Mi chiamo Mxpkyllllllll e sono un parassita alieno.
Da tre anni a questa parte vivo sotto al cervelletto di un umano chiamato Pietro Casella, un cretino italiano.
Controllo tutte le funzioni del suo corpo e lui lo sa anche, ma se lo fa andare bene perché è disoccupato.
Esco allo scoperto per mandarvi un messaggio che ho molto a cuore: avete la mia incontrovertibile amicizia, non mi importa se probabilmente sono l’unico alieno con cui avrete mai a che fare pubblicamente.
Sul vostro pianeta sto una meraviglia, siete gli unici nella galassia ad avere la Brasilena e ad avere provato a fondere country e rock.
Questi sono solo due esempi, da queste parti mi piace tutto.
Non riesco a capire perché gli altri alieni siano così straniti dall’umanità.
Trovano assurdo tutto ciò che fate, da come vi nutrite a dove vivete ai vostri rituali di accoppiamento.
Avete presente quando fate i meme con gli alieni che criticano le vostre usanze?
Quelli che c’è l’omino grigio che parla con l’altro omino grigio di voi che andate in discoteca, ma non dicono “discoteca”, dicono “stanza con la musica adibita a limonare” e giù a ridere.
Non vi avvicinate nemmeno alla verità.
Prima di tutto non sapete che qui nella Via Lattea c’è effettivamente un’alleanza galattica con tutto un suo senato, in cui migliaia e migliaia di alieni decidono quali pianeti possono essere annessi.
Io, da emissario del senato, sono venuto qua a valutare la vostra idoneità.
Sono quattrocento e fischia anni che sorvoliamo il vostro sistema solare e rimandiamo la decisione.
Mi sembra tutto così assurdo.
Vi abbiamo presi in considerazione proprio per la vostra indipendenza e questa passione che avete per il libero arbitrio, ora facciamo i preziosi perché vi chiamate umani e non alieni come tutti gli altri?
Ma uno può chiamarsi un po’ come gli pare!
Se siete abituati così… boh.
Ci sono quelli che vi criticano perché siete fatti di carne e ossa a base carbonio, ci credereste?
Dicono che siete facili da rompere.
Sapete che il 99,999% della vita senziente nella nostra galassia è fatta di gelatina?
Io incluso!
Con le ossa e i muscoli si può fare un sacco di roba che a noi ha richiesto millenni di sviluppo tecnologico.
Martella un chiodo con un braccio di gelatina, vediamo.
Abbiamo dovuto fare il giro lungo e inventare i robot per piantare un cazzo di chiodo, mi spiego?
Robot fatti interamente di muco e magneti, c’è da diventar scemi.
Pazzi completi.
Poi se la prendono con voi anche per le vostre religioni.
E voi direte che c’è un sacco di roba ridicola nelle vostre religioni, che vi impegnate da secoli a capire se valga la pena tenerle.
I più poveri di spirito tra voi dicono che non ha senso credere in un tizio perfetto che ha creato l’universo e che ha messo incinta una vergine eccetera, ma quello chissenefrega.
Bene o male lo sapete che l’importanza delle religioni sta nel significato delle loro storie e alcuni di voi sono ancora lì a pensarci.
Molto nobile.
Trovo appassionante la vostra ricerca della verità.
E sia chiaro che anche noi alieni siamo religiosi.
So bene che ci immaginate superiori a certe cose, ma non lo siamo.
Il discorso è proprio un altro: ce l’abbiamo la religione, ma fa cagare.
Gli alieni credono che l’universo sia uno stomaco e che lo svolgimento della vita sia essere digeriti da un gigante cosmico.
Va bene che i giganti cosmici li avete anche voi, ma almeno li impacchettate bene!
Li compensate con una forma più terrestre della divinità – tipo Cristo o i semidei – e spesso li fate morire all’inizio delle vostre mitologie, anzi!
Spesso la loro morte è l’inizio di una mitologia, tipo quella norrena e mi sembra anche quella egizia.
Hanno anche nomi fighi, come Ymir o Brahma!
Il nostro gigante si chiama Carlo Marijuana ed è un postino che mente alla moglie.
La nostra forma di preghiera è consegnare la posta.
Osservare la nostra unica festività, La Grande Vergogna, è dire a chi abbiamo sposato che ora ci mettiamo a dieta per poi andare in pizzeria all’angolo e banchettare coi frittini.
Nessuna decorazione, nessun tempio, manco un palo santo.
Poi il vero problema qua è che abbiamo ragione.
Non scherzo, gli astrofisici alieni hanno confermato tremila anni fa che siamo effettivamente particelle infinitesimali nello stomaco di un postino goloso, ma voi almeno avete un sogno nel cuore, e che cazzo!
C’è meno poesia nel mondo quando sai che i lampi gamma sono carciofi alla romana.
Ne ho sinceramente abbastanza di questi alieni e di come vi trattano, vi giuro che dovreste sentire come parlano alle vostre spalle.
Fanno le vocine nasali per prendervi per il culo, appiccicano l’accento siciliano ovunque come i Simpson degli anni novanta.
Dicono che i vostri sistemi economici sono fallimentari.
Allora, è vero che non vi siete ancora stabilizzati e che le vostre teorie sul denaro prima o poi giungono tutte a un vicolo cieco, ma noi mica stavamo meglio prima di importare l’energia da quelli di Andromeda, che hanno trovato una fonte infinita di calore in una luna magica e praticamente ce la regalano.
Io sono allibito.
Giusto l’altro giorno stavo discutendo con un mio amico, Trwtgokffffffff, quando gli ho proposto di guardare un film.
Trwtgokffffffff mi ha fatto una palla e mezza sull’intrattenimento umano che mi piace.
Non la finiva più.
Mi diceva “Mxpkyllllllll, non lo guardo Rambo”, e io gli rispondevo “Ma dagli una cazzo di possibilità! Si può sapere perché devi essere così difficile?”
Apriti cielo.
Mi fa che io di film non ci capisco niente, che il Paziente Inglese è troppo meglio di Rambo, capito?
Il Paziente Inglese!
L’ustionato che vuole chiavare.
“Tu sei scemo completamente”, gli ho detto.
Rambo spacca.
Rambo si scontra con le milizie perché è incompreso.
Costruisce trappole con tecniche che ha imparato nella giungla, ha una mitragliatrice gigante.
Mi sento molto simile a Rambo, lo ammetto.
Sono un po’ lui.
Per questo ho deciso di restare qui sulla Terra con voi, per tutti i sei o sette anni che vi rimangono.
Non era un commento sarcastico ai vostri politici.
Fra un’ottantina di mesi consegnano la bomba quantistica o come si chiama (quantica?), quella che usiamo per obliterare i pianeti.
Il senato galattico ha mosso per la vostra distruzione ieri mattina.
So che troverete comunque il modo di prendervi bene, ho visto le vostre magliette con scritto “Non cambio per nessuno”.
Anzi, è proprio quando ho spiegato ai senatori che non sareste mai stati disposti a cambiare per loro che hanno deciso di rapire una manciata di voi e vaporizzare gli altri.
Vi ammiro un casino, per quanto mi manchi casa mi va benissimo rimanere ancora un po’ qua.
Chissà come stanno i miei figli.
Racconti
SCENA DI VITA AGRESTE
La mamma mi ha sempre detto di non togliere mai gli stivali nella foresta, per nessun motivo al mondo.
Non sai mai quando dovrai correre, non sai mai cosa potresti calpestare.
Mi chiedo come mai io senta ancora di ribellarmi a lei quando mi metto scalzo.
La sento che mi sgrida, anche se non può più dirmi niente.
Non so che farci, mamma, con gli stivali addosso non sento la terra sotto i piedi.
Sento solo duro e morbido, ma non c’è freddo e caldo, non c’è asciutto e bagnato, non c’è liscio e ruvido, non c’è vivo e morto.
Sono da solo nella mia radura preferita, seduto davanti allo stagno.
Vedo i girini nuotare dolcemente.
È buffo come impazziscono quando provo a toccarli o, più sadicamente, faccio un mulinello in mezzo a loro con un bastoncino.
Ancora poche settimane e scoppierà l’estate, ma si sta già benissimo da almeno un mese.
Il canto degli uccellini firma la dolcezza di questo momento dell’anno.
C’è un motivo se sono qui.
Una settimana fa è sparito Tom, il cane del nostro capo.
Non è davvero suo.
Tom è sempre stato il cane di sua moglie, sono inseparabili da sette anni.
Conosco quel cane, gli voglio bene.
La vecchia ha fatto bene a chiedere a me di recuperarlo.
Al villaggio, gli unici che conoscono la foresta meglio di me sono troppo anziani per avventurarvisi da soli.
E poi Tom non si fida quasi di nessuno, anche se a me ha sempre dato molto affetto.
Non che piacere ai cani sia una scienza troppo complicata: li gratti dietro l’orecchio, dai loro qualcosa da mangiare e non giochi mai a spaventarli.
Basta davvero non essere stronzi e ci si fa degli amici per la vita.
Il capo non sembra nemmeno preoccupato, davvero non lo capisco.
Va bene la scorza, va bene non mostrarsi mai deboli, ma è pur sempre sparita l’unica creatura in quella casa capace di portare un po’ di gioia.
La vecchia ha pure dovuto chiedermi di nascosto di aiutarla a ritrovare Tom.
Credo che il capo voglia chiudere il capitolo il prima possibile, ma potrebbe anche volere un po’ più bene a sua moglie, tutto qua.
I cani mi piacciono davvero tanto.
Quando li guardi negli occhi vedi il tuo riflesso in un modo che i cristiani non ti possono offrire, perché siamo creature incomplete.
Vogliamo sempre qualcosa, siamo sempre impegnati a nascondere i nostri segreti.
Abbiamo decisamente troppi problemi e aspettative per poter offrire agli altri il loro riflesso.
Anche io ne sono colpevole.
I cani, invece, non ti tirano questo brutto scherzo.
Non sanno niente e per questo puoi essere certo che, quando ti guardano, stanno semplicemente guardando quello che hanno davanti.
E lì ti vedi.
Lì ti capisci.
Quasi mi spiace doverlo ingannare ma, se vogliono stare nascosti, i cani sono davvero difficili da trovare.
È per questo che ho addosso il mantello della vecchia e che ho ammucchiato attorno a me degli scarti di gallina.
Onestamente, sono stupito che non mi abbia già raggiunto qualche altro animale.
È anche vero che è giorno.
Sto ancora davanti allo stagno, in attesa, per più di un’ora.
Penso alla mamma e a quanto sarebbe preoccupata per me.
Mi chiedo come mai la sua apprensione non sia stata seppellita con lei.
Non capisco perché il rischio mi faccia sentire così realizzato, ma è innegabile che sia così.
Evidentemente prendersi dei rischi è necessario per piacersi un po’ di più.
Pensandola così riesco ad accettarla senza avere bisogno di capire il perché.
Forse, invece, queste continue domande che mi faccio sono proprio la mancanza di accettazione.
La mamma mi direbbe di riposare un po’, ma sono giorni che dormo malissimo.
L’altra notte ho sognato una cometa, delle dimensioni di un maialetto, che si schiantava a terra davanti a me, mancandomi di nemmeno una spanna.
La innaffiavo e spuntavano dei fiori dalla roccia porosa.
Poi, si alzava in volo e schizzava in cielo.
Io restavo a guardarla finché non spariva l’ultimo bagliore.
Quando mi sono svegliato, mi sentivo più morto che vivo.
Giuro che quel sogno mi ha invecchiato di trent’anni almeno.
Sto giusto riflettendo sul sogno quando sento un rametto spezzarsi e il fruscio delle foglie.
Mi volto.
È Tom.
Mi sta guardando.
Sembra dimagrito, il suo pelo color castagna è arruffato e ha dei grumi di sangue sul dorso.
Rimane comunque un pastore abbastanza grosso, è sempre stato anche parecchio forte.
Lo chiamo e gli fischio come siamo abituati, ma non si avvicina.
C’è ansia nella sua posa, se non addirittura bellicosità.
Gli sorrido, lo guardo meglio e impallidisco: nei suoi occhi non c’è il mio riflesso, c’è solo un confuso qualcosa da ammazzare.
Dalle sue fauci esce un’inconfondibile schiuma, bianca e densa.
Ha la rabbia.
A un giorno e mezzo di cammino dal villaggio c’è una caverna colma di pipistrelli, Tom deve esserci finito dentro giorni fa.
Mi squadra.
Vedo il nemico nelle sue pupille appassite.
Sta per attaccarmi.
Gli stivali sarebbero troppo lontani da me anche se il cane fosse così cavaliere da lasciarmeli indossare.
Non devo, per nessun motivo, lasciarmi mordere.
Un morso e sono morto.
Più facile a dirsi che a farsi.
Da adolescente ho già lottato con un cane, ma non era rabbioso.
Mi sono lasciato mordere per colpirlo bene e spaventarlo.
Non è stato un problema, un cane sano difficilmente morde con tutte le sue forze, perché in cuor suo sa, se lo facesse, che tipo di scontro lo aspetterebbe.
Noi sani abbiamo delle regole.
Tom, però, non è più uno di noi.
Vedo il suo corpo andare ancora più in tensione e lo sento ringhiare leggermente.
Ricevo una scossa di energia e mi alzo in piedi.
Gli uccellini, trepidanti anche loro, hanno smesso di cantare.
Forse ho modo di scappare, ma non posso nemmeno ricondurlo al villaggio, dove ci sono donne e bambini.
Gli voglio bene, non voglio combatterlo, ma so che devo.
Ho molta paura.
Tra me e lui ci sono alcuni rami caduti, uno in particolare sembra lungo e robusto abbastanza.
Se riuscissi a prenderlo potrei cavarmela.
Il cane scatta verso di me con un latrato.
Paura, non bloccarmi.
Schivo il suo primo attacco saltando a destra e lo colpisco con un pugno.
Lo prendo maldestramente alla schiena e non gli faccio niente.
Mentre lui si gira per venirmi di nuovo addosso, mi butto sul ramo e lo brandisco con entrambe le mani.
È più leggero di quanto pensassi, non promette bene.
Il cane è di nuovo vicinissimo.
Morde l’aria e lo colpisco al muso con la punta del bastone.
Indietreggia per un attimo e, nella foga, gli meno un colpo alla testa sperando di tramortirlo e poter scappare.
Lui evita il colpo abbassando il capo e offrendomi la sua schiena, molto più muscolosa e resistente.
Il ramo si spezza, era quasi marcio.
Il cane balza di nuovo per mordermi ma riesco a farmi da parte un’altra volta, peggio di prima.
Mi graffia la coscia con una zampa.
Per un attimo sento un dolore acuto, ma il mio corpo lo trasforma subito in livore e nuova energia.
Con un sol gesto mi tolgo il mantello della vecchia e glielo getto addosso.
Il cane abbaia e si agita cercando di liberarsi mentre mi siedo su di lui e lo prendo a pugni sulla testa.
La sua furia animale e la lana del mantello attutiscono i colpi.
Devo farlo svenire, non c’è altra soluzione.
Forse i miei colpi sono troppo deboli, mi sto tenendo.
Non so se riesco davvero a picchiarlo.
Perdo la concentrazione pensando alla mia debolezza e il cane tira fuori la testa da sotto il mantello.
Mi morde l’avambraccio sinistro.
Sento i suoi denti affondare nella mia carne, vedo la sua saliva schiumosa mischiarsi al mio sangue.
Mi ha ucciso.
Questo maledetto cane mi ha ucciso.
Non sento nemmeno tutto il dolore che dovrei, semplicemente caccio un grido e gli mollo un calcio più forte che posso.
Mi libera dal morso ma so di non avergli fatto troppo male col piede nudo.
Il cane esce da sotto al mantello e ci fissiamo.
Anche se è solo un istante, per me il tempo si ferma.
La bestia che ho davanti mi ha già ucciso.
Non c’è cura per la rabbia.
Appena usciranno i primi sintomi, sarò morto in pochi giorni.
Eppure lo vedo che ne vuole ancora.
Non sarà soddisfatto finché non vedrà la vita spegnersi nei miei occhi.
Ho una mezza dozzina di larghi buchi grondanti sangue sull’avambraccio.
Mi osservo da fuori e mi rendo conto di essere completamente furioso.
Non voglio morire, non così.
Ma è già successo tutto quello che doveva succedere.
Morirò di rabbia come un idiota.
Un fiume d’odio esonda nel mio cuore.
Anche io non sarò facilmente soddisfatto da questo scontro.
Il tempo riprende a scorrere e io e il cane saltiamo l’uno contro l’altro.
Con una zampata mi graffia il viso appena sotto l’occhio destro mentre lo placco e lo butto a terra sotto il mio peso.
Grosso errore.
Il cane ha la testa libera sopra la mia spalla.
Mi morde l’orecchio e rimane attaccato.
Sento il suono dei suoi denti stridere gli uni contro gli altri mentre provo il dolore più forte della mia vita.
Caccio un grido e faccio per alzarmi di scatto.
La cartilagine gli rimane incastrata in bocca e ora provo davvero il dolore più forte della mia vita.
Sto perdendo l’equilibrio, sento un fiotto di sangue scaldarmi il viso e scendermi lungo il collo e dentro la maglia.
Le energie non mi abbandonano, anche mentre la vista un po’ si annebbia.
Il cane approfitta del mio spaesamento per azzannarmi la caviglia destra.
Non ne posso più di questo fottuto animale e dei suoi tentativi di sbranarmi.
Che sia chiaro: sarò anche un uomo morto, ma non ho intenzione di perdere questo scontro.
Non posso.
Non voglio.
Che morte orribile è farsi fare a pezzi?
No.
No.
Non così.
Mi è chiaro che devo davvero fare appello a tutto il mio vigore e ignorare ancora di più il dolore.
Faccio cadere una potente gomitata sulla nuca del cane per liberarmi la caviglia e lo prendo per una zampa posteriore.
Lo sollevo e guaisce di dolore per la prima volta.
Dalla mia gola, invece, sgorga un verso belluino di cui non sapevo di essere capace.
Con tutte le mie forze scaglio il cane contro un grosso albero vicino a noi.
La sua spina dorsale fa un suono sordo e raccapricciante quando colpisce la corteccia.
Non gli do nemmeno il tempo di rialzarsi.
Gli salto addosso e lo afferro da dietro, stringendogli il collo tra le mie braccia.
Il cane si agita e prova a girarsi per mordermi, ma tiro indietro la testa e mi manca.
Non posso ammazzarti a calci, non posso ammazzarti a bastonate, non posso ammazzarti a pugni.
Vediamo come ti trovi senza aria, bastardo.
Stringo più forte che posso ma, più vedo il cane avvicinarsi allo sfinimento, più perdo le forze.
Finalmente perde i sensi.
Senza mollare la presa, lo porto allo stagno e gli tengo la testa sott’acqua per un paio di minuti.
Quando sono certo che non si risveglierà, lo lascio lì con il muso sommerso.
Mi lascio cadere all’indietro.
Ho il respiro corto.
Ho già perso parecchio sangue.
Gli uccellini riprendono a cantare.
Mi raggiunge il dolore di tutte le ferite.
La sensazione è vomitevole.
Striscio fino agli stivali e li infilo ai piedi con grande sforzo.
Le energie della battaglia sono completamente esaurite.
Per un attimo mi viene da ridere.
Alla fine i sintomi della rabbia non mi troveranno, ma i suoi demoni mi hanno preso in pieno.
Mi spiace tanto per Tom.
Sono felice di averlo liberato.
Ho sete.
Il sole mi brilla addosso e un po’ mi acceca, ma inizio ad avere freddo.
Mamma, sto arrivando.
DI NASCOSTO A DANZARE
Stefano Corradi aveva cinquantasette anni e faceva il tassista.
Non era un uomo bello o simpatico in modo che avesse mai colpito qualcuno, né disponeva di talenti o velleità che l’avessero fatto spiccare in qualsiasi disciplina.
Tuttavia, non spariva senza protesta nel sottofondo della società: moltissimi dei suoi passeggeri lo ricordavano fino a un paio di giorni dopo averlo incontrato, certi suoi colleghi cercavano sempre di scambiare qualche parola con lui, era anche stato sposato.
Fatto sta che Stefano era, dalla nascita, contraddistinto da una curiosità decisamente superiore alla media.
Questa avidità di informazioni mal direzionata e caotica, tipica dei bambini, diventò presto un’ideale di vita, una missione.
Il sapere gli avrebbe portato l’unica vera salvezza e tutto il potere che gli era sempre mancato.
Infatti, Stefano avrebbe voluto diventare un uomo importante, pieno di risorse, libero e un pizzico imprevedibile, ma non ne era stato in grado.
In verità non gli mancava nemmeno l’intelligenza, e questo suo puro e innato istinto alla conoscenza avrebbe potuto essere il perfetto compagno di viaggio per fare qualcosa della sua vita.
Il problema di fondo era uno dei più semplici da realizzarsi: il padre di Stefano era un uomo arrabbiato e insicuro, e aveva convinto il figlio di essere uno stupido.
Il vecchio Umberto Corradi, uomo di forte personalità e pragmatico sopra ogni cosa, si era sposato tardi e aveva figliato ancora dopo.
Aveva avuto molte delusioni nella vita, da vari tipi di imprese economiche – poi fallite – in cui si era lanciato, per la precisione ben tre bar e un bar-libreria andati in fumo.
Questo, oltre all’aver messo su famiglia, lo aveva obbligato a soffocare le proprie ambizioni e andare a lavorare in un hotel in centro, dove veniva pagato anche decorosamente, ma per rispondere a un numero interminabile di superiori.
Il suo pragmatismo gli permise, è vero, di svolgere splendidamente quel lavoro fino all’infarto, ma lo aveva condannato a una vita spirituale così da niente che Umberto non comprendeva nemmeno che gli altri potessero averne una. Anzi, ne era tanto spaventato e irritato quanto segretamente – anche da sé stesso – vi anelava.
Immaginerete ora quale effetto potesse avergli fatto trovare nel suo unico figlio un ragazzino che aveva sempre il naso in un libro diverso, senza mai decidersi su cosa lo interessasse davvero! Agli occhi del padre occhi Stefano era completamente incapace di applicarsi a qualsiasi cosa, se non tediare il genitore con le domande più assurde, per di più nei momenti meno appropriati.
Senza contare che questi erano gli unici momenti in cui il piccolo fiatava: se non aveva domande da fare restava zitto, indifferente ai regali come alle frequentissime sgridate del padre.
Umberto si convinse così a rendere Stefano partecipe delle sue opinioni: “Sei un incapace, un buono a nulla. Qualcosa nel cervello non ti funziona, sei uscito male. Giuro che appena sei grande abbastanza ti metto a lavorare”, iniziò a dirgli dalla quarta elementare in poi.
Mantenne la promessa.
Umberto chiese una serie di favori che non poteva permettersi di ricambiare e, quando Stefano fu in età e patentato, gli sbatté davanti una licenza da tassista, di dubbia provenienza ma in piena regola.
Il ragazzo, a quel punto della sua vita già annichilito e convinto della superiore intelligenza del padre, accettò anche quel regalo in silenzio, ferendo profondamente l’orgoglio di Umberto, che si aspettava chissà quali commossi ringraziamenti.
Gli sforzi del padre avevano ottenuto il risultato sperato di piegare Stefano ma, invece che ammazzargli la curiosità, l’avevano trasformata in una segreta ossessione: accumulare abbastanza sapere da potersi scrollare di dosso quei suoi falsi difetti innati.
Era diventata assoluta convinzione del giovane tassista che da qualche parte nel mondo fosse nascosta una singola, incontrovertibile e oggettiva verità, conosciuta solo dai più illuminati.
Stefano era uno stupido, certo, uno che a malapena aveva frequentato l’istituto tecnico a cui l’avevano iscritto perché sapeva che tanto sarebbe rimasto indietro, ma qualcosa in lui gli diceva che la verità era alla sua portata.
Avrebbe comunque dovuto sostentarsi nel frattempo che la cercava, anche per questo accettò di diventare tassista, lavoro che per anni svolse in distaccato silenzio, senza mai dire più dello strettissimo necessario ai passeggeri.
Quando era nei suoi vent’anni, infatti, aveva già da tempo imparato a relegare la curiosità alla vita più intima, dove poteva condurre le sue ricerche senza essere interrotto.
Questo significa che anche l’intero rapporto con Glenda, la donna che aveva sposato, era stato dominato dalla fame di conoscenza di Stefano.
In pratica, quando i due giovani si conobbero lui non capì assolutamente nulla di lei e per questo motivo se ne innamorò perdutamente.
La ragazza, da parte sua, sopportava Stefano e per suo carattere credette che non ci fosse molto altro da desiderare in un amore.
Ci vollero decenni di matrimonio e conoscenza perché lui finalmente comprendesse appieno la natura cinica e passiva della moglie, ma quando avvenne non ebbe nessuna forte reazione negativa, non avvertì nemmeno un dispiacere.
Semplicemente, scoprì che avendola capita non la amava più e le chiese il divorzio più amichevole di cui fossero capaci.
Della perdita di quel sentimento, ai suoi occhi auto inferta ma necessaria, invece si dispiacque molto.
Nel frattempo, comunque, Stefano si era dato da fare.
Con l’avvento di Internet, la sua ricerca della verità l’aveva trascinato nei meandri più insoliti dell’ontologia, abitati regolarmente da personaggi assurdi.
Dall’universo come simulazione nei computer di una razza aliena alla schiavitù umana sotto i dinosauri, Stefano aveva letto di tutto e ascoltato ogni genere di voce.
Era certo che un giorno avrebbe risolto il problema della vita e che solo a quel punto non sarebbe più stato quello che suo padre, scomparso la mattina in cui Stefano compiva ventisette anni, aveva generato.
Trovò la sua risoluzione proprio nel periodo in cui si stava preparando a parlare di separazione con Glenda, o forse immediatamente dopo. Stefano non ricordava molto di quel periodo così annebbiato.
Il nostro eroe stava consultando un forum in rete nel quale alcuni utenti scrivevano con grande passione di un’apocalisse in arrivo, del ritorno di Gesù Cristo e di un buco nero, quattro volte più grande del sole, posto di fronte alla terra.
Questi temi, organizzati in questo modo particolare, smossero finalmente qualcosa di speciale in Stefano, che si addentrò sempre di più in questa nicchia apocalittica.
Scoprì che le teorie di cui si stava informando erano state sviluppate da tale Tommaso Tacoma, una specie di guru che si spacciava per americano e che aveva raccolto attorno a sé un numero sorprendentemente nutrito di seguaci.
Stefano iniziò quasi immediatamente a seguire, rigorosamente a pagamento, le dirette in rete di Tacoma.
Mandava ogni settimana alla casella postale della setta un po’ di denaro e certe pressanti domande scritte a biro su qualunque pezzo di carta trovasse sul taxi.
L’indirizzo era quello della defunta madre di Tommaso.
Nel giro di due mesi, Stefano si ritrovò del tutto convinto che la fine del mondo fosse imminente.
Appropriatosi di questa inoppugnabile verità, cambiò personalità da un giorno all’altro.
Quello che prima era stato un uomo taciturno, chiuso in una ricerca che non poteva essere comunicata, diventò socievole e aperto, pronto a far vedere a tutti che avevano a che fare con uno Stefano Corradi che aveva finalmente capito cosa stesse succedendo e, ancora meglio, cosa stava per succedere.
Il tassista, peraltro, si appassionò al fare proseliti della sua nuova religione.
Colleghi, clienti, persino il suo avvocato e quello di Glenda venivano informati dell’imminente fine del mondo.
Stefano, però, era anche geloso di alcuni aspetti da lui ritenuti più profondi della conoscenza a cui era arrivato.
La setta di Tommaso Tacoma era suddivisa in classi di varia importanza, in modo che ogni membro avesse sempre qualcuno da invidiare o da sottomettere.
In più, chi donava somme considerevoli alla causa era messo al corrente delle scoperte maggiormente scomode fatte da Tacoma. Di queste, Stefano non parlava con nessuno.
In un soleggiato pomeriggio dell’ultimo di ottobre, il taxi del nostro eroe si fermò di fronte al TAR di Milano e vi salì un ragazzo dall’aspetto giovane, ma provato.
Si trattava di uno studente prossimo alla laurea, come molti ventenni troppo scapestrato quando importava e troppo poco quando invece avrebbe potuto divertirsi davvero.
“Dove andiamo?”, chiese Stefano sorridente.
“Via Corelli, appena oltre il ponte sul Lambro”.
“Pronti! Lì è ancora Ortica, vero?”
“Sì, credo di sì”, rispose pigramente il ragazzo guardando fuori dal finestrino.
“Ah!”, rise Stefano, “Quindi andiamo alle ortiche, eh?”
Nonostante la banalità, quella era davvero la prima volta che quella battuta gli venisse in mente.
L’avrebbe usata a proprio favore.
Il ragazzo non rispose, si limitò a continuare a guardare il cielo e forse disse qualcosa sottovoce.
“Sì, proprio alle ortiche. Infatti, vedo che guardi fuori! Anche tu non te ne capaciti, vero?”, continuò Stefano senza cedere un millimetro di terreno.
“Di cosa?”
“Di tutti questi qua travestiti! Ma scusa, tu come ti chiami?”
“Nando”.
“Molto piacere Nando, io sono Stefano! Dicevo, li hai visti?”
“Ma si riferisce a quelli di Halloween? I bambini?”
Il tassista fu molto contento di aver già catturato l’attenzione del ragazzo.
“Già. Fanno venire i brividi. Non sanno che stanno festeggiando Satana”.
“Addirittura Satana!”, esclamò Nando.
“E chi se no? Guarda che Halloween viene da hallow eve, è inglese. Vuol dire ‘la festa di Satana’, non scherzo, sai?”
Il giovane fece un sorrisetto che cercò di nascondere.
“Se lo dice lei, mi fido”.
“Fai bene, Nando! E dammi pure del tu, che siamo fratelli”.
“Ah, scusa. Certo. Stefano, giusto?”, chiese il ragazzo.
“Esatto! La leggi la Bibbia, Nando?”
“Come? No, non la leggo. Da bambino qualcosa, al catechismo”.
“Io la leggo tutti i giorni. Tutti. La mattina quando mi alzo e la sera quando vado a dormire, leggo un po’ di Bibbia. La finisco e la inizio da capo, e vado avanti”.
“Caspita!”
“Già. Ma è così che ci salviamo, sai? Con la parola di Dio. La Bibbia l’ha scritta lui, per questo è perfetta. Se l’avessero scritta gli uomini non sarebbe perfetta, o no?”
“Probabilmente gli uomini l’avrebbero scritta con l’aiuto del Diavolo”, sogghignò Nando.
“Lo vedi che ci capiamo! Bravo, bravo. Sai che la Bibbia è tutta vera? Gli archeologi hanno trovato le tracce del diluvio universale: ci sono le conchiglie sulle montagne, Nando! Sulle montagne. Chi l’avrebbe mai detto che era tutto vero?”
“Ah, guarda, questa proprio mi mancava”.
“Vedi? Fanno queste scoperte e si fanno gli affari loro! Bisogna andarsele a cercare le risposte. E intanto mandano i bambini a servire Satana”.
“Roba da matti”.
“A chi lo dici! E primi a servirlo lo sai chi sono? Tira a indovinare! Magari sono gli ultimi che ti aspetteresti, quelli che dovrebbero stare più vicini a Dio”.
Nando fece una ridicola posa pensierosa.
“La Chiesa”, disse poi.
“Hai indovinato! Loro sono i primi servi, si occupano solo di quello che succede sulla terra, proprio come il Diavolo!”, quasi gridò Stefano.
“Ho letto un libro russo che a un certo punto parlava di questo, più o meno”.
“Io quella roba non l’ho mai toccata, non sono abbastanza intelligente. Tu hai studiato invece, eh?”
“Non ho ancora finito. Sto studiando legge, ma non mi piace tanto”, rispose il ragazzo senza riconoscere di essere stato preso dal discorso.
“Studia, Nando, studia! Ti fa bene, e poi serviranno anche gli avvocati nel nuovo mondo”.
“In che senso?”
Per Stefano, il suo passeggero ora era pronto a sentire la verità.
“Gesù torna, Nando. Torna davvero”, disse con tono deciso e importante.
Il giovane spalancò la bocca.
“Dici sul serio?”
“Non scherzerei mai su una cosa del genere. I segnali sono ovunque. Gesù sta per tornare e ci porterà tutti via con lui”.
“Come nell’Apocalisse di Giovanni?”
“Ma allora conosci la Bibbia! Sì, proprio come nell’Apocalisse di Giovanni, ma anche diverso. È lunga da spiegare, Nando, ma questi libri vanno interpretati. Se gli uomini potessero capire la lingua di Dio, non avremmo mai avuto problemi”, sentenziò Stefano.
“E quindi come sarà?”, chiese il ragazzo con un leggero sospiro.
“Te la faccio breve, che siamo quasi arrivati. Se tu interpreti bene l’Apocalisse, scopri che Gesù porterà un buco nero, o meglio, quello che noi chiamiamo buco nero, davanti alla terra.
Sarà grande quattro volte il sole e, per come la vedremo noi, si mangerà il pianeta. Ma i buchi neri non sono quella roba strana che dicono i fisici, che ci capiscono loro del creato? Niente! Non capiscono niente!”
“È vero!”, rise Nando.
“I buchi neri”, continuò Stefano guardando lo specchietto retrovisore più che la strada, “sono portali per il paradiso che Dio ha sparso per l’universo. Ti ricordo che l’Eden era qua da noi, era nel mondo materiale. Dio, quindi, non ha cacciato l’uomo dal giardino, se l’è portato dietro e ci ha lasciati qua! Ma torna, Nando. Torna a prenderci tutti e saremo di nuovo nel suo giardino, ma vivi! Mica viene ad ammazzarci, Dio è amore! Nessuno soffrirà più, la società sarà perfetta. Poi, quando sarà il momento, ognuno di noi piano piano si addormenterà e si sveglierà morto, una semplice anima che non fa altro che contemplare la luce di Dio”, disse commosso il tassista.
“Tutto questo l’hai capito leggendoti la Bibbia?”
“Magari! No, non sarei mai stato in grado. Mi ha insegnato tutto Tacoma, lo conosci?”
“Temo di no”.
“Tommaso Tacoma è l’uomo più intelligente del mondo in questa epoca di demoni, parlo di un vero profeta! Fa un sacco di video su Internet, ha anche scritto dei libri. Nessuno gli ha detto di farlo, eh! Tutto da solo, si è messo lì e ha scritto dei libri. Una mente davvero speciale. Cercalo sul telefono, lo trovi di sicuro. Oramai è l’unico che sparge davvero la parola del Signore. Gli uomini non contano niente di fronte a Dio, ma lui è più importante qualunque uomo”.
Nando, che stava già cercando Tacoma all’inizio del discorso di Stefano, dovette soffocare una risatina quando vide i nemmeno trecento seguaci in tutto che il grande profeta vantava sui suoi vari social.
“Trovato”, si limitò a dire.
“Fa vedere? Sì, proprio lui! Seguilo, seguilo! Proprio stasera farà una diretta, io mi sintonizzerò di sicuro. Non me ne perdo una. Ci sarai?”
“Farò del mio meglio… ecco, qui va bene, posso scendere qua”.
“Sicuro? Non ho nemmeno fatto il ponte”.
“Sì, non c’è problema. Faccio due passi in più, sono stato seduto tutto il giorno”.
“Allora accosto. Nando, mi ha fatto un grande piacere conoscerti. Non si incontrano spesso ragazzi svegli e preparati come te. Spero di trovarti stasera alla diretta di Tacoma!”
Stefano fece scendere il ragazzo dalla macchina dimenticandosi di farlo pagare e si diresse fischiettante al parcheggio dei taxi di Milano Centrale, dove si sarebbe goduto una meritata pausa e un caffè con i colleghi.
L’arrivo di Stefano Corradi era sempre atteso con grande anticipazione dagli altri tassisti, che non vedevano l’ora di sentire la sua più recente illuminazione o qualche inneggiamento a Tommaso Tacoma.
Anche quel giorno non fece da eccezione: Stefano non era lì da nemmeno cinque minuti che già tre colleghi gli stavano offrendo il caffè a un bar della stazione.
Per la precisione, avevano lasciato il conto al più anziano di loro, Mauro, che era anche il più generoso. Era un uomo di settant’anni, fin troppo ammansito dall’esperienza, che oramai si interessava soltanto alla pittura e ai liquori francesi.
Stefano Corradi gli era sempre piaciuto, sia quand’era solitario e taciturno, sia da quand’era sbocciata la sua nuova personalità un anno prima. Era certo che alle persone tutto succedesse per un motivo e avesse, alla fine, la sua utilità.
Per questo, però, capitava che rimanesse troppo a osservare le vicende senza interagire, anche quando si trattava dei suoi cari più stretti.
Ammiccando agli altri, chiedeva dolcemente a Stefano se anche quel giorno la clientela avesse ascoltato il suo messaggio con la solta accoglienza.
“Sì! Come al solito, ho collezionato bocche aperte. Qualcuno ha addirittura perso l’uso della parola!”, esclamò contento il nostro eroe.
“Vorrei ben vedere! Con la tua parlantina è impossibile anche pensare, figurati rispondere!”, rise Francesco, che invece era il più giovane del gruppo.
Aveva appena compiuto trent’anni e faceva il tassista da due. Era sposato con l’unica ragazza con cui fosse mai stato e aveva dedicato tutta la sua vita a una terribile paura di separarsene, trasformatasi in un vero e proprio terrore segreto di perdere senno e matrimonio al tempo stesso come era successo a Stefano un anno prima.
Incapace di controllare questi sentimenti nei confronti del nostro eroe, era velocemente passato dall’ammirarlo per la sua vita placida e sicura a un grezzo, aperto bullismo.
Stefano, comunque, rise della battuta di Francesco.
“Hai ragione, parlo tanto. Ma è perché ho tanto da dire! Sapete che quando ci riuniremo nell’Eden lavoreremo tutti? Ma non sarà un lavoro con un padrone che è uomo, gli uomini sono avidi e la Bibbia ci insegna che possono esserlo anche nella casa del Signore. No, il padrone sarà solo Dio, ci lascerà lavorare in pace, per il puro gusto di farlo”, disse.
L’ultimo del gruppo, Carlo, fece un verso che voleva sembrare uno sbuffo ma che uscì quasi come un latrato.
“Le solite cavolate! Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo? In paradiso a lavorare… non ho parole”, ringhiò.
Carlo, devotissimo cattolico di mezz’età, non riusciva a sopportare Stefano.
I due si conoscevano solo da qualche settimana e perché li aveva presentati l’uno all’altro Francesco, un giorno in cui si sentiva particolarmente bellicoso.
“Dai, Carlo. Così mi ti stai umiliando da solo. Si dice così? Non importa. Il paradiso e l’Eden sono due luoghi diversi, come fai a non saperlo?”, replicò Stefano.
“L’Eden è in paradiso, idiota!”, gridò l’altro.
Quasi l’intero bar si girò verso di loro.
“Via, ragazzi”, si intromise prontamente Mauro, “non è il caso di scaldarsi per questi discorsi, no? Siamo tutti adulti e cristiani allo stesso modo”.
“Non preoccuparti. È normale che mi si dia dell’idiota quando dico la verità, soprattutto quando la dico a un servo della Chiesa”.
“È un vanto essere servo della Chiesa!”, rispose furioso Carlo. Era rosso in volto e serrava i pugni.
“Certo, proprio un bel vanto. Non vi insegnano niente, eh? L’Eden, caro mio, era sulla terra, era un luogo fisico, Adamo ed Eva non erano anime. Erano esseri umani in carne ed ossa! Il paradiso non è qui nell’universo che abitiamo, è un’altra cosa ancora”, rispose impassibile Stefano.
“Però non lavoravano, dai. Come te l’ha venduta ‘sta cosa il tuo grande guru? Sentiamo”, disse Francesco con il tono più supponente a propria disposizione.
“Bravo! Dai, dicci. Come funziona l’Eden per come lo capisci solo tu e l’altro saltimbanco?”, aggiunse Carlo.
Stefano provò un forte imbarazzo per come la conversazione stava andando, ma odiò questo sentimento e se ne sbarazzò subito a un suo solito modo.
“Non è difficile. Adamo ed Eva non avevano mangiato il frutto. Non avevano bisogno di lavorare. Non erano come noi. Noi dobbiamo costruire e vivere le società umane, oramai siamo fatti così. L’umanità non è mai più tornata all’Eden, le regole saranno sicuramente diverse perché noi siamo diversi. A te, comunque, non dovrebbe importare. I servi della Chiesa sono servi di Satana e non vedranno niente di tutto questo. La tua anima non è già più tua, Carlo”, dichiarò.
Paonazzo e con gli occhi fuori dalle orbite, il suddetto servo lasciò il bar senza dire una parola agli altri, conscio che stava per mettere le mani addosso a Stefano.
Si limitò, nell’ordine, a imprecare a pieni polmoni in piazza Centrale, prendere a calci un cassonetto, ricevere un’ostile ammonizione da due poliziotti che avevano visto la scena da due metri di distanza e mandare a quel paese il primo a salire sul suo taxi.
Il malcapitato aveva commesso l’errore di dire a Carlo “Che bella giornata, sembra davvero di stare in paradiso. O addirittura nell’Eden!”
“Manco a farlo apposta”, sibilò tra sé il tassista dopo aver cacciato il passeggero dalla macchina.
Nel frattempo, al bar, Francesco rideva a crepapelle, davvero troppo, mentre Mauro si impegnava a calmare Stefano, che aveva perso la sua facciata di sicurezza ed era crollato appena Carlo era uscito dal loro campo visivo.
In verità si era molto spaventato: quando qualcuno gli gridava addosso, lo minacciava di violenza o sembrava volerlo fare, ma soprattutto quando qualcuno gli dava dello stupido o qualcosa del genere, un gelido terrore gli attraversava la schiena e lo metteva in uno stato particolare.
In quei momenti Stefano si irrigidiva completamente e la voce prendeva un tono particolare, molto artificiale, sempre uguale a sé stesso come un ronzio.
Riusciva a guardare negli occhi quello che per lui era un avversario e addirittura a parlare, ma il suo pensiero non era più suo.
Prendeva la parola qualcos’altro, qualcosa di più vicino al centro di Stefano ma al tempo stesso poverissimo di sfaccettature.
L’emergere e il ritirarsi di quella piccola personalità tascabile gli costavano di regola le energie di tutta una giornata.
Qualche minuto dopo la sfuriata, il nostro eroe era accasciato su una sedia che beveva una spremuta d’arancia. Parlava a stento, il suo volto era pallidissimo.
“Ma ci dobbiamo preoccupare?”, gli chiese Mauro.
“Ma chi si preoccupa! Dalla faccia sembra che lo stiano già chiamando in paradiso!”, rise Francesco.
“No… sto bene. Starò bene. La spremuta mi sta già ripigliando”, rispose Stefano.
Mauro tirò un veloce sospiro di sollievo, più che altro perché non aveva nessuna voglia di continuare a pensare a quel litigio assurdo che gli era capitato davanti, anzi. Stava già ripassando mentalmente le bottiglie di vino che teneva a casa, perché per cena aveva voglia di fegato e temeva di non avere l’abbinamento giusto.
Fatte ancora due chiacchiere per aspettare che Stefano si riprendesse del tutto, i tre uomini uscirono dalla stazione e tornarono al lavoro.
Carlo era già di nuovo lì ad aspettare clienti mentre fumava una sigaretta dietro l’altra. Guardò di sottecchi il gruppetto e voltò le spalle.
Francesco, che in verità si era preoccupato molto ma non l’avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, si unì a lui per parlare male di Stefano.
“Sai che era sposato? La moglie non si lascia, ho ragione o no?”, e cose così.
Quella sera Stefano staccò dal lavoro, prese da mangiare da una trattoria cinese e se lo portò a casa.
Aveva preso in affitto quel buio e stantio monolocale di periferia già un anno prima, appena si era separato da Glenda.
Tra un divano che faceva da letto, un televisore, una cucina e un tavolo con un paio di sedie, sarebbe rimasto giusto quel minimo spazio necessario alla vita, se Stefano non l’avesse riempito di scatoloni ancora sigillati.
Questi contenevano due generi di oggetti: ciò che era sia di Glenda che di Stefano ma era stato tenuto da lui e tutto ciò che la moglie gli aveva regalato negli anni.
Li aveva anche posizionati in modo da averli praticamente sempre in vista, almeno con la coda dell’occhio.
Un anno intero non gli era ancora stato sufficiente per farsi forza, aprirli, fare quel genere di tuffo nei ricordi e prendere una decisione su cosa fare di tutte quelle cose.
Mentre tutto rimaneva chiuso negli scatoloni, invece, Stefano aveva il solo ricordo ossessivo delle sue primissime conversazioni con Glenda.
Quand’erano ragazzi, lei da poco fuori dal liceo e lui in età da laureando, frequentavano lo stesso supermercato.
Stefano aveva notato Glenda e si era deciso a farsi avanti, dato che era solo da un po’ e si era ritrovato a volere anche lui la compagnia di una ragazza.
Lei, di rimando, era abituata a lasciarsi corteggiare a casaccio; accettava senza troppi problemi persone nuove nella sua vita perché intimamente non dava loro molta importanza, mentre poi conservava la propria individualità come fosse stata un segreto.
Il loro non fu un matrimonio infelice, anche se forse un po’ più illusorio di altri.
Si erano anche reciprocamente amati, durante quello che può essere definito il secondo atto del loro rapporto.
Stefano, come detto prima, aveva perso quella scintilla tutta in una volta e non volle saperne di continuare a vivere con quella donna: odiava fingere, se sapeva di starlo facendo.
Ora, mentre mangiava pigramente sul divano, si chiedeva se fosse ancora in grado, o anche solo se avesse voglia, di replicare l’evento dell’amore.
Non soffriva eccessivamente – come altri – il processo di farsi queste domande così dolorose.
In effetti, Stefano si conosceva parecchio bene.
Per esempio, sapeva di provare una profonda antipatia e a volte addirittura odio nei confronti di Carlo. Aveva cara questa consapevolezza perché sapeva anche che, quand’era giovane e provava a credersi sempre e solo buono, il suo odio finiva per travasare e creargli una carrellata interminabile di fastidi.
Era anche cosciente che ci fosse qualcosa di antico e traumatico nella sua risposta al conflitto con gli altri uomini.
Di sicuro, però, la certezza a cui teneva di più era quella di essere tanto dolce quanto duro, tanto aperto quanto chiuso.
Si era reso conto di questo a quarant’anni e ne aveva dedotta una verità ancora più ampia.
Stefano aveva capito con le sue sole forze che nelle persone esiste un sistema di compensazione, che ognuno è il contrario del proprio carattere proporzionalmente a quanto questo è statico e marcato.
Ne era certo al punto di sospettare che gli opposti non esistano singolarmente, ma piuttosto che siano ogni volta i due poli di un qualche concetto altrimenti incomprensibile dall’umanità.
Da qui era nata una certa domanda a cui non si era mai riuscito a dare una risposta: la normalità è l’opposto della stranezza o è il punto centrale tra due stranezze opposte?
Aveva peraltro accantonato le speranze di risolvere quel quesito da quando aveva fatto capolino quello molto più urgente sull’amore.
Comunque, nonostante questi traguardi impressionanti che aveva raggiunto, i punti ciechi del nostro eroe erano molti ed evidenti.
C’è però anche da dire che, tramite il matrimonio con Glenda, aveva incamerato alcune informazioni sulla natura femminile che gli erano state molto utili e che l’avevano reso indubbiamente un uomo migliore, decisamente più buono ed empatico, a partire dal rapporto con sé stesso.
In ogni caso, come tutte le sere in cui si ritrovava a fare quei pensieri, finì per tagliare corto il discorso con sé stesso e dirsi che, per quanto bello sia l’amore, se non c’è niente da capire non vale la pena.
Stefano si sentì di nuovo certo di aver capito appieno le donne e decise per la quattrocentesima sera di seguito di non averne più bisogno.
Soddisfatto, prese il cellulare e si sintonizzò sulla diretta di Tacoma.
Il suddetto guru era un individuo tanto complessato quanto poco, ahimè, era singolare tra quelli della sua risma.
Come molti altri praticanti del suo stesso mestiere, era un ignorante molto carismatico e sicuro di sé.
Soffriva probabilmente di un qualche disturbo non diagnosticato, ma di sicuro era colmo di paranoie: viveva in un mondo di divinità e demoni, eroi ed assassini.
Nessuno entrava o usciva in silenzio dalla vita di Tommaso Tacoma, tutti dovevano passare per quelle potentissime proiezioni incontrollate.
Una cosa che si può dire per certo è che, quand’era bambino, la madre lo picchiava selvaggiamente.
Tommaso era cieco dall’occhio destro proprio perché era stato graffiato sul viso un’infinità di volte da quella donna.
Fin da ragazzo portava una benda da pirata e diceva a tutti che l’occhio gli era stato portato via da Lilith nella notte.
Nonostante tutti questi problemi, la setta che Tacoma stava cercando di costruire era un’operazione completamente dolosa. Tutto il vero rapporto con il mistico del suo fondatore era nascosto a ogni altro essere umano e soprattutto non aveva quasi niente a che fare con la Bibbia.
Stefano era felicissimo di poter assistere a quella diretta perché l’ultima, in cui era stato aperto quel discorso così affascinante sul lavorare nell’Eden, lo aveva lasciato più desideroso che mai di nuove informazioni.
Quando vide il volto bendato del suo idolo, i suoi occhi si illuminarono.
“Bentrovati, fratelli”, esordì Tommaso Tacoma con il suo solito tono importante, “Dio è felice di vedervi qui sintonizzati ad ascoltare il suo messaggio. Abbiamo anche un nuovo arrivato, ci saluta Nando da Milano. Stasera riprenderemo il discorso iniziato l’ultima volta che vi ho parlato. Vi avevo detto che, quando Gesù ci porterà con sé all’Eden, vivremo in una società che potrà sembrarvi simile alla nostra, specialmente perché lavoreremo. Voglio rammentarvi di un punto molto importante: il giardino di Dio non è un luogo dove vigono le regole del paradiso ma quelle della terra. Noi siamo uomini, e come tali siamo fatti per costruire società complesse e lavorare per tenerle in piedi. Il peccato originale ci ha separati per sempre dalla vita che conducevano Adamo ed Eva quand’erano stati appena creati. Ora siamo capaci di discernere tra il bene e il male, non devo certo dirvi io che è proprio per questo che così tanti eretici e finti atei pensano di essere uguali a Dio. Dico ‘finti atei’ perché è impossibile essere senza Dio: il massimo che possiamo fare è ignorarlo e comprarci così il nostro spazietto all’inferno. Insomma, è per questo che ognuno di noi conserverà il proprio mestiere anche nell’Eden. Perché siamo vivi. A tal proposito, sono orgoglioso di dirvi che sto già organizzando tutto il necessario perché possiate arrivare nel giardino nel miglior modo possibile, ma ora non posso ancora parlarne”.
Stefano pendeva dalle labbra di quell’uomo e fu felicissimo di sentire che si stava prendendo cura dei propri seguaci.
Tommaso Tacoma continuò a parlare per quasi un’ora, ripetendo alla nausea il discorso che aveva appena fatto, cambiandolo solo di qualche parola ogni volta e decorandolo delle sue assurde interpretazioni della Bibbia.
“Dio vi ringrazia per avermi ascoltato, fratelli. Ci rivedremo presto con nuove informazioni. Sarà tutto sempre più chiaro. Ora, come al solito, spegnerò la diretta e faremo una bella riunione con quelli di voi che sono mi sono più vicini. Vi voglio bene. Buonanotte”, concluse poi il guru.
Quei “più vicini” a Tacoma erano di due possibili varietà: quelli che gli avevano inviato somme importanti di denaro e quelli che gli avevano dimostrato assoluta fedeltà.
Stefano faceva parte di entrambi gli insiemi e fu, come del resto succedeva da mesi, invitato anche lui a partecipare alla riunione.
In tutto c’erano ventiquattro persone, Tommaso incluso.
“Ah, eccoci qua, amici miei. Spero che abbiate goduto della diretta quanto ne abbiamo goduto io e Dio!”, disse il guru.
Tutti i partecipanti, come in estasi, risposero affermativamente allo stesso tempo, facendo un gran baccano.
“Piano, piano! Vi credo, amici. Ora fate silenzio, devo nuovamente parlarvi di qualcosa che non può raggiungere le orecchie degli altri fedeli. So che posso fidarmi di voi, vi ho scelti con cura in base alla purezza del vostro cuore. Voglio dirvi subito cosa sto organizzando: quando con le offerte avremo raggiunto la somma necessaria, comprerò una villa in campagna con un bel terreno. Io e voi ci trasferiremo lì. Vivremo dei frutti della terra e dei mestieri che già abbiamo, proprio come faremo nell’Eden! Così, il Cristo, al suo arrivo, riconoscerà in noi i suoi amici più intimi e ci porterà a cantare nel suo coro! Per esempio, il caro Stefano diventerà il nostro autista ufficiale! Un uomo buono e fedele come lui è perfetto per questo ruolo”.
Insomma, da bravo leader di una setta, Tommaso Tacoma voleva la sua comune e la voleva riempire di servi: in un modo o nell’altro avrebbe realizzato la sua inguaribile intuizione di essere la persona più importante al mondo, se non l’unica a esistere davvero.
Stefano provava sempre una meravigliosa sensazione di appagamento ad essere menzionato e complimentato così apertamente davanti agli altri.
Da parte sua, Tacoma si impegnava molto a tenerselo buono, più che con molti altri.
Nei suoi deliri, in cui si prefigurava di diventare la prossima grande guida spirituale di un’umanità troppo stupida per sbugiardarlo, aveva questa visione ricorrente di essere su una limousine e dare ordini agli uomini più potenti del pianeta.
Pragmatico come solo un pazzo può essere, sapeva che l’autista dell’uomo più importante del mondo diventa automaticamente depositario di segreti del tutto inconfessabili, la cui divulgazione metterebbe in ginocchio la società mondiale.
Per un ruolo così delicato, aveva stabilito Tommaso, serve un disperato che sia fedelissimo, non come un cristiano ma come un cane.
“Purtroppo”, continuò poi Tacoma, “ho anche una cattiva notizia, che come tutto quello che ci diciamo in questa sede, deve rimanere strettamente tra noi. Voi siete speciali, amici. Siete i più vicini a me, che riesco a sentire la parola di Dio. E Dio, ahimè, mi ha detto che pochissimi di noi saranno ammessi al suo regno. Ci sono molte anime che, pur essendomi fedeli, rimangono impure. Così tanti nostri fratelli sono già condannati all’inferno, il cuore mi si lacera solo a pensarci. Ma io, che seguo l’insegnamento di Gesù, spezzo il pane con loro e permetto loro di lavorare con e per noi, per la nostra casa. Così facendo, risaliranno cerchia dopo cerchia dell’inferno, ma là resteranno e non vedranno mai Dio”.
Queste dichiarazioni avevano ammutolito completamente gli adepti di Tommaso e attraversato come brividi le loro schiene.
“Ma, Rabbi”, si sentì a un tratto, “nel Nuovo Testamento, il Cristo ripete più e più volte che chiunque l’abbia accettato sarà ammesso al regno di Dio, proprio a partire dai più impuri! Dobbiamo ricordare Maria Maddalena, il reclutamento di Matteo, ma anche le beatitudini”.
A parlare era stata Emma, una devotissima giovane donna che Tacoma aveva selezionato per la sua innegabile bellezza e per una certa ingenuità, di cui voleva approfittarsi.
Le sue parole arrivarono quasi a sfiorare l’intelligenza e lo spirito critico di Stefano.
“Come ti permetti tu, sgualdrina!?”, esplose invece Tommaso, “Chi sei tu per dirmi cosa dobbiamo ricordare della Bibbia? Chi sei tu per sapere cosa vuole Dio, per sapere chi sarà salvato? Io, qui, parlo con Dio. Io sono stato scelto. Io sono il nuovo profeta! Tu non sei altro che una puttana supponente, una sporca usurpatrice che pensa solo a rubare il potere quando non ha ancora imparato a ubbidire. Vergognati, fai schifo a me e a tutti noi!”
Tutti gli altri partecipanti alla riunione presero a insultare a gran voce Emma, che piangeva e balbettava le sue scuse.
Volevano riversare su di lei tutti i loro dubbi.
“Questa puttana vuole rubarmi il ruolo, avete capito? Questo, vuole fare!”, inveiva Tommaso mentre la ragazza si strappava i capelli e, tra i singhiozzi, recitava un Padre nostro dietro l’altro.
Anche Stefano, troppo orgoglioso della sua posizione nella cerchia più stretta di Tacoma, si unì agli insulti.
La riunione fu definitivamente interrotta in anticipo quando Tommaso si rese conto che non sarebbe riuscito a calmare quelle persone dopo averle infuocate tanto.
Emma fu cacciata in via per nulla definitiva dalla setta.
Giusto un paio di settimane dopo, il guru la convinse a raggiungerlo a casa sua per essere perdonata da Dio.
La notte della diretta, invece, Stefano era più scosso di quanto lui stesso immaginasse.
Aver partecipato a quello scoppio di rabbia collettiva, per di più nei confronti di una persona che avrebbe potuto essere sua figlia, era stato un moto assolutamente contrario alla sua morale e a quella cristiana.
Si sentiva mezzo morto.
Rimase circa mezz’ora sul divano a fissare il vuoto, aspettando che il suo corpo gli desse le energie necessarie per coricarsi.
Gli scatoloni di Glenda lo guardavano più minacciosi che mai.
Quando, per così dire, si riebbe e si alzò in piedi per andare in bagno a lavarsi, non senza tirare un calcio distratto a uno scatolone che lo fece rabbrividire.
Non ricordava di aver mai fatto un gesto di tale piccolezza e se ne vergognò molto.
Tornato al divano si dimenticò di aprire la Bibbia, andò direttamente a dormire e fece un sogno molto strano.
Si trovava in un aeroporto, pulito e soleggiato; doveva fare ritorno a casa e si avvicinava alla cabina dove vengono controllati i passaporti.
Lì trovava una ragazza molto giovane, ventenne al massimo, tatuata e con alcuni piercing sul viso. I suoi capelli, che mutavano colore, danzavano tra il viola, il blu e l’arancione.
Dalla sua espressione si capiva che non avesse una buona opinione di Stefano, anzi pareva proprio disprezzarlo.
Stefano era molto dispiaciuto di questa antipatia perché era straordinariamente attratto dalla ragazza.
“Ho tantissime cose di cui vorrei parlarti, amore mio, ma sono tutte sciocchezze”, le diceva.
Invece, le parole pronunciate da questa non erano comprensibili, ma il tono era duro e severo, al limite della maleducazione per una persona di quel mestiere.
Dopodiché, quando Stefano andava a porgerle il passaporto, faceva cadere a terra una penna, che si chinava a raccogliere.
Quand’era a terra, ecco accanto a lui la ragazza, sorridente e gentile, che lo aiutava!
Gli accarezzava il viso e gli faceva un occhiolino.
Lui era terribilmente confuso, non capiva proprio cosa stesse succedendo, ma era felice di essere finalmente stato accettato.
Tornato in piedi, ritrovava la ragazza con l’atteggiamento scontroso di prima ma, prima di potersi confondere ulteriormente, risaliva dal basso quella che, in questo modo, si rivelava la gemella buona della scrutatrice dei passaporti.
Vedendole identiche e fianco a fianco, una dolce e l’altra acida, Stefano capiva qualcosa che al tempo stesso gli sfuggiva.
Al suo risveglio, l’umore del nostro eroe era nero come la pece.
Le immagini del sogno lo tormentavano con tutti i loro significati a lui inaccessibili.
Con lo stomaco attorcigliato, Stefano decise di non fare colazione e di iniziare subito la giornata di lavoro, lasciando di nuovo intoccata la Bibbia.
Prese il taxi ma, contro i suoi stessi piani, girò per la città per più di un’ora senza rispondere a nessuna chiamata.
Non riusciva a tenere fermi i pensieri.
Più provava a contemplare il sogno, più il linciaggio sociale di Emma lo tormentava.
Se allora tentava di soffermarsi sugli eventi della sera prima, ecco che le due gemelle con i capelli colorati si imponevano sulla sua mente.
Stefano non riusciva a capire cosa gli stesse succedendo.
Sapeva che, nella Bibbia, i sogni hanno un ruolo molto importante e che la loro corretta interpretazione può anche salvare delle vite, quindi non sottovalutava minimamente ciò che aveva visto, ma davvero non sapeva cosa farsene.
A un certo punto, mentre girava un angolo, vide una ragazza attraente che stendeva il braccio per fermare il suo taxi e, agendo d’istinto, la fece salire.
Avere quella cliente in macchina gli ripulì i pensieri come per magia e gli permise di mettersi a replicare la sua routine sulla fine del mondo.
Ignorò anche una certa strana somiglianza tra la ragazza e le due gemelle della notte prima.
Forse era il naso, forse erano gli occhi, forse era proprio l’espressività; in ogni caso, Stefano ne fu stregato senza capirne il perché.
“Buongiorno! Dove andiamo di bello?”, le chiese.
“In aeroporto, a Linate”, rispose sorridente la ragazza.
Una leggera pelle d’oca comparve sotto i vestiti di Stefano.
“Pronti! Per l’aeroporto c’è la tariffa fissa, spengo il tassametro. Parte per un viaggio? Non vedo bagaglio”.
“Ah, no, no. Sto andando a prendere il mio fidanzato, torna oggi da un lungo viaggio”, disse lei arrossendo un po’.
In un attimo Stefano seppe come introdurre i suoi proseliti nel discorso.
“Che bello! Bravi, siete giovani, amatevi! Bisogna stare vicini e volersi bene, io lo dico sempre. Soprattutto di questi tempi, dico bene, signorina?”, chiese con tono artificiale.
“Certo, dice bene. Io e lui stiamo tanto bene insieme, mi è mancato molto”, disse la ragazza sorridendo tra sé, “ma come mai dice ‘soprattutto di questi tempi’?”
“Perché la fine è vicina, è chiaro!”, esclamò Stefano.
“La fine? La fine è vicina?”, ripeté la ragazza.
“Ahimè, sì. La terra non ha ancora molto tempo a disposizione, è scritto”, rispose grave il tassista.
“E perché mai? Dov’è scritto? Mi perdonerà se sono un po’ scettica”.
“Ma certo, per chi ama Dio tutto è perdonato! E comunque, è scritto sulla Bibbia. Lei la legge la Bibbia?”
“Ho fatto il collegio dalle suore, ho letto fin troppa Bibbia”, rise la ragazza.
Stefano si sentì urtato dalla leggerezza nella risposta della sua cliente.
“Ma come fa ad essere troppa? La Bibbia non è mai troppa, se ci fosse un solo libro al mondo sarebbe proprio quello! Ma lei almeno lo sa che la Bibbia è perfetta perché l’ha scritta Dio?”
“Mi scusi, ma la Bibbia non l’ha scritta Dio. Si conoscono svariati autori, se non ricordo male”.
“Autori che hanno scritto un libro perfetto! Quindi la loro mano era guidata da Dio!”
“Credo che la perfezione di quel libro sia stata già messa in discussione da persone più intelligenti di me”.
“Servi di Satana e niente più! Che razza di perditempo si metterebbe a fare filosofia in un mondo che ha già senso? Ci pensa mai, signorina?”
La ragazza scoppiò a ridere.
“La invidio molto, allora, se per lei il mondo ha senso! Sarebbe la prima persona che incontro ad avere questa esperienza”, rispose.
“Questo è perché lei non frequenta le persone giuste! Io appartengo a un gruppo di fortunati, e lo siamo perché abbiamo avuto la fortuna di conoscere un uomo davvero speciale. Si chiama Tommaso Tacoma, è un vero genio, oltre che l’ultimo profeta. Lo conosce? Mi dica di sì”, disse Stefano con una punta di implorazione nella voce.
“Temo di non conoscerlo, mi spiace”.
“Tommaso Tacoma è proprio quello che ha capito, rileggendo la Bibbia e parlando con Dio, che la fine è vicina! Ma non sarà una vera fine, signorina, sarà solo l’inizio. Per chi è salvo, sarà l’inizio di una nuova vita nell’Eden prima di riunirci a Dio; per chi è dannato, sarà l’inizio della sofferenza eterna”, dichiarò Stefano.
“Io davvero non so niente di questa persona. Ma come è arrivato a predire tutto questo?”
Stefano iniziò a pensare che forse la sua cliente non era troppo brillante.
“Signorina, gliel’ho appena detto! Rileggendo la Bibbia e parlando con Dio!”, rispose concitato.
“No, certo. Quello l’ho capito. Diciamo che sto cercando di capire la sua… dottrina? La posso chiamare così?”
“Dottrina è la parola più giusta!”, rispose Stefano un po’ addolcito ma ancora agitato, “Tacoma ci ha rivelato con estrema precisione quello che succederà. Deve sapere, signorina, che Dio sta per tornare. Gesù Cristo comparirà presto nel cielo e con lui si porterà un maestoso buco nero, quattro volte più grande del sole, che posizionerà perfettamente al centro tra la terra e la luna. Le anime pie entreranno nel buco nero e vivranno nell’Eden. L’umanità condurrà una vita meravigliosa, una nuova età dell’oro prima di morire senza dolore e riunirsi finalmente in paradiso”.
“Aspetti, un buco nero? Gesù porterà un buco nero tra la terra e la luna?”, chiese la ragazza strabuzzando gli occhi.
“Proprio così! È scritto nell’Apocalisse di Giovanni. Ha presente la porta che si apre in cielo? Eccolo lì, il buco nero! È una fortuna avere Tacoma, signorina, una fortuna vera!”
Stefano non si accorgeva di stare urlando.
“Guardi, l’Apocalisse probabilmente è il libro che ricordo meglio della Bibbia, per la grande impressione che mi aveva fatto. La porta si apre in cielo in assenza di Gesù, e Giovanni vi guarda dentro e ha visioni sia del paradiso che della fine del mondo. Non c’è proprio nulla che riguardi l’Eden”, rispose asciutta la ragazza.
Il nostro eroe ammutolì e per qualche minuto provò a guardare solo la strada, ma per una dozzina di volte non resistette e i suoi occhi corsero allo specchietto retrovisore, dove la ragazza lo aspettava paziente.
“Signorina, lei si sbaglia. Gesù torna”, sentenziò poi, esattamente come aveva fatto con Nando il giorno prima.
“Ma ne è certo?”
Quella domanda, così semplice e sferzante, ruppe finalmente qualcosa nella mente del tassista.
“Lei non mi conosce!”, esplose Stefano, “Non sa come ho vissuto! Ho dedicato tutta la mia esistenza alla certezza, non c’è niente che mi importi di più che capire cosa sta succedendo, cos’è successo, cosa succederà! È la mia maledizione perché sono nato stupido, lei che ne sa? Lei è giovane, interessante, sono certo che là fuori le vogliono bene. Beh, non tutti sono come lei, signorina. Io sono nato stupido, per questo ho bisogno di capire, sono cinquant’anni che cerco di capire e lei viene a chiedermi se sono certo dell’unica cosa che mi permetto di dire agli altri? E allora io le rispondo, signorina: sono assolutamente, completamente certo che Gesù torna. È scritto, ma non è solo scritto. È il verbo di un uomo eccellente, di uno scelto da Dio! Dio, signorina, ne ha mai sentito parlare? Beh, Tacoma lo sente parlare. Ecco di chi stiamo discutendo, ecco chi lei sta insultando qui nella mia macchina! Non si vergogna nemmeno un po’?”
La ragazza lasciò passare una decina di secondi prima di rispondere.
“Non era mia intenzione offenderla. Vorrei però dirle che io mi ritengo una persona che spesso capisce gli altri al volo, e che lei non mi sembra assolutamente un uomo stupido. Non so cosa sia successo nella sua vita, non so chi gliel’abbia fatto credere ma, chiunque fosse, sono certa che si sbagliasse. Lo sento, non saprei come spiegarglielo ma ne sono certa, come lei non è certo di quanto sostiene sul ritorno di Gesù. In cuor suo l’ha già capito: se fosse davvero sicuro di essere già salvo, di avere una villeggiatura nell’Eden che l’aspetta, sarebbe l’uomo più tranquillo e felice del mondo. Non si darebbe dello stupido e non esploderebbe di rabbia nei confronti di una miscredente come me. Avrebbe pietà di me, o sbaglio?”, disse con tutto l’affetto che aveva.
Come per magia, appena la ragazza finì di parlare, il taxi arrivò all’aeroporto.
Stefano era giallo in volto e tremava come una foglia.
Mentre la ragazza gli porgeva il denaro, lui le prese delicatamente la mano e, guardando a terra, sussurrò: “Non lo so se Gesù torna”.
“Non lo so nemmeno io”, gli rispose lei sorridendo prima di scendere dalla macchina.
Stefano non ripartì subito, rimase lì seduto a guardare le persone che entravano e uscivano dal terminal.
Poi, con tutta la naturalezza del mondo, pianse per la prima volta in trent’anni.
Il Prete
Dal diario di Francesco Tirreni
Plymouth, 15 Aprile 1973
Non è stato facile trovare il Prete.
Due anni fa sognai di esplorare la sua abitazione insieme a mia madre e mio fratello minore. Trovavamo insieme la sua stanza e mi sedevo di fronte a lui.
Gli stringevo la mano e provavo a parlargli, ma non capivo la sua lingua.
L’unico a comprenderlo era proprio mio fratello che, mentre il sogno volgeva al termine, conversava con lui a porte chiuse mentre io e mia madre aspettavamo fuori.
La notte dopo ho sognato una cattedrale metallica e verde, sembrava fatta di rame ossidato.
Somigliava più a una torre che a una chiesa. Inoltre, non era composta da muri e guglie e campanili, ma da statue buddiste vuotate, come gusci saldati gli uni agli altri.
Alcune erano alte come palazzi di venti piani, altre a grandezza d’uomo.
Il budda raffigurato in ogni statua non era il solito Siddharta e nemmeno l’altro, quello grasso e sorridente, di cui mi sfugge il nome: la sua immagine era come una crasi tra i due, prodotta dal mio sogno.
Era magro, slanciato, pelato e mai serio.
Vedere quella cattedrale, Dio solo sa come mai, mi convinse di due cose.
La prima: il Prete esiste anche nel mondo reale.
La seconda, ancora più misteriosa: dovevo dedicarmi completamente a cercare un colloquio con lui.
Noncurante delle spese – i soldi erano di mio padre – partii per un lungo viaggio attorno al mondo, prima alla volta delle più famose e antiche biblioteche di materiale occulto, poi alla volta delle più introvabili, spesso solo ipotizzate.
Scoprii che, nei millenni, tanti altri avevano sognato quella creatura.
Una volta presa la giusta lena, continuavo a trovare disegni e brevi conversazioni appuntate, ma prima di due mesi fa niente che testimoniasse un reale incontro con lui.
Questo febbraio mi trovavo in uno sperdutissimo villaggio in Cornovaglia di cui, nei miei viaggi, avevo letto il nome ben tre volte. Sedevo in una minuscola locanda e, mentre pranzavo, osservavo attentamente un incartamento che raffigurava il Prete in varie pose.
Speravo che mi saltasse all’occhio qualcosa che non avessi mai notato.
La vecchia proprietaria, passando a togliermi la scodella vuota da davanti, vide cosa tenevo in mano. Sbiancò, si fece il segno della croce e obbligò anche me a farlo.
Le chiesi con insistenza se sapesse qualcosa e mi rivelò di aver conosciuto il Medico, come lo chiamano nella maggior parte delle lingue germaniche.
Le offrii di pagarla profumatamente per farmi da guida e portarmi da lui.
La vecchia accettò, a patto di intraprendere il viaggio una volta finito l’inverno.
L’altro ieri mi ha finalmente portato a una villa ancora più sperduta del villaggio.
Al suo interno, l’abitazione era identica al mio sogno di due anni fa.
Trovata la strana porta gialla con l’icona del Prete, mi sono fatto coraggio e sono entrato.
Quello di cui stiamo parlando non è un essere umano.
Sembra quasi un alieno, ma ho motivo di credere che sia una creatura del nostro caro pianeta.
È antropomorfo, ma ha solo quattro dita nelle mani e piedi completamente uniformi, come se indossasse degli stivali.
Ha questa pelle del tutto nera e lucida, che al tatto – gli ho stretto la mano come nel sogno – è untuosa come certi tipi di gomma.
Il suo corpo è esile ma forte. La sua testa è molto grande e non ha occhi né naso né orecchie, solo una piccola bocca colma di denti grigi, sottili e aguzzi.
È completamente nudo e non ha caratteri sessuali, ma la sua voce aliena, quasi gorgogliante, ha un suono maschile.
Il Prete siede in eterno su uno scranno di legno, davanti a lui si sta sul pavimento con le gambe incrociate.
Ora sono tornato a Plymouth e ho l’opportunità di sedermi a scrivere.
Le forze mi mancano, è stata l’esperienza più spossante della mia vita, ma devo trascrivere la nostra conversazione.
Ho il terrore di dimenticarla e già mi si chiudono gli occhi, non mi perderò in fronzoli da scrittori.
P – Benarrivato.
F – Mi stavi aspettando?
P – Non esclusivamente.
F – Come mai comprendo ciò che stai dicendo? Non parli una lingua che conosco.
P – Mi capisci perché ti serve capirmi.
F – Perché mi serve capirti?
P – Perché ho le risposte alle tue domande.
F – In quanti ti hanno trovato?
P – Troppo pochi.
F – Perché non ti rendi più facile da trovare?
P – Appaio in sogno a ogni persona, prima o poi.
F – Eppure c’è pochissima documentazione.
P – Sognarmi è un’esperienza molto personale, nella testa di qualcuno posso essere un generale, una bestia, una tribù di selvaggi che lo insegue. Ma sono sempre io.
F – Allora perché alcuni di noi ti hanno sognato per come appari davvero?
P – Non puoi saperlo.
F – Pensavo avessi le risposte alle mie domande.
P – Le ho, infatti.
F – E non posso riceverle tutte.
P – Esatto.
F – Da come parlavi prima sembra che siamo chiamati a venire qui a parlare con te, giusto?
P – Giusto.
F – Posso sapere come mai?
P – Perché sono il Prete. Ho le risposte alle vostre domande.
F – E sai quali sono le mie.
P – Le so.
F – Io stesso non credo di saperle.
P – Non posso rispondermi da solo. Hai passato due anni ad aspettare questo incontro, volente o nolente qualcosa hai preparato. Prova.
F – Va bene. Chi sei?
P – Il Prete.
F – Ho sbagliato a chiedere. C’è un limite al numero di domande che posso farti?
P – No.
F – Oh, bene. Allora riprovo: cosa sei?
P – Un confessore.
F – Cosa intendi quando dici che sei un confessore?
P – Intendo che le persone possono confessarmi qualunque cosa e pormi qualsiasi domanda.
F – Perché offri questo servizio alle persone? Non sei umano.
P – Non è un servizio, è una sfida.
F – Superare questa sfida migliora le vite di chi ti visita?
P – Sì.
F – Allora stai offrendo un servizio.
P – Questo è un modo interessante di vederla.
F – Ti ho davvero fatto pensare a qualcosa di nuovo?
P – Sì.
F – Quindi non sei onnisciente?
P – Non ho mai detto di esserlo.
F – Forse l’ho sempre solo dato per scontato. Allora cosa sai?
P – Moltissimo di ciò che tu non sai, più di quanto potrai mai imparare.
F – Sembra che tu stia cercando di convincermi a parlarti. Hai un tornaconto?
P – Sempre.
F – Immagino di non poter sapere di che si tratti.
P – Esatto.
F – Da dove vieni?
P – Da sotto o, se preferisci, da dietro.
F – Cosa vuol dire che vieni da sotto? Come può essere una questione di mia preferenza dire che vieni da dietro?
P – È una metafora.
F – Di cui non puoi spiegarmi il significato?
P – Esatto. Ma lo puoi capire da solo.
F – Mi gira la testa. Perché sono così stanco?
P – Parlarmi può essere molto stressante per un organismo.
F – Voglio metterti alla prova. Cosa sto facendo in questo momento?
P – Stai prendendo tempo. Giri attorno al motivo per cui sei qui.
F – Puoi dirmi di più?
P – Hai viaggiato moltissimo e hai studiato maniacalmente tutto quello che trovavi su di me. Sapevi già che sono un confessore e che non sono umano. Mi stai facendo domande sulla mia natura mentre già sai che non scoprirai praticamente nulla. Hai paura della mia sfida. Hai paura di confessarti.
F – Hai indovinato.
P – Non l’ho indovinato. Lo so.
F – Ho modo di liberarmi di questa paura?
P – Puoi abituarti ad affrontarla, ma solo fino a un certo punto.
F – Credo di essere pronto a confessarmi.
P – Prego.
F – Sono enormemente deluso da me stesso. Non mi sopporto.
P – Come mai?
F – Non riesco a fare quello che vorrei. Non riesco a non pensarci.
P – Cosa vorresti fare?
F – Tutto quello che non riesco. Sono ossessionato. Non sopporto la mancanza di tutto ciò che non ho e non sono.
P – Tutto?
F – Ogni singola cosa. Come faccio a diventare quello che potrei essere? A togliermi questi pesi?
P – Descrivimene un paio.
F – Non ho il lavoro che desidero, non ho le donne che desidero e in generale non mi rapporto come desidero con le persone, ma questo è niente: per esempio, mi pesa anche non avere le ali per volare.
P – Ti pesa non poterti librare in volo come un uccello?
F – Sì. Mi pesa quanto non saper suonare il pianoforte e quanto non avere un genio della lampada che esaudisca tre dei miei desideri. Come posso uscirne?
P – Stai usando l’assurdità delle tue parole per dare valore al tuo problema.
F – Cosa vuol dire?
P – Sei insoddisfatto, vorresti essere e avere di più. Non sopporti questo stato della tua esistenza. Tutto ciò che a tuo avviso non la compone, reale o magico che sia, te ne ricorda. Quello che ti sfugge è che la tua esistenza abbraccia tanto ciò che la comprende quanto le sue mancanze, vuoti che per loro natura vogliono essere riempiti. Tu, però, decidi di soffrire oltremodo per questa primordiale verità umana. Per giustificare questa decisione, fai uno stendardo del fatto che riesci a sentirti penalizzato dalla mancanza di ciò che, per definizione, non può avere nessuno.
F – Perché se il mio problema è così assurdo vuol dire che sto davvero male.
P – Esatto.
F – Come mai faccio così? Non ho mai nemmeno considerato che potesse essere una mia decisione.
P – Se ti apparisse come una decisione saresti semplicemente in grado di non prenderla.
F – Capisco. Ma quindi a cosa mi serve tutto questo?
P – A piangerti addosso. A sentirti speciale. A ritenere di essere visto.
F – E non funziona?
P – Funziona abbastanza bene da farti fare una vita più o meno normale, ma non sarai mai davvero soddisfatto.
F – Mi sto perdendo.
P – Lo so.
F – Stai dicendo che il mio problema non è il mio potenziale irrealizzato? Non è la mia delusione?
P – Il potenziale è sempre irrealizzato. Non potrebbe mai essere un problema da risolvere se non puoi cambiarlo in nessun modo. In ugual modo, nessun essere umano può vivere e morire senza essere mai profondamente deluso da sé.
F – Come mai?
P – Le persone sane che desiderano sinceramente e apertamente il male sono rare come due fiocchi di neve uguali. In generale, invece, vogliono essere forti, intelligenti, buone e giuste. Ma nessuno lo è sempre, anzi. Nessuno riesce ad esserlo per un giorno intero. L’umanità è condannata a sbagliare ed esserne delusa. Da questo e dalle proprie mancanze.
F – Credo di aver capito. Allora qual è il mio problema?
P – Dillo tu, se hai capito.
F – Prendo tutto quello che trovo sgradevole della vita e lo innalzo a mio problema personale. Lo uso per sentirmi speciale e unico nel dolore piuttosto che speciale e unico in ciò che mi rende tale. Vivo una terribile falsità.
P – Perché fai questo?
F – Perché, chissà quando, mi sono innamorato dell’idea di poter essere più di me. Ora sono arrivato a disprezzare quello che sono già perché è meno dell’unica cosa che guardo, che però è solo un obiettivo. Quindi, per mantenere viva l’idea che io possa essere di più, mi lamento e mi faccio soffrire per i problemi di tutti, lasciando sottinteso che io non dovrei averli. Così, in teoria, non sono speciale e unico perché sono l’unico Francesco Tirreni ad essere figlio dei miei genitori, nato a Roma nel giorno e ora a cui sono nato, ma perché segretamente sono tra i migliori di tutti, e uno come me non dovrebbe avere problemi di lavoro o di donne o di chissà che.
P – E come sta andando la tua vita mentre la vivi così?
F – Male. Soffro molto.
P – Cosa devi fare allora?
F – Accettare che sono già tanto irripetibile quanto vorrei esserlo, senza illudermi che questo mi metta al di sopra degli altri. Devo accettare di riflesso l’irripetibilità dell’intero genere umano. Non ci sono ancora riuscito perché non interpreto come sovrumano quello che mi aspetto da me stesso, nonostante lo sia.
P – Stai piangendo.
F – Non dovrei? Ti ho cercato per due anni nella speranza che mi salvassi, che mi dicessi che quel potenziale è là fuori, raggiungibile, che tramite l’incontro con te sarebbe diventato realtà. Invece mi hai condannato alla più amara convivenza con me stesso.
P – Questa è la sfida.
Stavo già perdendo conoscenza mentre mi diceva quell’ultima cosa con quella sua strana voce gorgogliante.
Mi sono svegliato ieri mattina fuori dalla sua abitazione, sdraiato sull’erba.
In uno stato di semicoscienza mi sono trascinato fino a Plymouth, ripassando a mente la mia conversazione col Prete per non dimenticare nemmeno un dettaglio. A malapena ho parlato con altre persone, non volevo far entrare troppe altre parole nella mia testa.
Ora vado a dormire.
L’ULTIMA FATICA DI NAPOLEONE
Questa storia parla di un Napoleone.
Non importa se fosse quello vero oppure no: la storia ci insegna che moltissime persone, accomunate solo dalla profonda convinzione di esserlo, sono state Napoleone.
Infatti, è già sbagliato pensare di poter definire “quello vero”.
Se un matto spende tutte le ventiquattro ore del giorno pensando di essere Napoleone, non lo è veramente?
D’altra parte, molto raramente nella vita abbiamo il lusso di essere davvero ciò che pensiamo.
Questo però vuol dire che anche il primo Napoleone, “quello vero”, non era altro che una copia di qualcosa che dopo la sua morte gli ha preso in prestito il nome.
Il Napoleone della mia storia era anziano, malato e stanco.
Il suo esilio sull’isola a tratti sembrava avergli estirpato gli ultimi, già stantii profumi di giovinezza, lasciando finalmente respiro alla riflessività e alla pacata lentezza della vecchiaia.
Peraltro, ora che gli impedimenti del corpo e della legge mondiale lo avevano liberato dalla sua stessa ambizione, trovava molto divertente – e superflua – la sorveglianza militare che gli inglesi gli avevano imposto.
Era pure riuscito a fare amicizia con alcuni soldati, per i quali l’opportunità di condividere un brandy serale e una partita a carte con Napoleone Bonaparte valeva tutta la noia e l’assurdità di stare in mezzo all’oceano a fare da guarnigione alla casa di un vecchio morente.
Potrà sembrare strano – almeno per loro fu così – ma nessun ufficiale fu preso in simpatia o anche solo avvicinato da Napoleone, solo soldati semplici e in particolare un singolo sergente, tale James Lennox, che aveva perso un figlio a Waterloo.
Era un sereno primo pomeriggio di inizio maggio, l’imperatore si era svegliato da poco da una pennica digestiva e si stava facendo accompagnare giù per le scale dal suo maggiordomo, anziano quasi quanto lui.
Napoleone indossava una pesante giacca di fustagno grigia appaiata a pantaloni dello stesso tessuto e colore, con una camicia color crema e un non troppo elegante paio di stivali di pelle.
Per quanto fosse emozionato all’idea di incontrare suo figlio, che era appena arrivato in visita con moglie e bambini, non riusciva a scrollarsi di dosso un certo nervoso dovuto al sogno che aveva appena fatto.
Pensavo di aver finito di sognarla… poco importa.
All’ingresso della villa, Napoleone trovò con sollievo che il figlio e la nuora si stavano già occupando di istruire la servitù sulle particolarità di ogni membro della famiglia e di come avrebbero voluto soggiornare, senza dover passare da lui o dal maggiordomo.
Finalmente hanno capito che non bisogna disturbare gli anziani con queste piccolezze.
I due giovani inglesi che stavano di guardia al portone, Lewis e Taylor, rilassarono il viso non appena incrociarono lo sguardo di Napoleone: erano tra quelli che più avevano legato con lui e avevano paura di perderne la confidenza una volta di fronte alla sua famiglia, ma il sorriso e l’occhiolino del loro improbabile amico li rassicurarono completamente.
Napoleone non aveva nemmeno finito di salutare suo figlio, un uomo robusto e solare che si avvicinava alla mezz’età, quando sentì una vocetta stridula chiamarlo dal giardino.
“Nonno! Sono venuto a trovarti!”, gridava Jaques Bonaparte, che con i suoi sei anni e mezzo era il più giovane della famiglia.
Napoleone uscì all’aperto che già sorrideva come non gli capitava da settimane.
Era sempre stato difficile per lui andare d’accordo con i bambini, anzi, come certi uomini che hanno fatto la vita militare spesso non li sopportava proprio.
Tuttavia, era segretamente affascinato dai loro giochi e dal loro sguardo sul mondo, così povero di quelle informazioni che si imparano crescendo e per questo colmato da fantasia infinita.
Il piccolo Jaques, poi, era un piccolo despota lentigginoso che catturava come per incanto tutto l’affetto di suo nonno.
Anche se Napoleone praticamente non riusciva più a chinarsi, fece un sacrificio per abbracciare il nipote.
Si sta facendo davvero un bel bimbetto, guarda come mi somiglia!
“Allora, Jaques, hai fatto buon viaggio?”, chiese.
“No! La nave era scomodissima e il cibo era cattivissimo!”, strillò impertinente il bambino.
“Ma che dici mai! Mi sono assicurato di persona che fosse tutto il più confortevole possibile per voi”, rispose Napoleone con una punta di stizza.
Quegli inglesi mi sentiranno.
“E invece era tutto scomodo. La mamma non mi ha nemmeno lasciato portare i giocattoli. Qui hai dei giocattoli per me, vero? Vero, nonno?”, chiese Jaques saltellando.
Questa poi!
“Non credo proprio di avere dei giocattoli per te. A cosa giochi?”
“Alla guerra! Ho cinque soldati di latta e una spada di legno con cui gioco tutti i giorni!”
“Qui abbiamo solo soldati veri!” rise Napoleone, “Ma con loro è meglio non giocare, sai, sono inglesi”, disse poi con finto tono grave e un accenno di sorriso.
Anche Jaques si fece tutto serio.
“Mi farei mandare alla forca prima di giocare con degli inglesi”.
“Vedrai che alcuni di loro riusciranno a starti simpatici tanto quanto certi francesi sono insopportabili”.
Il bambino non lo ascoltò e tornò al molto più impellente problema di come divertirsi durante la sua villeggiatura a Sant’Elena.
“Almeno un’altalena ce l’hai, nonno? È pieno di alberi qua!”, esclamò guardandosi attorno.
Era vero: la villa in cui riposava Napoleone, oltre il giardino e la strada per raggiungerlo, era circondata da un bosco fitto ma tranquillo.
È pieno di alberi…
“Non ho un’altalena, Jaques. Mi dispiace”.
“Allora me la costruisci? Dai, nonno! Costruiscimi un’altalena!”
Ora Jaques saltellava di nuovo, con le mani protese verso il viso di Napoleone.
Ma questo bimbo è davvero una peste! Una richiesta dietro l’altra, a un uomo anziano come me, poi. Questi sono lavori da servi. Sono lavori da servi. Una passeggiata nel bosco però potrebbe…
“Nonno! Allora?”, strillò di nuovo Jaques, interrompendo i pensieri in cui il vecchio si stava perdendo.
“Va bene!” sbottò Napoleone, “Avrai la tua altalena. Prima però andiamo a prendere il tè: non ho ancora salutato bene i tuoi genitori. Più tardi andrò a costruirti un’altalena”.
Davanti al tè, Napoleone poté toccare con mano quanto poco era sempre andato d’accordo con suo figlio e se ne dispiacque molto.
A modo suo amava la sua famiglia e, in più, l’esilio gli aveva fatto realizzare che non sarebbe stato ricordato come un padre presente o amorevole, ma solo come il più grande imperatore e condottiero di tutti i tempi.
In quell’ora scarsa che passarono insieme, cercò maldestramente di colmare questa mancanza con sorrisi e complimenti che a tratti avevano del viscido e che per lo più lasciarono suo figlio interdetto e incapace di rispondere.
Per due volte, poi, cadde nelle vecchie abitudini di redarguirlo per la postura e per come mangiava, pentendosene subito dopo.
Tuttavia, non si occupò di questi pensieri e dispiaceri che con una frazione delle sue energie.
Infatti, tra un sorso di tè e un altro pasticcino, continuava a rimuginare sull’altalena che avrebbe costruito per Jaques. Pensava a quale albero l’avrebbe fissata e che qualunque avrebbe scelto, avrebbe dovuto essere assolutamente perfetto.
Napoleone in cuor suo intuiva come mai la sua personalità si era tanto ammorbidita e variegata negli ultimi tempi dell’esilio, ma non sarebbe mai riuscito ad ammetterlo a nessuno, nemmeno a sé stesso.
Dunque, lasciava che si pensasse – e si lasciava pensare – che fosse davvero tutto dovuto alla perdita dei suoi poteri e della sua influenza.
Ma dentro sapeva che quegli strani movimenti avevano a che fare con una sequenza davvero peculiare di tre sogni, riguardanti tre alberi.
“I sogni sono perdite di tempo per finti maghi e selvaggi”, era solito dire da giovane.
Non si sentiva troppo a suo agio a dar ragione alle idee più mistiche.
La richiesta del piccolo Jaques, però, lo stava ossessionando in modo decisamente inusuale: per quanto amasse il nipotino, era sempre stato ferreo sul fatto che dare ai bambini quello che vogliono senza esitazione fosse straordinariamente diseducativo e, per quanto non fosse abituato ad avere granché rispetto dei suoi stessi sogni, l’idea di immergersi tra la vegetazione e stare in mezzo agli alberi si era impadronita di lui.
Finito di prendere il tè, Napoleone si fece portare una lunga corda e una trave.
Una volta tagliato e fissato tutto in modo da avere un’altalena da trascinarsi dietro, partì da solo per il bosco.
La servitù e i soldati furono un po’ restii a lasciarlo andare, ma si fecero convincere.
Napoleone non si era ancora mai avventurato tra la vegetazione dell’isola, ma si trovò sufficientemente a proprio agio.
L’albero per Jaques deve essere perfetto. Nessuna scusa.
Nella prima ora di ricerca non riuscì mai ad accontentarsi.
Questo albero era troppo piccolo, quell’altro stava in fondo a una depressione e il terreno si sarebbe infangato troppo in caso di pioggia.
Intanto, però, si ricordò del primo dei tre sogni che aveva fatto e si permise di riflettervi su più seriamente.
Gli era arrivato due mesi dopo essere sbarcato sull’isola.
Aveva sognato di essere di nuovo bambino e di correre in uno sterminato campo d’orzo.
Sua madre lo raggiungeva, lo prendeva in braccio e lo portava al cospetto di un albero gigantesco, più alto delle nuvole. A malapena si poteva scorgere la sua chioma dorata.
Le foglie non erano autunnali, erano proprio fatte d’oro.
Senza proferire parola, la madre lo indicava e poi gli indicava l’albero.
“Sono io?”, le chiedeva allora lui, ma lei scuoteva la testa.
Al suo risveglio, Napoleone si era sentito molto spaesato e non si ricordò del sogno finché non andò a dormire la notte dopo.
Ora che si trovava nel bosco e rifletteva sulla propria infanzia e l’infinito potenziale che l’aveva caratterizzata, era sicuro che il suo lato bambino non fosse mai davvero morto; anzi, era stato certamente determinante nel far emergere la placida affabilità e la scherzosità che nessuno si sarebbe mai aspettato da lui sull’isola.
Un po’ di quella nuova, più leggera personalità gli avrebbe sicuramente fatto comodo in quel pomeriggio in cui la ricerca dell’albero perfetto per l’altalena di Jaques iniziava già a sembrare interminabile.
Ma se questo albero è troppo alto e quell’altro ha i rami secchi, cosa ne posso? Un Bonaparte non si dondolerà da un albero qualunque!
Dopo un’altra mezz’ora di vagare a vuoto, Napoleone si trovò di fronte a uno splendido tiglio, non troppo alto o basso, bello e dall’aspetto robusto.
Eccoti qua, ti ho trovato!
Prese l’altalena per la trave e, con un vigore che ormai mostrava molto di rado, la lanciò oltre un ramo tra i più bassi e robusti, così da appenderla.
Con sua grande soddisfazione, ci riuscì al primo tentativo.
Tuttavia, quando Napoleone si avvicinò per legare bene le corde, il ramo si spezzò in più parti, rivelando un’anima nera, umida e marcia.
No, non può essere.
L’imperatore si mise freneticamente a staccare la corteccia dal tiglio e, con grande orrore, trovò lo stesso legno in decomposizione del ramo.
Evidentemente le foglie erano rimaste verdi perché stavano succhiando l’ultima parvenza di vita da quel tronco oramai andato.
Napoleone sferrò un pugno al tiglio e cacciò una colorita serie di imprecazioni in francese.
La foga, poi, ebbe la meglio di lui: un dolore lancinante allo stomaco, come se fosse stato trafitto, lo mise a sedere.
Sconcertati dalla scena, Lewis e Taylor, che lo avevano seguito fino a lì in segreto, saltarono fuori dal cespuglio da cui stavano spiando.
“Eccellenza! Che vi succede?”, chiese Lewis preoccupato mentre Taylor porgeva la sua borraccia a Napoleone.
“Cosa ci fate qui voi due?”, sbraitò il vecchio prima di accettare l’acqua e di berne qualche sorso.
“Vogliate perdonarci, Eccellenza, ma non potevamo davvero lasciarvi andare da solo. Potrebbe succederle qualsiasi cosa e noi… Eccellenza, non ce lo saremmo mai perdonato”, disse Taylor.
Napoleone sospirò.
Sono dei bravi ragazzi.
“Tenevo molto a fare tutto da solo… per Jaques, s’intenda. Ma mi sa che avete ragione, sono un po’ troppo vecchio e malandato per vagare nei boschi senza qualcuno che mi dia una mano”, disse con un leggero sorriso ironico.
“Non dite così, Eccellenza, voi avete ancora la forza di un uomo in piene facoltà! Un bosco sconosciuto è insidioso per chiunque!”, esclamò Taylor.
Davvero dei bravi ragazzi.
“Va bene. Volete continuare questa piccola avventura con me?”, chiese Napoleone.
Lewis e Taylor annuirono solennemente, come bambini.
“Allora aiutatemi ad alzarmi e prendete l’altalena”.
I due inglesi eseguirono con gioia.
Mentre gli uomini camminavano tutti e tre assieme al passo di Napoleone, la conversazione arrivò molto velocemente al tema della guerra.
Lewis e Taylor erano veterani di due battaglie ciascuno e ancora non sapevano bene come sentirsi a riguardo.
Riconoscevano entrambi di essere disgustati dall’incredibile violenza che avevano visto, dall’inconfondibile suono della morte, dagli scoppi, dall’orribile odore di sangue bruciato mescolato a feci e fango che permeava un campo di battaglia alla fine dello scontro.
“E poi, a volte, mi sembra di essermi portato dietro una strana irrequietezza”, disse Taylor.
“So di cosa parli. È il nostro segreto peggiore. È la voglia di tornare”, sentenziò Lewis.
“Non esserne così sicuro. Molti veterani in pensione la vivono come una gabbia per i tempi di pace, un’incapacità di fare una vita normale. Non so quale sia la verità, ma tu non esserne così sicuro, Lewis”, replicò Napoleone.
Il giovane soldato annuì grattandosi il mento.
“Voi l’avete? Questa irrequietezza, intendo”, chiese Taylor.
“Mi è capitato. All’Elba ero come impazzito. Io l’ho sempre provata come una schietta voglia di tornare, tra l’altro. Ora che sono vecchio e che sono qua, però, non la sento più. Sono tranquillo”.
Senza farsi vedere da Napoleone, i due inglesi lo guardarono con grande ammirazione.
“Sapete, mio nipote gioca alla guerra”, disse poi l’imperatore.
“Ah, sì? Come ci gioca?”, incalzò Lewis interessato.
“Ah, non ne ho idea!” rise Napoleone, “Mi ha detto che ha dei soldati di latta e una spada di legno, ne è così entusiasta. Mah. Voi due giocavate alla guerra quand’eravate bambini?”
“Io sì,” rispose Lewis, “da piccolo mi piaceva molto, anche se pensavo che sarei diventato un burocrate come mio padre”.
Il soldato si fece un attimo pensieroso prima di procedere col discorso.
“Con i miei amici facevamo una cosa strana, mentre giocavamo. Fingevamo di combattere contro infiniti nemici immaginari e di essere eroici guerrieri. Ogni chissà quanti minuti di gioco, però, uno di noi, praticamente a rotazione, fingeva di essere colpito dal nemico e stramazzare”.
“Buffo, facevo esattamente la stessa cosa anche io”, disse Taylor.
“Ma non finiva lì,” continuò Lewis, “il caduto tra noi rimaneva a terra per un po’ e poi, per simulare un grande gesto eroico, si rialzava come se fosse per miracolo sfuggito alla morte, anche se nel gioco aveva preso una cannonata!”
Tutti e tre scoppiarono a ridere fragorosamente, poi Napoleone si fece di nuovo serio.
“Davvero curioso. Io non credo di aver mai giocato alla guerra, ci credete? Lottavo molto con mio padre e gli altri bambini, ma non ho mai giocato a fare la guerra. Poi, passa qualche decennio e i bambini si divertono a fingere di essere presi dai cannoni. E non lo sanno, come potrebbero?”, disse.
“Cosa non sanno, Eccellenza?”, chiese Taylor ancora ridacchiando.
“Non sanno cosa succede a un uomo quando è colpito da una cannonata”, si intromise cupo Lewis.
Il suo commilitone capì subito e anche il suo volto si indurì.
“Già”, mormorò.
“Svanisce nel nulla e al suo posto rimane quella nebbia rossa, così calda e appiccicosa, che schizza ovunque. A volte penso che l’aria dell’inferno sia fatta di quello”, disse Napoleone.
Strano. Non avevo mai detto questa cosa a nessuno.
I due soldati non risposero se non con il silenzio.
I loro volti rivelavano le atrocità che stavano ricordando.
“Ho sognato la guerra qualche mese fa”, aggiunse poi l’imperatore, un po’ perché sentiva uno strano bisogno di rivelarsi, un po’ per risvegliare i suoi amici dalle loro memorie.
“Purtroppo a me succede molto spesso”, mormorò Lewis.
“Rischi del mestiere, ragazzo. Per non dire garanzie. Vorrei raccontarvi il sogno, comunque”.
Taylor, che amava fare attenzione al mondo onirico, acconsentì con entusiasmo.
Lewis invece aveva un rapporto più conflittuale con i sogni, ma non avrebbe comunque mai detto di no.
“Stavo combattendo la battaglia di Austerlitz, il mio più grande successo militare. Mi trovavo in una tenda a coordinare gli sforzi, mentre fuori c’era un putiferio di spari, esplosioni e grida. Dopo aver finito di dare ordini di ogni tipo agli ufficiali, mi sentivo come attirato a uscire a vedere lo scontro. Appena fuori dalla tenda, però, mi trovavo davanti a un albero dall’aspetto quasi alieno: il tronco, lungo e stretto, era di un innaturale color ocra e terminava in una punta. Le foglie che pendevano dai pochi rami erano cremisi, carnose e profumate come petali di rosa. Seduta appoggiata al tronco c’era mia moglie, ancora giovane, che indossava un vestito bianco. Un serpente si avvicinava minaccioso verso di lei e io provavo ad avvertirla, ma lei aggrottava le sopracciglia. ‘Lo sai che siamo a Waterloo, vero?’, mi chiedeva. Nel momento in cui le dicevo di sì, mi sono svegliato preso da una rabbia antica, propria di quando ero giovane e stavo conquistando il mondo. Sono stato nervoso e inavvicinabile per giorni”, concluse Napoleone con una risatina.
“Davvero interessante, Eccellenza. Che significato avete dato alla visione di un albero così poco ordinario?”, chiese Taylor.
“Non saprei. Mi ha sempre infastidito l’idea che i sogni possano avere questo o quel significato, quindi non ho mai imparato a leggerli. L’ho sempre chiamata roba da sciamani. Di questi tempi, però, non posso negare che hanno un certo effetto su di me”, rispose Napoleone.
Taylor si prese qualche secondo per pensare.
“È come se il sogno vi avesse riportato per un breve periodo a un tempo della vostra vita in cui esisteva davvero solo il conflitto… e a come quel grande capitolo sia stato chiuso così bruscamente a Waterloo”, disse poi.
Waterloo. Hai perso, Bonaparte.
Lewis, che era ammutolito sentendo il racconto dell’imperatore, lanciò al suo commilitone uno sguardo impaurito e sgomento, come d’avvertimento.
A Napoleone non piaceva mai che qualcun altro parlasse della sua più grande sconfitta, a malapena concedeva a sé stesso di farlo.
Effettivamente, i due inglesi lo videro stringere i pugni e la mascella e temettero un’esplosione.
Molla la presa. Non ne vale davvero più la pena.
Con grande sollievo di Lewis e Taylor, Napoleone si distese e forzò un sorriso che subito dopo gli rimase sul viso con naturalezza.
“Potresti avere ragione, Taylor. Ora non stiamo troppo a pensare a queste cose, però. Ho un’altalena da costruire!”, esclamò.
I tre uomini continuarono il cammino nel bosco mentre Napoleone snocciolava aneddoti sulla sua corte imperiale che ora facevano sbellicare Lewis e Taylor, ora li lasciavano senza parole.
Intanto, l’imperatore continuava ad essere tremendamente indeciso riguardo l’albero su cui avrebbe costruito l’altalena.
Siamo pure andati troppo avanti nella vegetazione, Jaques non impiegherà mai mezza giornata per andare e tornare. Cosa diamine sto facendo? Il dolore allo stomaco non è nemmeno andato via.
Napoleone stava per arrendersi a questi pensieri e rimandare tutto al giorno dopo. Magari si sarebbe anche portato dietro il nipotino.
Sì, perché no?
“Eccellenza, guardate!”, esclamò invece Taylor.
Il soldato stava indicando una piccola radura alla loro sinistra, in mezzo alla quale torreggiava un noce meraviglioso.
Emozionato, Napoleone si avvicinò all’albero a passo accelerato.
Devo controllare che non sia tutta una grande bugia come il tiglio.
Una veloce ispezione confermò che il noce era in perfetta salute.
I soldati si offrirono di montare l’altalena, ma Napoleone insistette per fare da solo.
Tutti e tre chiacchieravano di buonumore mentre l’imperatore si apprestava a stringere i nodi, dando le spalle agli altri due.
“Il ragazzino sarà contentissimo”, disse Taylor.
“E non ci sarà nemmeno bisogno di sgomberare la vegetazione, ci ha già pensato l’albero!”, esclamò Lewis.
Sentite queste parole, Napoleone mollò le corde e il capo gli crollò sul petto.
“Eccellenza? State di nuovo male?”, chiese Lewis.
Ci ha già pensato l’albero.
“Eccellenza?”
Il vecchio imperatore sentiva come lontanissime le voci dei suoi amici inglesi.
Sapeva che lo stavano chiamando, ma per un momento lungo chissà quanto non avrebbe saputo dire perché.
Lo stomaco gli faceva sempre male e la testa gli girava.
Si rese conto di essere sui gomiti e le ginocchia di fronte al tronco del noce.
Non aveva idea di quanto tempo fosse passato.
Piangeva e urlava disperatamente.
“Riprendetevi, vi prego!”, gli gridò Lewis vicino all’orecchio.
Napoleone finalmente si riebbe abbastanza da mettersi seduto.
Davanti a lui, i suoi amici lo fissavano sconcertati.
Provò ad asciugarsi il volto con un fazzoletto, ma le lacrime continuavano a cadere.
“È un parassita”, disse con voce rotta.
I due soldati si guardarono preoccupati.
“Cosa intendete, Eccellenza?”, chiese Taylor.
Napoleone ancora singhiozzava ancora un po’ troppo per parlare.
“L’albero… è un parassita. Sembra perfetto, proprio come il tiglio di prima. Ma è un parassita. Niente può vivergli vicino. Ruba il nutrimento a decine, magari centinaia di piante che potrebbero vivere dove c’è la sua radura. È l’albero peggiore che abbiamo visto finora. Toglietemelo da davanti”, riuscì poi a dire.
“Va bene, continuiamo a cercare”, rispose Lewis, ma il volto di Napoleone si era fatto altero e duro come la pietra.
“No. Sulla mia isola non ammetto parassiti. Abbattetelo”, sentenziò.
“Eccellenza… non abbiamo niente di quello che ci servirebbe per buttare giù un alberello di un mese, men che mai un noce come questo!”, esclamò Taylor.
Il vecchio imperatore scattò in piedi, ignorando gli acciacchi e una poderosa fitta allo stomaco.
Sembrava febbricitante.
“Allora bruciatelo! Fate sparire questa schifosa feccia dalla mia isola!”, ordinò con la bava alla bocca.
Lewis si avvicinò a lui e gli mise una mano sulla spalla, guardandolo con occhi diversi dal solito, molto più simili a quando era appena sbarcato a Sant’Elena.
“Non appiccheremo nessun fuoco”, disse a Napoleone, che di tutta risposta provò a rifilargli un pugno sui denti.
Il giovane soldato lo bloccò senza sforzo.
“Mi rincresce dovervelo dire così e per la prima volta da quando ci conosciamo, ma non siamo ai vostri ordini. Siamo qui per ricordarvi che siete stato esiliato dal continente e che non farete mai più ritorno”.
Taylor, poco più dietro, era visibilmente a disagio.
A Napoleone girò di nuovo la testa e si dovette risedere ai piedi dell’albero.
I suoi amici si unirono a lui.
“Nonostante questo avete, da parte mia, un tale affetto e una tale simpatia che non saprò come spiegarlo ai miei conterranei. Vi prego, ditemi cosa vi prende”, continuò Lewis, completamente raddolcito dopo aver dovuto mettere al suo posto il suo anziano e improbabile amico.
“Maledizione. Pensavo davvero che fosse finita”, piagnucolò Napoleone.
“A cosa vi riferite?”, chiese Taylor.
“La rabbia. Quella rabbia terribile che mi ha accompagnato per tutta la vita, che mi ha dato tutto quello che ho. Credevo di aver smesso di dover odiare, e invece guardatemi. Urlo e sbraito contro gli alberi come un vecchio imbecille”.
“Cosa succeda a un uomo quando procede nella vita non lo posso sapere, Eccellenza, ma temo che certe cose non possano davvero finire. Giusto prima ci diceva che qualche mese fa era stato intrattabile per giorni. Credo anche di ricordarmelo, peraltro”, disse Lewis.
“Non capisci. Ero davvero cambiato, o almeno ne ero certo. Ho fatto un sogno meraviglioso una settimana dopo quello che vi ho raccontato. È stato lì che ho trovato la calma e un po’ di gioia di vivere. Temo che sia solo grazie a quel sogno se riesco a fraternizzare con persone come voi”, ribatté Napoleone.
Taylor fu preso dall’emozione e implorò l’imperatore di dire loro cosa aveva sognato.
“Vi prego, raccontatecelo!”, squittiva.
“Va bene. Come vi avevo detto, aver rivissuto la guerra per una notte mi aveva imputridito l’umore. Ma poi mi è arrivata una visione di una bellezza sconcertante. Ho sognato di essere vecchissimo, decrepito, molto più di quanto non sia già. Per muovermi dovevo aiutarmi con un bastone, salivo a fatica su per una collina. Arrivato in cima, davanti a me trovavo la più meravigliosa e complessa scena biblica, tutta incentrata sull’albero della conoscenza del bene e del male. Un melo stupendo, alto e rigoglioso. Su un ramo di sinistra un serpente pendeva verso Eva e le parlava, ma lei non era spaventata né si lasciava convincere dalle sue lusinghe. A destra, invece, un uccellino blu cinguettava per Adamo, che ascoltava con attenzione. Intuivo che dietro il tronco i due sposi si tenevano segretamente la mano. Il sole e la luna condividevano l’illimitato spazio del cielo. Io me ne stavo lì e contemplavo la bellezza eterea di quell’immagine. Al mio risveglio, ero preso da una tale commozione che in cuor mio quasi pensavo che sarei morto lì. Da quel giorno la servitù e alcuni di voi inglesi avete avuto, come per magia, il mio affetto e la mia simpatia. Ho davvero creduto di essere cambiato per sempre. Guarito dall’odio, addirittura”, dichiarò l’imperatore ai due giovani uomini, che lo avevano ascoltato in religioso silenzio.
Effettivamente, era tutto vero.
Da quando si era svegliato quella mattina, tutti sull’isola avevano avuto modo di conoscere quello strano nuovo Napoleone, ancora assertivo e deciso ai limiti delle umane possibilità, ma adesso anche affabile, simpatico, a tratti addirittura scherzoso.
Nella radura era finalmente tornata la pace, ora che il vecchio si era tolto quel peso.
È l’effetto che fa parlare dopo tanto tempo di cosa si è trattenuto nella testa.
Il volto di Taylor era rigato da un fiume di lacrime, investito dalla meraviglia di quanto aveva visto in sogno Napoleone.
Fu Lewis a parlare.
“Eccellenza, di sogni non mi interesso e li capisco ben poco, come voi. Tuttavia, dubito che abbiate visto un segno che foste cambiato per sempre. Credo piuttosto che abbiate visto… tutto. Perdonatemi, ma non so come dirlo meglio. Uomo e donna, volatile e serpente, sole e luna, mi spiego? E tutto vuol dire completezza. Potreste davvero dire di essere voi senza il fuoco che vi ha sempre bruciato dentro? Il vostro sogno è prezioso, su questo non ci piove. Come le dicevo prima, nessuno mi crederà quando tornerò a casa e racconterò della persona che ho conosciuto in voi. Ma vi prego, non fate l’errore di credere in questa strana, irraggiungibile santità. Siete troppo saggio per cose del genere”, disse.
“Sì! Sì! Ben detto, Lewis! Eccellenza, non avrei saputo dirlo meglio!”, esclamò Taylor.
Napoleone fu molto colpito dalle parole e dall’affetto dei due soldati.
Davvero due bravi ragazzi.
“Vi ringrazio molto per essermi stati vicini tutto il giorno. Il sole è quasi completamente calato, non c’è più rosso in cielo. Che ne dite se torniamo indietro? So cosa fare con l’altalena di quella piccola peste che è mio nipote”.
I tre uomini si alzarono, slegarono le corde dal noce e si avviarono verso la villa.
Gli umori del gruppo erano completamente guariti, se non addirittura migliorati rispetto alle ore precedenti.
Napoleone sorrideva e chiacchierava amabilmente, stringendosi con la mano il punto dello stomaco che ancora gli faceva male.
Tuttavia, non riusciva proprio a preoccuparsene.
Erano quasi arrivati ai margini del bosco quando superarono un giovanissimo alberello, non più alto di un metro e mezzo.
Nessuno dei tre sapeva cosa fosse.
“Fermatevi un attimo, devo ancora montare questa trappola per monelli!”, rise l’imperatore.
Lewis e Taylor, confusi, lo guardarono appoggiare le corde con la trave tra un ramo e il sottile tronco dell’alberello.
“So già cosa state per dire. L’albero perfetto non esiste o, almeno, non è su questa dannata isola. Jaques aspetterà, col tempo l’albero crescerà e l’altalena gli rimarrà appesa. Anche lui crescerà. Sarà molto bello vedere un po’ questo processo, ora che il mio volge alla fine. Non credete?”, chiese Napoleone con un occhiolino.
I due inglesi si trovarono d’accordo e risero pensando alla sfuriata che avrebbe fatto l’indomani il piccolo Bonaparte, una volta scoperto che avrebbe dovuto attendere chissà quanti anni per dondolarsi da quell’altalena.
Arrivati davanti all’ingresso della villa, Napoleone volle sedersi e riposare qualche minuto ancora all’aperto, sul patio, prima di entrare e cenare con la sua famiglia.
Salutò con una calorosa stretta di mano Lewis e Taylor, ancora ringraziandoli di cuore per tutto quello che avevano fatto per lui.
“Non sarebbe stato possibile portare a termine la mia piccola missione senza il vostro aiuto, ragazzi. Sarei stato orgoglioso di avervi nel mio esercito”, disse loro.
Commossi, i due inglesi si congedarono e andarono a riunirsi ai loro commilitoni.
Non stavano nella pelle di raccontare agli altri la giornata che avevano passato.
Napoleone si sedette sulla comoda sedia che era solito usare e, senza farlo apposta, si addormentò profondamente.
Sognò di essere nel fiore degli anni nel senso più astratto del termine: aveva tutte le migliori qualità di un bambino, di un ventenne, di un uomo di mezz’età e di un anziano, era una composita versione migliore di sé stesso.
Davanti a lui c’era una bella quercia, robusta e, nel suo essere quercia, normalissima.
Sapeva di stare sognando.
Gli era anche chiaro che, se mai avesse voluto svegliarsi, avrebbe dovuto fare qualcosa.
Allora si inginocchiò di fronte all’albero e pregò inneggiando alla vita.
Al suo risveglio, Napoleone si sentiva perfettamente pacifico e riposato.
Ancora accusava qualcosa allo stomaco, ma non più di un gorgoglio sordo.
Era notte fonda.
Nell’aria c’era un forte odore di tabacco.
“Ah, cazzo. Ti ho svegliato”, disse una voce roca.
A parlare era stato James Lennox, il sergente inglese con cui l’imperatore aveva legato moltissimo a Sant’Elena.
Era un uomo duro e severo che si avvicinava ai sessant’anni, forgiato da un’intensissima vita militare.
Sedeva anche lui sul patio, in mezzo a loro c’era un tavolino con una bottiglia di vino francese e due calici.
Aveva appena acceso un grosso sigaro.
Napoleone e Lennox erano soliti parlare proprio la notte, proprio su quel patio, quando nessuno dei due riusciva a dormire.
Fra i due era decaduto quasi immediatamente ogni tipo di formalità, si erano trovati come possono solo gli amanti e certi rari amici.
“Che ore sono?”, chiese l’imperatore, che si accorse di avere una coperta leggera sulle ginocchia.
“Mezzanotte e mezzo. Dormivi come un pupetto, nessuno si è sentito di svegliarti. I ragazzi dicono che hai dato di matto con degli alberi”, rispose Lennox.
Napoleone rise, stappò la bottiglia di vino e riempì i calici.
“Ahimè, è vero. Chi mi rispetterà più adesso?”, disse con tono ironico.
“Vuoi raccontarmi cosa ti è preso?”, incalzò l’altro.
“Farei fatica a spiegarti bene. Quello che posso dirti è che la richiesta di Jaques mi ha preso in modo davvero strano. Mi ha ossessionato tutto il giorno, anche prima di entrare nel bosco”.
“Vuoi vedere che ha a che fare con quegli alberi che avevi sognato?”
“Molto arguto, James. Credo proprio di sì. Infatti, li ho ricordati tutti e tre nell’arco della giornata. È sicuramente quello”.
“Te l’avevo detto che i sogni sono importanti. Ora come stai?”
“Meglio. Molto meglio”.
“Finalmente!”, esclamò James Lennox alzando il calice.
I due brindarono gioiosi guardandosi negli occhi, poi volsero lo sguardo verso la luna e le stelle.
Napoleone chiese anche qualche tiro dal sigaro del sergente.
“Sai, mi sa che tiro e spingo un po’ troppo in questa vita”, disse Napoleone dopo aver buttato fuori il fumo.
Lennox si dovette trattenere dal ridere troppo forte e svegliare tutti nella villa.
“Questo è l’eufemismo del millennio, mio caro. Cosa te l’ha fatto capire?”
“Rischiare di frantumarmi le nocche contro un tiglio alla mia età è stato un segnale abbastanza chiaro”.
“E l’esilio in mezzo all’Atlantico cos’era per te?”
“Una breve e meritata villeggiatura prima di tornare e riprendermi tutto”, scherzò il vecchio.
“Sei davvero scemo. Quindi è stata davvero una giornatina, eh?”
“Non hai idea. Ma tu, invece? Come stai?”
Lennox si incupì leggermente.
“Come sto sempre. Per me oggi era solo un giovedì. Ho svolto le mie mansioni e mi sono fatto gli affari miei, per quanto potevo”.
“Sei stato da solo tutto il giorno, vero?”, chiese l’imperatore, a cui la voce iniziava ad affievolirsi, indebolita forse dal fumo e dal vino.
“Sì”, rispose secco l’altro.
“Mi dispiace. Non credo che saprò mai cosa si provi”.
“In che senso?”
Napoleone bevve un lungo sorso di vino e si aggiustò la coperta.
“Lo sai, James. Mio figlio”.
“Ah. Certo”.
“Mio figlio è qui, praticamente in vacanza. È vivo, mentre il tuo è morto per fermarmi. E tu sei qui a brindare con me. Vuoi sapere una cosa?”.
Una singola, grossa lacrima cadde dall’occhio di James Lennox.
“Dimmi”.
“Sei un uomo cento volte più grande di quanto io sia mai stato. E che io ti abbia detto questo, non ti crederà mai nessuno”.
Dopo aver pronunciato queste parole al suo amico, Napoleone si girò di nuovo verso il cielo e, esalato l’ultimo respiro, un’espressione serena si fermò sul suo volto.
James Lennox, ora da solo, pianse suo figlio in silenzio per qualche lungo minuto.
Poi finì il sigaro e la bottiglia di vino con calma, prima di entrare e avvertire gli altri che presto sarebbero tornati a casa.
IDEALE
18/08/1891
Il sole era tramontato da un pezzo nel deserto di Sonora, la notte si stava confermando solo marginalmente più fresca rispetto ai quaranta gradi del giorno.
Accampato in mezzo alle sterpaglie, a una manciata di miglia dai piedi del monte Baboquívari, John McKeever aveva appena finito di mangiare e stava preparando il caffè sul fuoco.
Ne aveva comprato alcune once con la paga ricevuta per aver aiutato un vecchio contadino fuori Tucson a costruire una stalla per i suoi maiali.
John non beveva e non fumava, credeva fermamente nella salute del corpo come primo scudo contro le intemperie del mondo. In più, si sforzava di disprezzare i vizi.
Solo dopo cena si concedeva giusto una tazza di caffè, a cui teneva più di quanto avrebbe mai ammesso a chiunque. Anni prima si era reso conto che questo rituale quotidiano gli stava piacendo troppo e, temendo che sarebbe stato indebolito dal proprio godimento, si era abituato a cuocere il caffè abbastanza a lungo da bruciarlo e peggiorarne l’esperienza.
Nel giro di qualche mese aveva smesso di piacergli, se ben preparato.
Ignorava la profondità della sua dipendenza dal suo piccolo rituale.
John era seduto nella polvere con il suo cappello bianco appoggiato sul ginocchio, mentre il suo cavallo Benjamin, uno splendido stallone nero vinto a poker il precedente inverno, già dormiva.
Il cinturone con i colpi e la Remington era stato accuratamente appeso a un cactus lì accanto.
In cielo, la luna si stagliava più grande delle montagne: era quasi piena, lo sarebbe stata il giorno dopo.
“Sembri sempre più grande nel deserto”, le disse John sorseggiando il suo caffè.
Seppur interpellata, la luna rimase a illuminare silenziosamente i cactus.
“A volte non ti capisco,” continuò l’uomo, “come mai mi segui sempre ovunque io vada? Sono in movimento da trent’anni e ancora non ho trovato un angolo di America dove tu mi abbia lasciato in pace. Cosa devo fare per stare senza di te?”
Il satellite continuava a non fiatare.
John decise di prendersi un momento per ridacchiare di quanto fosse ridicolo parlare alla luna come stava facendo: sperava di convincersi di non star dando il massimo carattere di realtà a quella conversazione.
“È un po’ che ci penso, sai? Mi segui come un’innamorata segue l’uomo di cui vuole fare uno spasimante. Eppure, non colmi la mia solitudine. Non catturi il mio desiderio, né lo elimini. Davvero non riesco a capirti. Hai illuminato innumerevoli notti come questa, strappando al buio i pericoli che vi si celano. Non so cosa sarebbe stato di me, senza il tuo aiuto quella notte con l’orso. Ma che razza di innamorata decide in altri notti di sparire del tutto? Se davvero mi vuoi, perché mi lasci affondare nelle tenebre ogni volta che ti viene comodo?”.
John alzò al cielo la mano sinistra e mostrò alla luna il suo anulare mozzato a un paio di centimetri dalla nocca.
“Eri lontana o solo nascosta quando il coyote mi ha fatto questo? Rispondi! Eri lontana o solo nascosta? Fortuna che sparo con la destra! Se mi sono fatto male la colpa è solo tua, lo sai. Perché te ne stai lì senza dire niente? Prima mi pedini e poi non ti importa di quello che ho da dirti? Basta, ho deciso: puoi tenertelo, il tuo aiuto. Tanto la notte si illumina meglio col fuoco”.
Come finì di parlare, John fu scosso da un violento brivido.
I suoi occhi corsero impauriti al fuoco e pensò che con un po’ di fortuna la luna non avrebbe smesso di seguirlo e ispirarlo.
Per il resto della nottata non ebbe il coraggio di guardare al cielo, si limitò a scrutare solo la terra.
Non gli sembrava essere passato neanche un minuto, quando successe qualcosa che John trovò molto strano: ai piedi del Baboquívari apparve l’inconfondibile, tenue bagliore rosso di un fuoco.
Per quanto il clima fosse secco, un deserto non si incendia da solo di notte.
In più, il bagliore non cresceva e non diminuiva.
“Un fuoco da campo,” osservò ad alta voce John McKeever, che amava parlare da solo in qualsiasi situazione.
“C’è qualcuno”, aggiunse.
Tutto ciò apparve così strano al nostro eroe proprio perché il sole era calato da almeno un’ora e mezza.
Questo significava che chiunque avesse acceso quel fuoco aveva viaggiato di notte, in mezzo alle peggiori bestie che l’Arizona aveva da offrire.
“Che razza di scriteriato farebbe qualcosa del genere?”, si chiese John.
“Non deve per forza essere uno scriteriato: potrebbe essere un grand’uomo, potrebbe non aver paura di niente, nemmeno della notte sterminata. Sarà così di sicuro. Una vera icona del West, quello lì. Impavido, pulito, sempre onesto con il prossimo… ma che dico? Probabilmente si tratta di uno di quegli squilibrati rifiutati dalla società, magari un criminale. Uno di quelli che esagerano con le donne, perché no? Magari è peggio ancora, magari corre dietro ai bambini. Solo gli animali e i selvaggi si spostano di notte, è risaputo”, diceva mentre si coricava sotto la tenda.
John McKeever si considerava molto bravo ad addormentarsi a comando, gli bastava chiudere gli occhi e svuotare completamente la testa.
Passò un minuto e gli si sbarrarono gli occhi.
“E se fosse davvero un selvaggio?”
Si alzò e circondò il suo piccolo accampamento di rametti secchi, poi caricò la Remington e, tenendola ben stretta, tornò sotto la tenda.
“Ora vediamo se riesci a farmi un agguato, maledetto selvaggio. Io, intanto, domani mi alzo prima dell’alba e ti vengo ad agguantare. Hai appena fatto il fuoco, non riuscirai mai a svegliarti prima di me”, borbottò John mentre le palpebre gli si chiudevano lentamente.
“Quel contadino non ha capito niente di me, pensava davvero che fossi pigro e stupido, glielo leggevo negli occhi. Vecchio idiota. Un pigro stupido sarebbe capace di intrappolare un selvaggio così facilmente? Non credo proprio. Vecchio idiota…”, fu il suo ultimo ragionamento prima di cadere in un sonno profondo.
John McKeever fu svegliato dal crepitare di un fuoco e da un profumo di caffè.
Fece del suo meglio per non sussultare e rimase immobile, come se stesse ancora dormendo: qualcuno era lì a mettere le mani sul suo accampamento.
La cautela era la massima priorità in una tale situazione.
Attraverso le palpebre chiuse, John vedeva abbastanza luce da essere sicuro che fosse mattina.
Sentiva un singolo paio di stivali che calpestava il terreno, un singolo cinturone tintinnare.
Insomma, gli affinati sensi del nostro eroe gli confermavano che c’era solo una persona lì a minacciarlo.
Assolutamente gestibile, specialmente se preso di sorpresa.
John appoggiò il pollice sul cane della Remington, pronto ad armarlo.
Contò fino a tre e, con un grido, saltò fuori dalla tenda puntando la pistola nella direzione generale dei suoni che stava ascoltando.
Purtroppo, il sole non gli fu alleato in questa mossa coraggiosa: passare dall’ombra alla luce troppo velocemente accecò parzialmente John e lo sbalzo di temperatura a momenti non gli fece cedere le gambe.
“Fai piano, straniero! Non spareresti certo prima di aver preso il caffè!”, rise l’altro.
Al nostro eroe cominciò a tornare la vista.
L’intruso, un uomo sulla quarantina, sorrideva con due tazze fumanti tra le mani. Dal suo fianco pendeva una Colt.
“Siediti e bevi con me, sono molto curioso di conoscerti”.
John lo guardò meglio.
Aveva un viso abbastanza simmetrico, invecchiato dal sole.
Sopra al suo naso dritto e squadrato, quasi greco, brillavano due occhi color cobalto.
I suoi capelli brizzolati, un po’ troppo lunghi per essere detti eleganti, spuntavano da sotto un vecchio cappello nero.
John notò che anche a lui mancava l’anulare sinistro. Non era la coincidenza più assurda che gli fosse capitata nella vita, ma era comunque degna di nota.
L’intruso non sembrava minimamente scosso dalla Remington puntata al suo volto, anzi, pareva quasi divertito.
“Sei molto affabile per un ladro di caffè, straniero”, ringhiò John.
L’altro fece una smorfia di divertita, finta offesa.
“Oh, ma io non mi permetterei mai! Ho usato le tue stoviglie, è vero, le mie le ho lasciate nel mio accampamento assieme al cavallo, ma il caffè e l’acqua vengono direttamente dalla mia scorta!”, esclamò.
John abbassò lentamente la pistola.
“Sono sicuro che non ti spiacerebbe bere un sorso da entrambe le tazze prima di darmene una”, disse.
“Certo che no”, rispose l’altro, ed eseguì.
Soddisfatto, il nostro eroe finalmente accettò il caffè.
“John McKeever”, si presentò.
“Roy Harris, molto piacere”.
“Il tuo caffè è buono, Roy, te lo devo concedere”.
“Il segreto è non cuocerlo troppo, così conserva tutti gli aromi!”
“Ora però devi dirmi cosa ti porta nel mio accampamento e perché vorresti conoscermi”.
“Ma certo! Ieri notte, quando mi sono accampato là dal Baboquívari, ho visto il tuo fuoco da lontano e mi sono chiesto chi altro amasse il Sonora tanto da frequentarlo in agosto. Mi sono risposto che sicuramente sarebbe stato un uomo abbastanza interessante da essere conosciuto”.
John trasalì: sveglio da pochi minuti, non aveva avuto l’opportunità di collegare Roy a quanto aveva visto la notte prima.
“Quindi eri tu… anche io ti ho visto ieri notte. Come sei finito a vagare il deserto dopo il tramonto? Non è frequente che un uomo della tua età ancora ne ignori i pericoli”.
“Oh, ma io non li ignoro! Semplicemente conosco queste zone come le mie tasche, abbastanza da permettermi qualche piccolo rischio. E poi dovresti vedere dove mi sono accampato, è il mio luogo preferito al mondo, di una bellezza e profondità naturale difficile da spiegare a parole. Anzi, ti dirò, il cammino non è troppo lungo… posso portartici se vuoi, te lo faccio vedere così potrai andarci anche tu. Puoi anche lasciare qui il cavallo, ti prometto che sarai tornato prima di mezzogiorno”, disse Roy Harris mentre caricava e accendeva una bella pipa d’osso.
John McKeever non era un uomo che faceva amicizia facilmente.
Lo infastidivano specialmente gli individui che si mostravano troppo affabili, troppo velocemente.
Non si trattava nemmeno della sua effettiva mancanza di fiducia nel prossimo: semplicemente certa gente non gli piaceva.
Detto questo, per un qualche motivo, forse proprio per compensare la misantropia, John tentava sempre di mostrarsi intelligente e accomodante.
Decise quindi di accettare l’invito di quel Roy Harris che gli aveva invaso l’accampamento.
Nella prima mezz’ora di cammino i due uomini finirono le normali presentazioni di due persone che si stanno appena conoscendo.
Roy era nato in mezzo al niente, a nord del New Mexico.
Quando lui e la sorella gemella Cathy – ora morta – erano ancora in fasce, subito dopo l’Acquisto Gadsen, la sua famiglia si era trasferita a Tucson.
Vantava di conoscere l’Arizona come le sue tasche.
John, invece, era del Maine.
In tarda adolescenza era scappato a Independence e si era accodato a una carovana per l’Oregon.
Una volta arrivato, era sceso fino al Sonora lavorando dove riusciva, per lo più in cambio di cibo.
Entrambi i loro padri bevevano come spugne, entrambi a casa parlavano solo con la cinghia. Quello di Roy era morto per una cannonata di nientemeno che Custer; quello di John semplicemente stramazzò a trent’anni tra un bicchierino e l’altro.
Entrambe le loro madri erano deboli di salute e si erano per lo più sgretolate sotto il peso della vita infame di quel periodo.
Entrambi i protagonisti della nostra storia erano profondamente innamorati di quel deserto e della sua inospitalità.
Quando potevano, vi si recavano per campeggiare in solitudine e rigenerarsi spiritualmente.
Le varie somiglianze dei loro vissuti elettrizzarono Roy, mentre John non volle sbilanciarsi.
“Viviamo tutti vite difficili,” osservò, “e a volte mi sembra che i padri di tutti siano degli schifosi ubriaconi”.
“Questo significherebbe che siamo tutti simili! Ancora meglio, no?”
“Il punto è proprio che siamo tutti simili, davvero troppo perché abbia senso fare nuove conoscenze”.
“Non vorrai dirmi che questa strana mattinata ti è indifferente”.
John non volle rispondere alla provocazione.
“Ieri notte ho cercato di figurarmi chi potessi essere”, disse invece, quasi senza farlo apposta.
Roy fece un’espressione sinceramente incuriosita.
“Ah, sì? E chi hai immaginato?”
“Parto dalla fine: sono andato a dormire dando per scontato che fossi un Tohono. Per questo avevo già la pistola in mano. Ma il vero primo pensiero che ho avuto è stato che tu fossi un’icona del West, un impavido, un uomo ideale che non teme nemmeno la notte. Insomma, mi sono un po’ perso a figurare ciò che voglio essere”.
“Dubito di essere un’ideale!” rise Roy, “Ma dimmi di più di questa tua volontà. Cosa credi che debba essere o fare un uomo?”
“La tua non è una domanda a cui è semplice rispondere, ma vale la pena fare un tentativo. Un uomo deve essere forte, deve riuscire a sostenere ogni peso che gli viene messo sulla schiena senza mostrare il minimo segno di cedimento, anzi! Anche dentro di sé non deve più sentire la fatica, la deve riconoscere come una menzogna del corpo, fintanto che riesce a fare quello che sta facendo. Ovviamente, non mi riferisco solo al peso reale sulla schiena reale. Un uomo deve essere in grado di affrontare qualsiasi tipo di turbamento interiore con la stessa onestà, arguzia e intelligenza che gli è richiesto di applicare alle questioni esteriori, visto che si tratta così spesso dei due aspetti di un singolo problema. L’onestà prima di ogni cosa. Se non riesce ad essere arguto o intelligente, come minimo deve sempre dire il vero. Poi, nel momento in cui non racconta menzogne, è automatico che un uomo sappia anche come curarsi di sé: si tiene bello, in forma e pulito, si veste bene, non si lascia tentare dai vizi. Un’ultima cosa, secondo me importantissima: il futuro non è un suo problema. Il futuro non esiste nella realtà, è sempre al di là di dove siamo noi, non è un effettivo contenitore di rischi. Solo il presente lo è. Per questo, la sua massima prerogativa deve essere il miglior comportamento possibile al presente, così che, di momento in momento, la stabilità della sua vita non sia mai messa in discussione dall’altro. Un uomo che si lascia sopraffare dal mondo non è un uomo ed è per questo che ha tutti questi compiti: solo adempiendo alle regole che ti ho appena detto può raggiungere la forza e la durezza che gli servono per non essere mai sconfitto”, dichiarò con risolutezza John McKeever.
Era molto orgoglioso di sé e di come era riuscito a esporre i suoi ideali senza balbettare o aver avuto bisogno di correggersi.
Sicuro di aver colpito il suo interlocutore, non gli chiese nemmeno cosa pensasse di quanto aveva appena ascoltato e, senza nemmeno guardarlo, aspettò i complimenti che era certo di meritare.
“Beh, devo ammettere che… ehi, guarda lì!”, esclamò Roy Harris indicando una massa bianca a una ventina di metri da loro.
John rimase un po’ offeso dalla distrazione, ma fu effettivamente incuriosito.
I due si avvicinarono a quello che presto identificarono come lo scheletro di un coyote, completamente ripulito di tutte le carni e sbiancato da chissà quanti giorni di sole.
“Ah, non è niente di speciale, solo un coyote”, commentò John mentre l’altro ispezionava la carcassa.
“Questo lo dici tu”, disse Roy estraendo tre ossicini dal teschio e ricomponendoli sul palmo della mano destra.
“Cosa ti sembra, John?”
Era un dito umano.
“A giudicare dalla lunghezza… potrebbe essere un indice?”
Roy fece un sorriso complice e si mise la mano sinistra di fronte al volto, in modo che un occhio rimanesse visibile nello spazio tra il medio e il mignolo.
John ridacchiò dell’assurdità a cui gli si stava proponendo di credere.
“Ma per favore! Vuoi davvero dirmi che avresti appena trovato il tuo anulare?”
“Sembra proprio di sì, invece. Guarda, è della misura perfetta. E poi, campeggiavo proprio da queste parti quando l’ho perso. Era giusto l’anno scorso, me l’ha staccato un coyote di notte. Il dito era incastrato in fondo al teschio: deve essercisi strozzato, il bastardo! Se l’avessi cercato meglio il giorno dopo, l’avrei sicuramente trovato… dannata pigrizia”.
Roy fece spallucce e si ficcò gli ossicini in tasca.
“Non c’è modo di provare che quello sia davvero il tuo dito”, disse John.
“E perché mai? Quanti anulari lunghi quanto il mio pensi che troveremo proprio nel luogo in cui l’ho perso? Se vuoi possiamo perlustrare la zona e vedere se troviamo anche il tuo!”, rise Roy.
“Molto divertente, Harris. Il mio dito è da qualche parte in Oregon, me l’ha preso un coyote nella notte più buia che un uomo abbia mai visto. Nessuno in carovana mi è stato d’aiuto. E fidati che, con anche il più flebile raggio di luce, non sarebbe successo nulla. Ero pronto a tutto”.
“Tutto, meno quello che non potevi vedere. Di notte, non è poca roba”, chiosò Roy.
John ne fu molto irritato e fece del suo meglio per nasconderlo.
In più, non aveva dimenticato che il suo bel discorso sull’ideale di vita maschile era stato completamente ignorato in nome della deturpazione di un casuale scheletro di coyote che, per pura coincidenza, conteneva quello che più probabilmente era un indice.
“Lasciamo perdere. Cosa pensi di quello che ti ho detto?”
“Quando?”, chiese Roy sorridendo solo con l’angolo della bocca.
“Non prendermi in giro. Mi riferisco al mio discorso di qualche minuto fa su come deve vivere un uomo”, rispose John seccato.
“Ah, ma certo. Penso che direi cose simili, eppure avrebbero un suono completamente diverso”.
“Non capisco”.
“Lascia che ti faccia una domanda per sicurezza, potrei aver capito male io. Perché un uomo deve fare tutte quelle cose? Essere forte, onesto, intelligente, eccetera?”
“Come, perché? Se non facesse così, chiunque altro lo mangerebbe vivo”.
“Ecco! Bene, allora avevo capito. Ti confermo che non siamo d’accordo, John. Riprendiamo il cammino, ti spiego come mai”.
“Non vorrai dirmi che un uomo deve essere debole, bugiardo e stupido!”
“Ci mancherebbe solo! Quello che dico è che non importa l’altro quando si parla di virtù personale. Sono con te quando dici che è fondamentale rendersi forti abbastanza da sostenere i propri pesi e allenare il cervello a risolvere la maggior quantità di problemi che gli è possibile. Inoltre, so bene che mentire non è quasi mai utile”.
“Mai e poi mai”, sottolineò John.
“Ti chiederai, allora, perché in verità la penso diversamente da te. Io trovo che le qualità che hai eloquentemente descritto siano importanti di per sé, non in quanto difese dal mondo e dagli altri”.
“Ti sbagli, Harris. Quando mai un uomo ha bisogno di essere forte se non di fronte a una prova fisica? Cosa se ne fa dell’intelligenza se non ha problemi da risolvere? Perché dovrebbe dire la verità se non ci fossero conseguenze da subire per le menzogne?”, incalzò John.
“Belle domande, non c’è che dire. Permettimi di fartene una io. Un dottore di quanta forza fisica necessita?”, chiese Roy alzando un sopracciglio.
“Non più di un uomo medio, di certo meno di un bracciante”.
“Ma un dottore che, per esempio, ha avuto un padre brutale come i nostri, non si ritroverebbe forse a desiderare di essere forte come un soldato?”
“Me lo aspetterei”.
“Soffrirebbe quindi della propria relativa debolezza. Siamo d’accordo che soffrire peggiora la vita e avvilisce l’animo al punto da poter mettere a repentaglio molte cose importanti?”
“Siamo d’accordo”, dovette ammettere John.
“Ora, una sofferenza del genere può essere guarita in un solo modo: costruendosi nel fisico, acquisendo forza. Qualcuno potrebbe dirmi che questa soluzione al problema andrebbe prima trovata con intelligenza, ma non è così, anzi. Credo che l’uomo più stupido del mondo sarebbe ancora più veloce a risolvere questo problema andando a cercare modi per rinforzarsi. Ovviamente, se ipotizzassimo un bracciante che anela alla propria intelligenza, giungeremmo alla stessa conclusione”.
John non era contento di farsi spiegare la vita da un uomo così irritante.
“Che mi dici dell’onestà allora? Un bugiardo soffre delle proprie bugie solo se scoperto”, sentenziò.
“Questo sarebbe vero solo per qualcuno che vive senza conoscere il dolore del rimorso. È il tuo caso?”, chiese Roy.
“No. Mi sincero di soffrire tutti i miei errori quanto più posso, è l’unico modo per espiarli”.
“Quindi pervieni al perdono di te stesso solo tramite il dolore autoimposto?”
“Quale altro modo ci sarebbe?”
“Non è sempre facile, ma credo che, tramite una più larga accettazione di sé che include la capacità di commettere errori, si possa evitare questo genere di tortura”.
“Parli come se sapessi tutto di tutto, Harris”, rispose John, sempre più innervosito dall’aria di superiorità che vedeva in Roy.
“Purtroppo, invece, so molto poco”.
“Non fare il modesto con me. Piuttosto, dimmi allora come dovrebbe essere un uomo secondo te”.
Roy sorrise.
“Sei sicuro di avere voglia di ascoltarmi?”
“Sono tutt’orecchi”.
“Va bene. Come te penso che per chiunque sia assolutamente necessario sviluppare le proprie qualità, ma trovo che vada fatto con ambizione. Bisogna ambire alla realizzazione del proprio potenziale. L’idea, poi, non è nemmeno arrivare al traguardo, il potenziale non è un punto d’arrivo, è qualcosa di evanescente, esiste solo nel futuro e – come dicevi anche tu – il futuro non esiste. Parlo quindi di aderire a un processo, piuttosto che stabilire forza, intelligenza, onestà e qualsiasi altra cosa come punto d’arrivo. Peraltro, è mia esperienza che chiunque cerchi di percorrere davvero questa via, abbia sempre meno problemi con il mondo esterno. Questa però è una conseguenza, mi segui? Cercare di alzare le difese è un obiettivo decisamente misantropico, oltre che destinato al fallimento. Tu, John, fai del tuo meglio per essere qualcosa di inespugnabile, ma puoi davvero dire di aver fermato la sofferenza?”
“No, anzi. La vita mi ha deluso molto”.
“Perché?”
John, piagato da una malcelata teatralità, fece un lungo sospiro.
“Tutto ciò che è bello finisce e diventa qualcosa di brutto. Dirai, anche ciò che è brutto finisce e diventa qualcosa di bello, ma sta proprio lì la delusione. Da bambino ero felice: correvo, urlavo, giocavo e mi divertivo. Poi arrivava qualcosa a fermarmi – potevano essere le cinghiate del mio vecchio come gli scherzi degli altri bambini – e, chiaramente, non ero più felice. Il giorno dopo tornavo a giocare e a correre e a urlare, è vero, ma ogni volta era un’esperienza leggermente peggiore. Correvo un po’ più lentamente, urlavo più piano, giocavo con minore fantasia, giorno dopo giorno finché quella gioia non è sparita. Lo stesso vale per innumerevoli altre questioni, come l’amore. Mi sono innamorato tre volte nella vita e ogni volta ho sperato che potesse essere l’ultima. Sai perché? Speravo che il mio primo amore fosse l’ultimo perché non sopportavo l’idea che potesse finire, né di dover scalare di nuovo la montagna di insicurezza e imbarazzo che è il corteggiamento di una donna che desideri davvero. Dal mio secondo amore è cambiata la musica. Pregavo, Harris, che fosse l’ultimo perché già sentivo che stavo provando qualcosa di meno profondo e coinvolgente. Avevo capito che di volta in volta sarebbe stato tutto sempre più mite, più ovattato. Il terzo amore ha confermato la mia ipotesi. Per questo la vita mi ha deluso. Quando ero un bambino debole e stupido, incapace di avere il minimo controllo sulla mia vita, guardavo gli adulti e non vedevo l’ora di avere le loro risorse per finalmente godermi la mia fetta di sogno americano. Invece, tutto ciò che è bello esiste in uno stato di lento e inevitabile deterioramento”, disse, con la voce che minacciava di rompersi qui e là nel discorso.
“A me sembra che tu abbia raccontato una storia vaga e confusa per giustificare la tua crescente misantropia”, rise Roy.
John McKeever ne fu offesissimo.
“Invece ti ho spiegato qualcosa di molto profondo. Sei tu che non vuoi capire, Harris”, rispose piccato.
“Guarda, io sono sinceramente convinto che le lezioni più importanti, tra quelle che siamo tenuti a imparare nella vita, necessitino di un rapporto aperto e sincero con tutto ciò che è diverso da noi, a partire dalle altre persone. Sarebbe stupido un uomo che ama la sua seconda donna tanto quanto la prima? Sarebbe necessariamente stato incapace di imparare una qualche cinica lezione sulla caducità dell’amore? È vero che esistono gli ingenui, ma immaginati un uomo che per una causa o l’altra perde il suo primo amore, conosce l’abissale sofferenza che ne segue e tuttavia decide di avere il coraggio di darsi completamente alla prossima avventura, quando questa capiterà. Non ti sembrerebbe davvero forte e coraggioso?”
“Stai dicendo che sono stato debole e vigliacco? Che ho scelto io di essere deluso e che non è stato il mondo a deludermi?”
“No. Questo l’hai appena suggerito tu, però”.
“Ti ho già intimato di non prendermi in giro, Harris. Sai bene di cosa stiamo parlando e so che hai scelto con cura le tue parole. Come minimo hai alluso a quello che pensi davvero di ciò che ho detto”.
Roy soffocò un risolino.
“Può darsi. Ma guarda, siamo praticamente arrivati al posto di cui ti parlavo. Hai visto che non ci è voluto molto? Vieni, ti faccio vedere dove mi accampo tutte le volte che vengo”.
Tra i vari discorsi, il sole rovente e quello strano episodio con la carcassa del coyote, John non si era accorto che ora il monte si stagliava enorme di fronte a lui e Roy.
Ai piedi del Baboquívari, guardando verso sud, chi prende un piccolo sentiero nascosto e lo segue per un paio di tornanti non troppo intuitivi, si ritrova in un meraviglioso punto panoramico che dà su tutta l’Arizona.
L’aria lì sembra più fresca, l’ombra più ricreante.
Per chi ama la vista di un deserto sterminato, popolato solo da rocce, cactus e la fauna più fastidiosa del Nordamerica, potrebbe non esistere un luogo migliore dove riposare.
Per questo vi abbiamo offerto le indicazioni più chiare a nostra disposizione.
Quel giorno, poi, vi si trovavano anche un vecchio cavallo bianco che pisolava tranquillo, una tenda e i resti di un fuoco.
John fece un lungo respiro mentre si godeva la vista.
“Il gusto non ti manca, Harris”, disse senza curarsi della sostenuta, confusa ostilità che aveva tenuto fino a quel momento.
Sfortunatamente per i suoi già fragili nervi, se ne ricordò immediatamente dopo aver parlato.
Roy era in piedi alla sua destra e, con un largo sorriso compiaciuto, stava già riempiendo la pipa.
“Vuoi fumare?”
“No. Come dicevo prima, faccio una vita onesta. E quando sei onesto sai che i vizi non sono altro che l’espressione del male che proviamo per noi stessi”.
“Mi fai davvero sospirare con queste tue grandi dichiarazioni, John. Non credi che possa essere ancora più onesto accettare che il sapore del tabacco è buono, che il fumo caldo a volte è il più degno sostituto dell’aria? Il vizio è una vera, onesta parte della vita, almeno per tutti i mammiferi. Senza eccedere, è la miglior pausa da questo mondo che tu, non io, hai chiamato deludente”.
Dopo un breve silenzio John prese la pipa.
“Non mi sembra di essere solo io quello che si lancia in grandi dichiarazioni”, commentò mentre accostava un fiammifero al braciere.
Inspirò profondamente, sincerandosi di far passare il fumo sulla lingua e il palato prima di spingerlo nei polmoni e tenerlo lì quel tanto che bastava per sentire quel leggero giramento di testa così piacevole e rilassante.
Buttò fuori il fumo e ridiede la pipa a Roy.
“Già, proprio come mi ricordavo, non mi perdo niente a non fumare”, mentì.
“Farò finta di crederti”.
John digrignò i denti.
“Più ci penso, Harris, più mi sembra che il nostro scambio di ideali porti alle stesse conclusioni, solo che tu insisti a dare una lettura sciocca e umanista ai motivi per cui è necessario vivere al meglio”, disse per cercare di ferire l’altro.
Roy sputò un globo di saliva annerita dal tabacco.
“Vuoi sapere cosa penso davvero?”, chiese con tono improvvisamente seccato.
“Lo aspetto da tutto il giorno”.
“Penso che nella mia vita ho sentito molte volte il tuo discorso infantile su come il vero obiettivo di un’esistenza sia impedire al mondo di entrare. Pochissime volte, invece, mi è capitato di incontrare qualcuno che si sia impegnato quanto te a saper esporre con eloquenza questa idiozia, men che mai qualcuno che abbia avuto lo stesso tuo impegno nel realizzarla. La maggior parte di quelli che la pensano come te riescono al limite a spiccicare due parole su come i deboli siano delle femminucce e, fortunatamente, questo genere di discorso rimane rappreso sul fondo di un bicchierino di whiskey. Tu mi colpisci, John, perché hai tenuto così tanto alla tua chiusura che, per ottenerla, ti sei costruito in modo davvero eccezionale. Sei forte, arguto, intelligente, hai una tua cultura e sai sostenere discorsi complessi. È un vero peccato che tu abbia fatto tutto questo per tenere fuori l’umanità e non per parteciparvi al meglio. Ecco quella che io credo sia la verità: siamo qui per connetterci gli uni con gli altri e sviluppare le nostre qualità è necessario perché noi siamo parte del mondo. Migliorandoci lo miglioriamo nella sua interezza”.
John fece un lento applauso colmo di sarcasmo.
“Belle parole, non c’è che dire. Sei riuscito a darmi del bambino idiota e a provare che ho ragione tutto in una volta”, sibilò.
“Dimmi, come ho fatto?”
“Nonostante tutto il mio lavoro, sei riuscito a darmi sui nervi come nessuno che io abbia incontrato prima d’ora”.
Roy Harris rise di gusto.
“La tua passione radicale per l’onestà è davvero ammirevole”.
John McKeever squadrò in silenzio l’altro uomo.
Tentò di sembrare quanto più stoico poteva, ma la palpebra destra gli vibrava come impazzita.
“Mettiamoci alla prova”, disse allora.
Roy gli lanciò un’occhiata interrogativa.
“Vediamo chi ha ragione, Harris. Oramai non ci resta che capire chi di noi due sta andando nella giusta direzione, o no?”
“E come hai intenzione di capirlo?”, chiese Roy con sguardo non più furbo, ma indurito.
“Siamo due gentiluomini nel deserto e siamo armati. Sai bene dove voglio arrivare”.
Si accordarono per un classico duello: partenza schiena a schiena, quindici passi, un singolo proiettile.
John McKeever e Roy Harris si misero in posizione e iniziarono a camminare.
I loro passi erano lenti e pesanti, cadenzati dal contare ad alta voce dei due.
A metà tra il quattordicesimo e il quindicesimo passo, John cominciò a girarsi.
Roy si girò come da regolamento ma fu più veloce: spararono allo stesso tempo.
Il proiettile di John colpì alla spalla sinistra senza uscire dall’altra parte.
Roy centrò l’altro nel petto ma sparò subito altri due colpi, uno al cuore e uno proprio alla spalla sinistra di John, che crollò a terra e morì immediatamente.
Sopravvissuto all’incontro, Roy spinse con grande sforzo il cadavere giù per il sentiero e si sedette a medicare la ferita.
Nel frattempo, il baccano aveva svegliato il suo cavallo.
“Non ti preoccupare, Benjamin, è già tutto finito”, grugnì l’uomo mentre scaldava la lama di un coltello per estrarre il proiettile dalla ferita.
Vi risparmiamo i dettagli più truculenti di un tale processo.
Quando ebbe finito, si pulì come meglio poteva, si bendò e si coricò sotto la tenda.
“Giornata di merda”, furono le parole che scivolarono dalla sua bocca mentre si addormentava.
Al risveglio di Roy Harris era già sera.
Il sole era quasi tramontato del tutto e sul cielo si imponeva una meravigliosa luna piena.
“Certo che ho barato”, le disse l’uomo.
“Non avevo certo voglia di farmi ammazzare così da uno sconosciuto, non in nome di un’ossessione per l’onestà o per un’arbitraria correttezza. E poi, Clarisse mi aspetta a casa. Pensa cosa direbbero di me le sue sorelle se non tornassi mai dalla mia piccola vacanza. Ora, per favore, veglia su di me mentre preparo il fuoco”.