L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re

Vorrei essere come te.
Vorrei essere come te perché sei così tante cose che non sono.

Fai così tante cose che non faccio.
Tutto il bene che conosco ma sono troppo vile per farlo, lo fai.
Tutto il male che vorrei fare per sentirmi leggero e libero dalla morale, lo fai senza corromperti.
Tutto ciò che sta a metà, che non colora alcunché – né lo cancella – e che non faccio per onesta mancanza di interesse, tu lo fai e io te lo invidio lo stesso.

Ti invidio enormemente.
Vorrei abitare il tuo corpo, fatto di una pasta più tenace del mio, così potrei riempire la mia vita di tutte le grandiose attività che impreziosiscono la tua.
Vorrei abitare la tua mente, luogo dove tutto è coerente e preciso ma su cui, al tempo stesso, regna la tua meravigliosa poesia.
Vorrei che tu custodissi un segreto inconfessabile, qualcosa che sia in grado di giustificare quanto sei meglio di me. Allora potrei cercare di scoprirlo, farlo mio, diventare come te.
Purtroppo, so già che impazzirei su un tale trono, nel timore di chi è come me e che verrebbe a portarmi via il segreto della mia gloria.

Vorrei essere unico e insostituibile come te.
Non ho mai conosciuto nessuno come te.
Ho conosciuto esclusivamente tuoi simili, ma come te non c’è mai stato nessuno.
Se io fossi unico e insostituibile come te, non avrei più tutta questa paura della solitudine.
Di certo molti dei miei rapporti continuerebbero a finire, ma avrei l’intima sicurezza di poter portare me stesso nei successivi e godrei della mia compagnia nel frattempo.

Quella che provo non è solo invidia.
Credo che tu non sappia quanto mi ispiri.
Pulisco casa mia nella speranza che tu la veda.
Mi alleno per essere alla tua altezza quando ti sono accanto.
Esco e socializzo per capire meglio come fai ad amare, così da non deluderti con la mia piccolezza.
Scrivo perché tu mi legga. Da questo davvero non so cosa aspettarmi: leggi già il meglio che ci sia, come faccio a sperare di colpirti? Lo spero davvero?
Se così non fosse, però, perché scriverei? Sono sicuro che tu avresti la risposta.

Mi vergogno di aver iniziato la mia confessione parlando di invidia.
Ti chiedo scusa, non mi sento mai a mio agio in uno stato di ammirazione.

Eppure, tu mi meravigli.
Rimango sempre a bocca aperta quando vedo come trasformi in gioco tutto ciò che lo necessita, dall’arte all’amore.
Mi sbalordisce la semplicità cristallina con cui svolgi i tuoi doveri, non perché non ce lo si possa aspettare da te, ma perché davvero non so come tu faccia.
Desidero la tua compagnia più di ogni altra, anche se a malapena riesco a guardarti quando sei con me.
L’incredibile dinamismo di tutto il tuo essere è semplicemente abbagliante.

Devo terminare questa lagna prima che mi intrappoli.
Ti scrivo solo un’ultima cosa.

Sei attività, movimento, terra e aria, acqua e fuoco. Sei tutto quello che è e che possa mai essere.
L’ombra della mia invidia, del mio desiderio di abitare la tua esistenza, è che ti amo.
Rideresti, se sapessi fin dove sono andato a cercarti. Forse rideremmo insieme.

3 pensieri su “L’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re

  1. Il senso di inferiorità e, conseguentemente, l’ammirazione ( spesso ingiustificata) altrui portano inevitabilmente a una fuga da se stessi. Parli a un te divino, immaginato, inarrivabile, col desiderio di poter diventare perfetto, scrivi: “Se io fossi unico e insostituibile come te, non avrei più tutta questa paura della solitudine” qui secondo me è vero il contrario, mi spiego peggio; il senso di inferiorità credo derivi in primis dall’incapacità di accettare la propria umanità, la propria imperfezione, è cibando questa febbrile ricerca della perfezione che si rischia di vivere sconosciuti a sé stessi, in una sorta di rincorsa all’ideale senza tregua che non ci permette di rallentare e modificare il modificabile o accettare le nostre pecche. Ci si sente come sotto osservazione “pulisco casa mia nella speranza che tu la veda” cercando di meravigliare il nostro sé ideale; ma così facendo non si è mai davvero soli, e non si è mai davvero genuini con se stessi. In tal senso hai paura della solitudine perché, solo davvero, non lo sei mai stato se c’è sempre un qualcuno da impressionare ( anche se è una parte di sé e non una persona effettiva). Ciò che spaventa della solitudine in questo caso credo sia l’accettazione della propria imperfezione, della propria “non-divinità”, della propria mediocrità forse, ma credo altrettanto che questa forma di accettazione sia poi l’unica che ci permetta di essere veramente liberi ( anche da noi stessi e dalle nostre pretese). Ha senso?- nella mia testa si, spero anche fuori-

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