiasi voglio piacere, decade qualsiasi buona opinione di me io possa avere. La mia rappresentazione di me corre nella direzione del nulla siderale. Di rimando, la mia rappresentazione del mondo lo trasforma in un luogo in cui tutte le più semplici regole sociali, per esempio quella che si può parlare con le persone ed è così che le si conoscono, non si applicano a me. Anzi, si applica tutto il contrario. Io quindi non posso attaccare questo dannato bottone, non posso offrire niente a una donna, non posso neanche pensare di meritare di essere amato o accettato, men che mai posso permettermi di rifiutare qualcuno.
Oggi sento questo problema come non mi capitava da sei anni. È stato un anno molto lungo. Ho avuto una spaventosa emorragia di affetti, tra cui la prima vera grande relazione della mia vita, finita in circostanze molto dolorose per entrambi. Tutt’ora ho il cuore in buona parte spezzato, mi dicono che deve andare così. Molto raramente so cosa farmene, spesso invece ho molta ansia di riuscire subito ad andare avanti e colmare questo vuoto – magari con un miglior rapporto con me stesso – ma, probabilmente proprio perché sono così agitato, ancora non mi riesce bene. Fortunatamente, sentire la famiglia al piano di sopra mi aiuta anche con la tristezza dovuta a questo appartamento vuoto, infestato da me. Dio sa quanto vorrei tornare a toccare il mondo e imparare a toccarlo in tutti i modi che mi sono sempre negato. Desidero partecipare con ardore a tutto ciò che ho deciso che non mi riguarda. Voglio ballare, cantare, ridere e scherzare insieme a tutti gli altri. Ogni tanto anche scopare non mi dispiacerebbe. Ci pensate? Io che partecipo in modo sano e continuativo al mondo del sesso. Fantascienza. Pazzia.
È con grande rammarico che vi dico che anche questa rappresentazione è per lo più falsa. Per carità, è vero che in università sono un palo di legno e che non faccio sesso da un bel po’. Intanto, però, esco praticamente tutte le sere, ho diversi amici, anche nuovi, che incontro a Torino e altri che sento praticamente ogni giorno. Soprattutto nelle ultime settimane ho avuto molti ospiti. Pure mentre scrivo questo strano monologo ho in casa un ballerino colombiano che mi è venuto a trovare per un paio di giorni. How cool is that? Canto e fischio per strada mentre cammino, come uno psicopatico. Tutto il mio quartiere mi ha sentito cantare. Se sono sbronzo ed è molto tardi ballo pure. Certo, davanti a me non c’è gente quando lo faccio, ma chissà negli anni quanti mi hanno visto dalla finestra. Di nuovo, è vero che non faccio mai il primo passo perché sono una principessina, ma poi chiacchiero subito senza troppi problemi. Anzi, rido e scherzo più della maggior parte della gente con cui ho a che fare. Il punto è che, per quanto io faccia tutte queste cose, non le penso di me. Il me pensato altalena tra uno zero totale e un alieno, mentre il me reale è una persona piuttosto normale. Le mie carenze sociali e sessuali sono dovute a problemi reali, ma che sono meno gravi di come mi appaiono quando voglio abbattermi. Dovrei sicuramente essere meno sostenuto in università e parlare con le persone che, proprio come me che ho trovato passivamente tutti i miei rapporti significativi, spesso e volentieri hanno piacere a fare due chiacchiere. In più, se proprio stessi per esplodere e avessi bisogno di consumare un rapporto sessuale fine a sé stesso, mi scaricherei un’app o due e mi darei una mossa. Lo starei già facendo se mi interessasse, ma mi sto ancora leccando certe ferite e quindi non riesco a guardare oltre la solita, spessa coltre di chi mi piace ben più di un pochino. Con questo non voglio dire che, se volessi, rastrellerei Torino e che dovete chiudere in casa le vostre figlie il giorno che mi sveglio dal mio lungo riposo, ma porca puttana qualcosa farei, eddai. Son mica l’uomo elefante. Insomma, ho già tutto quello che mi serve per essere normale, ma non lo penso.
Ora sono costretto a chiedermi a cosa mi serva questa forte dissociazione tra atteggiamento e rappresentazione. C’è una risposta relativamente semplice: voglio torturarmi. Ho un forte rapporto di godimento con la sofferenza. Se non prendo un’attiva decisione di benessere, mi affamo di fronte a ogni tipo di appetito umano. Credo di farlo perché cerco un appagamento il più forte possibile ai miei desideri. In più, un’attesa sofferente è una sofferenza goduta. Il corpo gode anche della sofferenza, diceva – tra i vari – Lacan. Infatti, uno potrebbe pensare che, se ho imparato ad affamarmi in questa maniera, io sia molto paziente, ma non è vero. È proprio perché sono impaziente e voglio subito il mio contentino, che mi impongo certe attese dolorose. Proviamo con una risposta più fastidiosa alla domanda: voglio ottenere l’irraggiungibile, cioè un me perfetto e felice per sempre. Si tratta di un problema che sta alla base di davvero moltissime nevrosi. Sono semicosciente di un qualcosa, un me a cui devo arrivare e mi arrovello come un pazzo per riuscirci. L’errore concettuale è enorme: ritengo, mio malgrado, che questo me esista già perenne in una dimensione iperuranica e che ci sia una singola sequenza di decisioni, celate solo a me, che mi porterà a realizzarlo. Tutto ciò è falso, a partire dalla mia idea che si possa essere perfetti, a continuare con la sicurezza che tutti gli altri sappiano come io debba fare e a finire col mio terrore pazzo di commettere errori pratici o morali di qualsiasi tipo. Ovviamente non funziona così, io stesso confesso di aver commesso più di una manciata di errori negli ultimi nevroticissimi ventisei anni della mia vita, alcuni addirittura volontariamente, eppure non ho perso i miei più basilari diritti umani e non ho finito di crescere e imparare. Giuro che so tutte queste cose. Il problema è che partecipare in modo più integrato al mondo implicherebbe essere ancora più in gioco. Ho già fatto notevoli progressi da quando ho deciso di non sacrificare la mia vita all’altare della presa per il culo, ma devo mangiare ancora parecchia pastasciutta. E mettersi in gioco, cosa ti rompe? Ti rompe la speranza di poter diventare davvero completamente completo nella coscienza, perché ti mette in rapporto con le tue mancanze, alcune delle quali incolmabili. Si possono integrare spaventose quantità di materiale inconscio ma mi sono convinto che, non essendo divinità, non potremo mai sapere tutto di noi né trascendere il rapporto di compensazione tra mondo esteriore e mondo interiore, di cui la nostra esperienza è per definizione limitata. Separarsi da tutta questa struttura nevrotica e vivere appieno costa un particolare e continuo sacrificio dell’Io che non può essere sottovalutato. Chissà se aver scritto sta cosa mi tornerà utile.
Ho passato le prime due settimane di questo settembre nel sud est asiatico, tra Thailandia, Laos e Vietnam. Queste sono le mie impressioni a freddo su quello che ho fatto e le persone che ho conosciuto. Vedetelo come un tema di quinta elementare. Sicuramente tutta l’operazione sarebbe molto più efficace se solo avessi tenuto un diario di viaggio, ma la fortuna ha voluto che in un viaggio di diciassette giorni io non abbia collezionato più di venti minuti scarsi di sobrietà. E niente, vediamo cosa riesco a ricordare.
SCALO A DOHA Sarò breve: all’aperto c’erano 38 gradi e un’umidità paradossale, mentre l’aeroporto è un inferno di tre o quattro centri commerciali incollati assieme in cui tengono una gradevolissima temperatura di 18 gradi. Potrei vivere tre vite a impatto zero e forse annullerei venti secondi di emissioni dell’aeroporto di Doha, praticamente il tempo di una pisciata.
BANGKOK La prima cosa di cui mi sono accorto è che la cultura thailandese ha effettivamente un numero di differenze con quella italiana. Eccomi qui: Casella il giramondo.
L’omogeneità architettonica è la loro carta da culo. Puoi vedere una casa di lamiera, accanto a una casa in muratura, accanto a una casa di legno, accanto a un tempio pulitissimo e decorato d’oro in dettaglio maniacale, accanto a una casa di lamiera. La mia impressione è che ciò non fosse dovuto a una povertà materiale o economica quanto a un onesto “chissenefregadidovevivo” gridato dalla popolazione. Questo lo dico in parte perché è stata davvero la mia impressione, in parte perché, se invece è una questione di povertà, sono davvero uno stronzo.
Io e Macca, il mio compagno di viaggio trentanovenne, abbiamo visitato una quantità spropositata di templi. Sono rimasto molto positivamente colpito dal modo di fare culto dei buddhisti thailandesi, da questo processo praticamente del tutto interiorizzato, esclusa una manciata di regole da seguire all’interno del tempio. Dei monaci e di come vivono non so niente. Degno di nota è stato un uomo con la maglietta del Manchester City che è venuto a parlarci del tempio che stavamo visitando una mattina e ci ha detto che era il custode. Sono una persona semplice, ho trovato divertente che fosse vestito in quel modo mentre faceva la guardia a una gigantesca statua dorata. Come indossare un frac per spalare la merda sotto i ponti.
Un’esperienza indimenticabile è stata mangiare il pad thai di Thipsamai, ristorante che si vanta di avere la ricetta più buona di Bangkok. Oltre al pad thai e agli involtini di una bontà sconvolgente, il locale ha un’atmosfera a dir poco avvolgente. Ti fanno fare la coda fuori, poi ti fanno entrare ad aspettare il tavolo su un divanetto all’ingresso, davanti alla cucina a vista, poi ti portano cinque metri più in là a un secondo divanetto posizionato di fronte a una vetrina. Lì sono esibite tutte le guide stampate che affermano che il loro pad thai è il più buono della città. Solo dopo che ti hanno reso molto chiaro che ce l’hanno durissimo per il loro stesso pad thai, ti portano al tavolo. I camerieri sono amichevoli come uno che ti vuole scopare e sembrano obbligati dalla direzione a chiederti da dove vieni e poi dirti qualcosa nella tua lingua. A un certo punto della cena, una cameriera e un cameriere sono arrivati insieme a portarci da bere e da mangiare e lei si è freezata: non sapeva l’italiano. Lui le ha messo il viso nell’orecchio e le ha sussurrato delle parole in italiano che ho sentito benissimo, così che lei potesse tirare fuori un sorriso falsissimo, gigante e un po’ spaventato ed esclamare “BONGIORNI”. Macca, che ha il cuore grande, ha apprezzato molto tutto questo. Io, che ho il carattere un pochino più ruvido e sono abbastanza sensibile all’imbarazzo, mi sarei ammazzato se ne avessi avuta l’opportunità. Avendolo saputo prima, avrei detto loro che sono ungherese o estone per vedere di che pasta sono fatti. Ora, però, devo calare l’asso di briscola. Nel ristorante sono appesi alle pareti vari schermi televisivi che trasmettono in loop un cartone animato, prodotto dal ristorante stesso, che parla della donna che l’ha fondato. È molto difficile per me descrivere l’esperienza di essere a tavola, mangiando un pad thai da lacrime agli occhi, mentre guardo un cartone in cui una donna, colpevole solo di aver perfezionato una ricetta tradizionale, viene bistrattata da un locatore seminudo, grasso e sporco con una catena d’oro. Ancora più sconvolgente è la scena in cui la donna, ormai anziana, sta cucinando e di colpo crolla, seguita dalla scena in cui muore in ospedale con il figlio che le tiene la mano e piange. Il figlio si rivela essere il motivo per cui sei lì a mangiare, ha preso la ricetta della madre e ha tenuto in piedi il ristorante. La cosa bella è che questo ragazzo aveva studiato economia, la sua storia non è quella romantica e folkloristica che uno si aspetta. Non ha salvato il pad thai più buono di Bangkok mettendosi ai fornelli, assolutamente no. Ha fatto il franchise. Il figlio è il motivo per cui i camerieri ti dicono “ciao” e “danke shon” , per cui fanno così grandi proseliti del loro pad thai, per cui stai guardando un cartone prodotto da lui e in cui si è fatto disegnare in una specie di stile chibi mentre tiene la mano a sua madre che muore. E la cosa incredibile è che funziona. Vi prego di non vedere altezzosità in questo, non sto dicendo “funziona perché un vago insieme di altre persone si beve queste cazzate che io invece trovo ridicole”. Quello che intendo è che mi dispiace per le difficoltà di sta donna e che il cartone mi fa venire una voglia matta di pad thai.
L’ho trovato su YouTube, comunque. Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo.
LAOS – HUAY XAY Un agile viaggio di un paio d’ore da Chiang Rai su un pulmino di latta senza porte ci ha portati alla nostra prima destinazione in Laos, Huay Xay.
Prima di arrivare alla ciccia di questa parte del viaggio, devo condividere un aneddoto splendido della prima notte passata lì. La notte stessa del nostro arrivo io e Macca stavamo passeggiando sulla strada principale del villaggio, quando un fattorino di una qualche food delivery asiatica ha superato col motorino un presidio di polizia – un gazebo con sotto un tavolo di plastica – con tipo dodici sbirri sbronzi. Purtroppo per lui, gli sbirri erano ancora abbastanza coscienti da sapere che quella strada è a senso unico e che lui stava andando contromano. L’hanno fermato, si sono scambiati due parole, lui ha detto qualcosa che posso solo immaginare fosse “Sucatemi le palle” in laotiano ed è ripartito. Allora tre sbirri sono saliti su un motorino e l’hanno rincorso, l’hanno fermato trenta metri più in là, lui di nuovo li ha mandati affancuore ed è ripartito. Dieci metri più in là gli sbirri l’hanno fatto scendere dal motorino, su cui è salito uno dei tre e sono tornati indietro. Il fattorino ha continuato a piedi nella stessa direzione in cui stava andando. Nessuna multa, nessuna burocrazia, non gli hanno dato nemmeno una gomitata. “Dammi sto cazzo di motorino” e basta. Il braccio sbronzo della legge.
Comunque, avevamo deciso di passare da Huay Xay perché il villaggio offre la famosa Gibbon Experience, un’esperienza a metà tra una tamarrata con le zipline e una scarpinata di cinque ore nella giungla con tanto di notte in una casa sull’albero in mezzo al verde sterminato. La fauna della giungla conta orsi neri, cobra, tigri e tutti gli insetti mai esistiti. Sono praticamente convinto che quel luogo sia il Valhalla degli insetti, le cui anime incarnate continuano a insettare fino alla fine dei tempi. Ah cazzo i gibboni. In teoria ci sono anche i gibboni, anzi è un po’ tutta la cosa dell’Experience, ma te li hai visti? Nessuno si imbatte mai nemmeno negli altri animali che ho detto prima, volevo solo veicolare che ho avuto paura. La fauna del gruppo contava me, Macca, un ragazzo polacco col suocero, una ragazza olandese e le guide, due laotiani di ventun anni che fanno la scarpinata tutti i giorni, rigorosamente in infradito. Le zipline lì sono molto alte, lunghe e relativamente veloci; la prima che fai entra in un nugolo di giungla e non vedi dove finisce. Anche lì ero molto spaventato, nonostante fossi appeso con un moschettone enorme a un cavo d’acciaio abbastanza spesso per una funicolare. Un paio di volte ero sospeso nel vuoto e ho davvero pensato che il mio enorme peso avrebbe spezzato il cavo. Sono fatta così, un po’ pazza e un po’ romantica. A un certo punto abbiamo sentito uno di quei tipici uccelli da giungla con quei versi sovrannaturali che si sentono nelle commedie con le persone che non sono mai state nella giungla, tipo la bionda vanitosa che si prende male, o un qualche tipo di Jack Black. La ragazza olandese ha chiesto a una guida che cosa fosse. Lui l’ha guardata come una cretina e le ha risposto “Bird”.
Abbiamo cenato e passato la notte nella casa sull’albero. Vi sparo due cosette veloci veloci che per me hanno fatto l’esperienza, oltre ovviamente alla vista incredibile. Prima di tutto, da quelle parti le cicale sono grandi come tubetti di dentifricio e, quando friniscono al tramonto, tutto attorno senti un canto acutissimo ed estremamente rumoroso, come se stessi guardando un horror con le cuffie. Davvero surreale. Seconda cosetta veloce veloce: alla sera stavamo bevendo un distillato di riso laotiano quando Darek, il signore polacco, sudatissimo e molto più socievole di prima, dopo aver tirato giù un paio di bicchierini, ha detto “I haven’t had vodka in forty years” e ne ha tirato giù un terzo. C’è stato un lunghissimo istante di terrore per tutti; ognuno aveva la propria immagine mentale di come quest’uomo stava per impazzire. Avrebbe cantato? Avrebbe pianto? Sarebbe saltato al collo di qualcuno? Che sballo. Purtroppo, Darek ha rovinato la magia spiegandoci che di birra ne ha sempre bevuta a fiumi, era semplicemente stato lontano dai superalcolici perché aveva preso una sbronza bruttissima da adolescente. Ci sono rimasto quasi male: avevo sinceramente pensato che, visto che aveva chiamato “vodka” quella benzina di riso, ci fosse un errore di traduzione e che stesse dicendo che non toccava alcol da quarant’anni. E, se non avete mai visto un astemio dopo un numero imprecisato di shottini, procuratevene uno il prima possibile. Mi ringrazierete quattro volte su dieci.
TRENO PER LUANG PRABANG
Dopo la Gibbon Experience ci siamo spostati verso Luang Prabang. Le strade in Laos sono quelle delle battute sulle strade di Roma. I pulmini e i minivan, infatti, sono nuovi e in ottime condizioni, è l’unico modo per attraversarle. Per assurdo, la scatola di latta che abbiamo preso in Thailandia, paese decisamente più ricco e con le strade in ottime condizioni, non durerebbe dieci metri in Laos. Si parla di quasi cinque ore di tagadà per fare duecento chilometri, una figata che vi consiglio di attraversare in doposbronza come me e Macca. Io avevo anche la fortuna di avere a mezzo metro dal viso i piedi nudi di un signore laotiano che era seduto dietro di me. Masticava molto rumorosamente e a bocca aperta delle radici. Non gli ho voluto benissimo.
Il minivan ci ha portati alla stazione di Nateuy, dove passa la linea ferroviaria che la Cina ha costruito per connettersi alle città maggiori del Laos. Uno di tanti regali infrastrutturali che i sempre benintenzionati cinesi hanno fatto ai loro vicini. Sul treno, ho trovato il mio posto occupato da una vecchia cinese che chiacchierava con una sua amica. La signora ha notato che la stavo guardando e mi ha detto qualcosa in cinese. Io non lo parlo e quindi non ho risposto. Allora mi ha detto un’altra cosa in cinese, ma in quei dieci secondi non lo avevo imparato e quindi non ho risposto. Allora mi ha detto una terza cosa in cinese, così tanto per. Poi ha gesticolato verso il numero del sedile e mi sono ripreso dallo sgomento per dire un chiarissimo “YES” con ritrovata sicurezza. Le due vecchie sono scoppiate a ridere e mi hanno lasciato il posto. Sedute davanti a me, hanno continuato a parlarmi ancora per qualche minuto. Io sorridevo e annuivo leggermente. Hanno anche tirato fuori dalla borsa una busta di plastica con dentro delle radici bollite e mi hanno obbligato a mangiarne una. Tutto sommato niente male.
LUANG PRABANG
Patti chiari amicizia lunga: Luang Prabang è una città meravigliosa. La crasi architettonica tra il coloniale francese e il laotiano è da vedere almeno una volta nella vita. Abbiamo passato lì dei lunghi giorni di pioggia mentre il tifone Yagi devastava il Vietnam, dove in origine avevamo pianificato di andare per villaggi. Non l’avevo ancora detto, ma la scorsa primavera avevamo pensato di andare nel sud est asiatico proprio all’inizio della stagione delle piogge. La nostra lungimiranza è stata giustamente premiata con quantità bibliche di acqua quasi ogni giorno, tolti ovviamente quelli passati a viaggiare. Di certo, comunque, non ci siamo annoiati. Il mercato notturno vende ogni genere di ninnoli e street food, tra cui brillano un pesce di fiume imbottito di citronella e cotto alla brace e certi spiedini che infilzano una decina di bocconi del prete l’uno. Il palazzo reale, ora museo, trabocca storia. Ho apprezzato in particolare una certa sequenza di dipinti che raccontano un pezzo importante di folklore laotiano. Io e Macca abbiamo perfino meditato di attaccare bottone con alcune turiste, ma il metro quadrato di sudore che esibivamo su petto e schiena in ogni dato momento ci ha fatto ripensare a certi bassi propositi. Sbronze, templi e un paio di nuovi amici ci sono bastati e avanzati.
Questa fa sempre ridere quando la racconto al baretto: mentre soggiornavamo a Luang Prabang, i nostri apparati digerenti hanno finalmente deciso di dire la loro sulla dieta a cui li stavamo sottoponendo oramai da una settimana. A chi non piace un bell’aneddoto sullo stare male dall’altra parte del mondo? Quando fai questo tipo di viaggio, se non hai intenzione di fare lo schizzinoso, mangerai qualcosa di completamente nuovo quasi ad ogni pasto. Dopo un po’, subentra un certo affaticamento sensoriale a cui viene presto dietro lo stomaco. In più, io ero abbastanza convinto di essermi preso la malaria durante la Gibbon Experience. Mancavano giusto i sintomi. Macca ha avuto il suo crollo fisico mentre visitavamo un tempio in cima a un colle, io ho avuto il mio durante un’escursione a delle cascate poco fuori dalla città. Dio, le cose che abbiamo fatto a quei bagni. Non siamo più i benvenuti in un numero considerevole di esercizi di Luang Prabang.
NONG KHIAW
Presi dall’esasperazione per tutto il backpacking che non saremmo riusciti a fare causa pioggia, ci siamo fidati della guida Lonely Planet e abbiamo preso un altro infernale minivan diretto a Nong Khiaw, un pittoresco villaggio a metà strada tra Luang Prabang e il Vietnam. Lì abbiamo finalmente incontrato le blatte che Macca aveva incontrato nei suoi precedenti viaggi e di cui mi parlava con grande orgoglio da settimane. L’aria piena di ossigeno e il territorio umido producono blatte dalle dimensioni di un blocchetto doppio di cartine. Quando ne abbiamo trovata una in stanza ho fatto un salto in stile Tom e Jerry che a momenti non lascio un buco nel soffitto. Già la seconda blatta, che camminava tranquilla sul tavolino su cui stavamo cenando la sera dopo, mi ha lasciato decisamente più indifferente. Piccolo salto, appena mezzo metro.
Tra le attività più belle nel perimetro di Non Khiaw, plurigarantite dalla guida, ci sono le scarpinate per raggiungere i due punti panoramici che fanno vedere tutto il villaggio. Quella che abbiamo scelto richiede un’ora e mezza a salire e due a scendere, senza contare possibili soste. Un signore ubriaco ti fa pagare un biglietto che equivale a ottanta centesimi e ti ride in faccia per la grande idea di merda che hai avuto a fare questa camminata. Credo di non avere mai avuto così tanta paura di morire in vita mia e, giusto per dire quanta ne avessi, questa volta era parzialmente giustificata! Eravamo completamente soli in mezzo a questa giungla, il passaggio era quanto più stretto e ripido può esserlo per essere a malapena ancora chiamato tale. Il terreno era argilla bagnata e rocce calcaree bagnate, tutte buie e piene di cunicoli perfetti per ogni tipo di serpente e insetto. Niente che puoi mettere ai piedi farà il minimo attrito, è come pattinare in salita. È virtualmente impossibile essere trasportati via da lì in qualsiasi modo, se cadi e ti rompi una gamba o se ti morde qualcosa di velenoso hai davanti a te minimo un paio d’ore in cui attendi soccorsi, seduto da solo nella stessa giungla che ti ha messo in quelle condizioni. Questi sono i pensieri che mi hanno accompagnato per tutta l’ascesa, sarei stato furioso se non fossi stato così impegnato a controllare un minimo il terrore. Mi agghiacciava specialmente il morso del serpente, non riuscivo a pensare ad altro. Macca saliva come uno stambecco. Arrivati in cima, il valore dell’escursione mi è stato subito chiaro. Non è il panorama mozzafiato – colline verde smeraldo a perdita d’occhio – a valere la candela, è il completamento stesso della scalata. La gioia di essere arrivato in cima, il senso di responsabilità sulla mia vita per aver deciso a metà strada di accogliere come un’amica la paura e di portare a termine quello che avevo iniziato. Macca che mi prende per il culo perché mi ero spaventato così tanto. Macca che a momenti sviene per la fatica durante la discesa. Macca a cena che si blocca quando gli dico la cosa dei serpenti a cui avevo pensato, impallidisce e mi dice “Fortuna che non me l’hai detto mentre eravamo lì”. Menzione d’onore a Lonely Planet che ti dice “Portati una torcia e fallo al tramonto”. Siete degli psicopatici senza un legame che sia uno. Per intenderci: gli abitanti stessi di Nong Khiaw non fanno quell’escursione più di tre volte nella vita e mai nella stagione delle piogge.
VIETNAM – HANOI
Da Nong Khiaw siamo dovuti tornare a Luang Prabang per prendere un volo diretto ad Hanoi, dato che i confini con il Vietnam erano stati chiusi. Ora, non so che tipo di notizie sono arrivate in Italia in quei giorni, ma da quello che ho visto dall’aereo posso dire che il Vietnam era allagato. Avete presente quando fate la doccia troppo a lungo e sono già cinque o sei docce che dovevate pulire lo scarico e uscite per trovare il bagno allagato? Ecco, tipo così però il Vietnam.
Hanoi è come la mia mente razzista si figurava Bangkok prima di visitarla. In ogni momento hai nel tuo campo visivo mille persone, di cui almeno quattrocento sono in motorino e la metà di loro è perennemente a dieci centimetri dallo schiantarsi contro un altro motorino o un passante. Il marciapiedi è interamente occupato da – avete indovinato – motorini parcheggiati e tavolini di plastica dei locali. Ci si sposta tutti per strada, ha quasi senso se ci pensi. Il clacson si usa per farsi notare, non per litigare. Il loro codice della strada è un dépliant con solo due punti:
Non schiantarti.
Se Pietro Casella è in città, fai del tuo meglio per fargli cacare i pantaloni.
L’aria è tra le più inquinate al mondo, la senti entrare velenosa nel tuo corpo a ogni respiro.
La prima sera ho avuto un piccolo attacco di panico che abbiamo risolto rifugiandoci per un’oretta in un rooftop bar per turisti. Due birre, una sigaretta jazz, e siamo riscesi in strada con tutta una nuova grinta. Mentre stavamo bevendo ancora un po’, seduti a un tavolino in mezzo al marciapiedi, è passata una vecchia che portava due ceste sulle spalle. In una cesta teneva varie erbe e alcune stoviglie, nell’altra un accrocchio di metallo che conteneva una brace accesa su cui bollivano delle uova. Macca, grande avventuriero, ha voluto prenderne subito uno. Ha fermato la vecchia e le ha offerto del denaro, lei lo ha guardato come per dirgli “Guarda che non lo vuoi”, ma lui ha insistito. Un minuto dopo avevamo davanti una ciotola di plastica con dentro un uovo sodo aperto e coperto di erbette locali. Mentre Macca prendeva ancora un sorso di birra, ho guardato un po’ meglio nella ciotola e ho spostato le erbette esclamando “Minchia fortuna che ti sei preso l’uovo sodo con l’insalata!”, perché ho smesso di fare il comico ma sono ancora un grande umorista. Non sapevo cosa avrei trovato sotto al verde. Era il balut. Se non sapete di cosa si tratta, cercatelo su internet. Poi scrivetemi pure su Instagram così vi mando sia la foto del balut che quella del vietnamita che vede Macca sbiancare e si mette a spiegargli che quella roba lì è LA BOMBA. Credo di aver riso per mezz’ora di fila.
Prima di concludere, voglio dire una cosa di destra: ad Hanoi c’è pieno di figa. Pieno così. Fa davvero impressione. Mi salvo in corner dicendo anche una cosa di sinistra: c’è pure pieno di cazzo. L’età media è venticinque anni e il paese sta avendo una crescita economica spaventosa, i giovani sono tutti curati e infighettati e stanno davvero bene. L’esperienza è riassumibile in una nevrosi perfettamente bilanciata tra “lasciatemi qui” e “portatemi via”. Una sera ci è passato davanti un gruppo di ragazze particolarmente attraenti e ho sentito un turista italiano poco più in là bestemmiare ed esclamare “Gliela ciuccerei come un frullato denso”. Precisiamo: a casa mia non c’è spazio per questo genere di volgarità, ma se non fosse sparito nella folla avrei voluto conoscerlo e magari farmi una foto con lui.
Ok, ne aggiungo una perché Macca mi ha dato il permesso. Dovete sapere che per tutto il viaggio è successo parecchie volte che ci chiedessero se fossimo padre e figlio, nonostante ci separino solo tredici anni. Il primo è stato a Bangkok, un tassista che ci stava portando alla Jim Thompson House (che consiglio come tappa light a chi sta più di due giorni). Appena gli abbiamo detto di no, ha estratto dal cruscotto un volantino per un bordello e ci ha detto che se avessimo voluto ci avrebbe portati lì. Il punto forte di quel bordello? Lì le donne costano particolarmente poco. Credo che sia uno dei peggiori modi di vendere il sesso a pagamento. “Sai una cosa? Sono qui a Bangkok per due giorni con il mio amico quarantenne, stiamo andando a vedere una specie di museo delle sete, sono sudato come la merda, sai cosa mi ci vuole per mettere la firma? Una puttana a buon mercato!”. Boh. Ma comunque! Mi perdo nei discorsi. Questa confusione sulla nostra parentela stava complessando molto Macca, che cercavo di consolare dicendogli “Ma non ti preoccupare, è perché io sembro così giovane, figurati se sei tu”. L’ultima volta che ci hanno chiesto se fossimo padre e figlio è stata in ostello ad Hanoi, mentre prendevamo i bagagli per partire verso casa. Per puro caso ho risposto solo in quell’occasione con le nostre rispettive età, ventisei io e trentanove Macca. Il ragazzo dell’ostello si è girato verso di lui e gli ha detto – in inglese – “Oh cazzo hai TRENTANOVE anni??”. Terribile. Per una spruzzata di bianco sulla barba e il viso un po’ provato dal viaggio gli hanno dato almeno cinquant’anni. Razzisti, ecco cosa sono.
AEROPORTO DI HANOI
Top 30 sbronze di una relativamente breve ma onorata carriera.
CONCLUSIONI – PROPRIO COME UN TEMA
Nonostante io abbia fatto il bimbo spaventevole quasi ad ogni passo del tragitto, è stata un’esperienza memorabile e molto trasformativa. Sono molto cambiato, decisamente più saggio. Sono tranquillo come il fiore di loto che galleggia sullo specchio d’acqua.
Macca è il miglior compagno di viaggio che abbia mai avuto. Sempre paziente, aperto all’improvvisazione, sereno come il panda rosso che riposa all’ombra.
In Laos abbiamo un detto: “Vai a vedere culture diverse dalla tua, magari torni parzialmente più razzista ed esplodi un paio di cessi, magari ti innamori cento volte e digerisci tutto. Quel che è certo è che ne uscirai arricchito e molto più saggio, appagato come il monaco che divide la cena con il cane randagio”.
Ora che sono tornato e ho iniziato l’università, non vedo l’ora di trovare finalmente il coraggio di attaccare bottone con i compagni di corso e di essere esattamente quel pezzo di merda che ti dice che devi troppo fare un viaggio nel sud est asiatico. Mi frego le mani, sono emozionato come il pesce gatto che trova una tana di lombrichi.
Stavo dormendo sul treno e mi sono svegliato con una poesia in testa. Davvero. È spaventosamente ordinaria, eccola ed ecco cosa ne ho pensato.
Ti voglio nel mio letto, nuda o vestita, sobria o riposata, noiosa o eccitata, sana o malata.
Ti voglio nel mio letto anche quando non è un letto, anche quando è un bagno, un treno, una doccia, un lampione, una barca, un prato.
Non c’è forma di te che io non voglia, non c’è luogo in cui io non ti voglia. Sei sempre te, è sempre il mio letto.
I prodotti della mia intuizione, così lamentosi e poetici solo per me, sono sempre scarni e banali. Eppure, mi parlano di te. Tu non sei lamentosa, non sei poetica solo per me, non sei scarna e non sei banale. Per questo, forse, mi parlano di te. Tutto, se osservato attentamente, rivela già il proprio contrario. Per questo, allora, le poesie più inutili al pubblico, del tipo che sovvengono a chi non ne scrive, fanno così bene il loro lavoro.
Ora, qual è il loro lavoro? “Ispirarmi” è la parola che emerge, ma non la capisco. Come fa qualcosa di successivo a un’ispirazione a provocarmi un’ulteriore ispirazione? Forse il loro lavoro è aiutarmi a contemplare quello che ho dentro in un linguaggio a me comprensibile, cioè la parola scritta. Farebbero questo rimanendo comunque legate al registro poetico e misterioso dell’inconscio, ma spogliate per mio uso e consumo del segreto racchiuso nella bella poesia, che io non riesco a capire. Niente di tutto questo cancella dalla mia testa la parola “ispirazione”, devo andare più a fondo. Effettivamente, non è per niente inaudito che uno, guardando la propria opera, sia ispirato a produrne altre. In più, se questa poesia di poco valore tra le poesie – ma che confessa qualcosa di grande importanza per me – può rivelarmi qualcosa che non sapevo o avevo dimenticato, è un’ovvia conseguenza che mi verrà voglia di tornare su questi temi. Tutto questo sembra davvero volermi ispirare.
Il comico in me non è morto e ancora non ha del tutto trovato il suo giusto posto. Lo sento scalpitare, contorcersi e ribellarsi, perché sto seriamente considerando di pubblicare queste pagine [è una trascrizione integrale dal mio quaderno, ndr.]. Un anno e mezzo fa prendevo selvaggiamente in giro chi scrive queste cose, riferendomi al non troppo nascosto pretesto che c’è dietro la loro pubblicazione. Sospettavo che ci fosse dell’invidia in me, ma non immaginavo quanta. Sentivo un po’ più agilmente la paura di espormi in questo modo, quello sì. Ne parlavo anche con alcuni altri comici, che talvolta erano d’accordo. Sentire i loro occhi addosso mentre scrivo queste cose è sentire il comico in me che scalpita. So che vuole la sua parte, mi è ancora molto difficile capire come dargliela e, soprattutto, quando sia il caso.
Ne parlavo con Matteo Abrami, che ha un occhio raffinatissimo, dopo che avevo pubblicato “L’Erba Voglio Non Cresce Neanche Nel Giardino Del Re”. Devo ritrovare la mia voce. Fortunatamente, ho il tempo dalla mia parte. Sto per iniziare l’università, non so come arrotonderò nei prossimi anni ma è probabile che non sia artisticamente. Questo mi dà tutto l’ampio respiro che mi serve per reinventarmi e ritrovarmi come scrittore. E se niente funzionasse, andrò a insegnare quello che avrò studiato. Insomma, finché faccio quello che mi viene con sincerità, non posso davvero perdere.
Vorrei essere come te. Vorrei essere come te perché sei così tante cose che non sono.
Fai così tante cose che non faccio. Tutto il bene che conosco ma sono troppo vile per farlo, lo fai. Tutto il male che vorrei fare per sentirmi leggero e libero dalla morale, lo fai senza corromperti. Tutto ciò che sta a metà, che non colora alcunché – né lo cancella – e che non faccio per onesta mancanza di interesse, tu lo fai e io te lo invidio lo stesso.
Ti invidio enormemente. Vorrei abitare il tuo corpo, fatto di una pasta più tenace del mio, così potrei riempire la mia vita di tutte le grandiose attività che impreziosiscono la tua. Vorrei abitare la tua mente, luogo dove tutto è coerente e preciso ma su cui, al tempo stesso, regna la tua meravigliosa poesia. Vorrei che tu custodissi un segreto inconfessabile, qualcosa che sia in grado di giustificare quanto sei meglio di me. Allora potrei cercare di scoprirlo, farlo mio, diventare come te. Purtroppo, so già che impazzirei su un tale trono, nel timore di chi è come me e che verrebbe a portarmi via il segreto della mia gloria.
Vorrei essere unico e insostituibile come te. Non ho mai conosciuto nessuno come te. Ho conosciuto esclusivamente tuoi simili, ma come te non c’è mai stato nessuno. Se io fossi unico e insostituibile come te, non avrei più tutta questa paura della solitudine. Di certo molti dei miei rapporti continuerebbero a finire, ma avrei l’intima sicurezza di poter portare me stesso nei successivi e godrei della mia compagnia nel frattempo.
Quella che provo non è solo invidia. Credo che tu non sappia quanto mi ispiri. Pulisco casa mia nella speranza che tu la veda. Mi alleno per essere alla tua altezza quando ti sono accanto. Esco e socializzo per capire meglio come fai ad amare, così da non deluderti con la mia piccolezza. Scrivo perché tu mi legga. Da questo davvero non so cosa aspettarmi: leggi già il meglio che ci sia, come faccio a sperare di colpirti? Lo spero davvero? Se così non fosse, però, perché scriverei? Sono sicuro che tu avresti la risposta.
Mi vergogno di aver iniziato la mia confessione parlando di invidia. Ti chiedo scusa, non mi sento mai a mio agio in uno stato di ammirazione.
Eppure, tu mi meravigli. Rimango sempre a bocca aperta quando vedo come trasformi in gioco tutto ciò che lo necessita, dall’arte all’amore. Mi sbalordisce la semplicità cristallina con cui svolgi i tuoi doveri, non perché non ce lo si possa aspettare da te, ma perché davvero non so come tu faccia. Desidero la tua compagnia più di ogni altra, anche se a malapena riesco a guardarti quando sei con me. L’incredibile dinamismo di tutto il tuo essere è semplicemente abbagliante.
Devo terminare questa lagna prima che mi intrappoli. Ti scrivo solo un’ultima cosa.
Sei attività, movimento, terra e aria, acqua e fuoco. Sei tutto quello che è e che possa mai essere. L’ombra della mia invidia, del mio desiderio di abitare la tua esistenza, è che ti amo. Rideresti, se sapessi fin dove sono andato a cercarti. Forse rideremmo insieme.