Ho recentemente guardato il film di Garfield, quello animato del 2024 con Chris Pratt.
Normalmente, a partire da quel che minaccia di essere una merda, non guardo quasi nulla.
Tuttavia, durante una notte particolarmente annebbiata, alcuni clippini su YouTube mi avevano molto incuriosito.
Sostanzialmente, in “Garfield – Una missione gustosa” sembravano voler mettere il protagonista alle prese con una vera storia, addirittura un arco narrativo.
I miei sospetti sono stati confermati da una ricerca su Wikipedia, dove ho letto il primo paragrafo della trama.
La sera dopo mi sono trovato uno streaming e ho costretto il mio coinquilino a spararselo con me.
Da scrittore, sono tenuto dalla società ad emozionarmi all’idea che qualcuno abbia provato a tirare fuori un bel film dalla striscia Garfield.
Questo perché Garfield è, sostanzialmente, meme di gatti.
Odia il padrone, odia il cane, ha sempre fame.
Troviamo buffo affibbiargli caratteristiche e problemi dell’umanità, come l’odio per il lunedì.
Cosa potremmo dire di Garfield che non potremmo dire di qualsiasi gatto memato?
Che tratti caratteriali ha su cui possiamo costruire una storia complessa?
La pigrizia? Auguri.
E a chi pensa che per avere qualcosa di guardabile sia sufficiente assumere quella specie di mormone pazzo di Pratt: chiudete pure il blog, qui non ho niente per voi se non infamia e disperazione.
Quindi, come si fa un film su Garfield?
Questi hanno pensato di dargli un padre, randagio e assente a partire dall’infanzia del protagonista, che sia un po’ il suo opposto, per lo meno perché è un personaggio dinamico.
I due possono riunirsi, avere conflitti, imparare qualcosa l’uno dall’altro e in quattro e quattr’otto abbiamo un film.
Tutto questo mestiere qua è riuscito molto male, ve lo dico subito.
La trama si perde in una sequenza confusionale di gag e twist senz’anima che sono la principale sostanza del film.
Il dinamismo stesso del padre è un twist: scopriamo che era sempre stato buono, mentre Garfield decide di perdonarlo non perché il proprio personaggio abbia movimento, ma perché per coincidenza scopre di non essere mai stato davvero abbandonato.
Il mio piano iniziale, cioè tessere le lodi di un nobilissimo tentativo di cucire una trama attorno alla storia più vecchia del mondo (gatto=funny), è andato a farsi benedire.
Credo però di non avere buttato il mio tempo.
Il fim di Garfield fa una cosa molto interessante e strana.
Sono praticamente certo che niente di tutto questo sia worldbuilding intenzionale, anzi, temo sia proprio emergente.
In pratica, nel mondo del film di Garfield c’è la forma di schiavitù più crudele che io abbia mai visto in qualsiasi forma di media.
Arriviamoci passo passo.
Il film si apre con Garfield cucciolo che entra di nascosto in un ristorante dove John, il suo umano della striscia, sta mangiando da solo.
Garfield deve essere nascosto perché gli animali non possono entrare e rischiano di essere cacciati a pedate.
Fin qua: onesto, anche nei ristoranti del mondo reale spesso i gatti randagi non sono ben accetti.
La scena dopo è un flash forward che mette giù le basi dello stile di vita del nostro eroe, che vediamo usare lo smartphone di John per ordinare del cibo a casa.
Andiamo un po’ più avanti e, per farla breve, Garfield deve aiutare il padre a riscattare un vecchio debito con una gatta boss mafiosa, sua vecchia compagna di scorribande poi finita al gattile, dove è impazzita (haha funny).
Prendiamo nota che la società animale ha una sua complessità.
Per riscattare il debito del padre, i due gatti e il cane Odie devono entrare in una centrale del latte e rubarne una cisterna.
Nel preparare questo heist, fanno amicizia con un toro che è stato esiliato dallo stabilimento dove tengono la sua amata, cioè una mucca che viene obbligata a fare gli incontri con le scolaresche dove viene accarezzata e direi anche munta dai bambini.
Il toro ora sta fuori dalla centrale e ogni giorno aspetta l’ora d’aria di sua moglie per poter incrociare il suo sguardo.
A questo punto uno dice “Cazzo, in questo mondo gli animali sono senzienti e l’unico a rendersene conto è John, che come umano di Garfield ha questa caratteristica eroica”.
E poi, a metà film, IL PUTIFERIO.
La gatta cattiva fa il doppiogioco e telefona alla centrale del latte per dire loro che stanno per essere derubati.
Vediamo due persone che lavorano lì, ascoltano il messaggio in segreteria e sentono solo dei miagolii.
Funny joke? No.
Da qua in poi, niente di questo film farà ridere.
Per aiutarli, entra in scena la tipa che odia gli animali più di tutti, una sbirra specializzata nella loro cattura che tira fuori UNA APP SUL TELEFONO CHE TRADUCE I VERSI DEGLI ANIMALI IN LINGUAGGIO UMANO.
Ci sono le icone dei vari animali tradotti, ci sono gatti ed elefanti e ogni altra cosa.
Dici, l’ha inventata lei perché odia gli animali così tanto e lei è l’unica altra persona oltre a John che sa la verità.
Col cazzo.
A fine film, per fare un inganno, Garfield scarica la stessa app sul telefono di John.
L’inganno? Fingersi umano per coordinare la consegna della gatta cattiva sconfitta alla tipa cattiva, che in cambio libera la mucca.
Sì, tra l’altro puniscono la gatta cattiva con la stessa prigionia che l’ha precedentemente fatta impazzire.
Fa rima come le poesie, direbbe George Lucas.
Gli umani sanno che gli animali sono senzienti e li trattano come facciamo noi nel mondo reale, se non con ancora più odio, considerato che la sbirra è ben contenta di rilasciare la mucca in cambio di un prigioniero più prestigioso.
Anche i rapporti tra animali sono confusi e crudeli.
Il toro e la mucca sono personaggi chiave per cui i protagonisti provano affetto e simpatia.
C’è una scena in cui Garfield dice a John che vuole affogare nel formaggio, uno dei prodotti della schiavitù dei suoi amici.
Non solo: GARFIELD MANGIA LE LASAGNE.
Nelle lasagne c’è il manzo.
Ora, a mio avviso il cannibalismo può essere definito non solo come il consumo delle carni di un membro della propria specie, ma anche come il consumo di una specie che è altra, ma senziente.
Credo che parecchi sarebbero d’accordo: se un animale può leggere e scrivere, è troppo vicino all’umanità per essere ammazzato, dissanguato, sbudellato, scuoiato, macellato, imballato, venduto e cotto in un ragù.
Questo, per mia fortuna, non sembra applicarsi ai bovini del mondo reale.
Il pianeta è un po’ meno fortunato perché l’odierna industria del manzo è tra le più inquinanti di sempre, ma la vita è anche sacrificio (in questo caso particolare io Pietro sacrifico il pianeta Terra perché voglio la fettina con già sopra gli aromi nella vaschetta di polistirolo).
Il film non parla di queste condizioni in cui gli animali sono costretti a vivere.
Il film parla di perdono in modo molto vago.
Questi di cui vi ho parlato sono tutti elementi di trama privi di significato e regole, atti a giustificare le varie gag e quello che i personaggi hanno da dirsi.
Chissenefrega dirà qualcuno, i film per bambini non hanno bisogno di questo livello di coerenza.
Vero, ma quelli belli tendono ad averlo.
Ricordate Toy Story?
Quella serie fa sforzi enormi per tenere salde le proprie regole.
E io sono il primo a trovare aberrante e spaventoso che in quel mondo si possa creare vita senziente dalla materia morta, più o meno indipendentemente dalla complessità della composizione.
Toy Story 4, con il personaggio di Forky, suggerisce che applicare degli occhi adesivi a qualsiasi oggetto e giocarci un po’ gli dia la vita.
Toy Story 1, con le creature di Syd, suggerisce che i giocattoli siano funzionalmente immortali e creati della stessa sostanza “giocattolo”, perché possono essere smembrati e ricomposti e continuano a vivere.
Mi chiedo se, tramite un’operazione tipo Nave di Teseo, si possa portare una lattina ad essere Buzz Lightyear ma conservando tutti i ricordi di quando era una lattina.
Toy Story 3 suggerisce che esista un punto di non ritorno nella loro distruzione quando vediamo che una fornace sarebbe per loro la fine.
C’è da perderci del sonno.
Rimane imperativo per le fondamenta di quelle storie che gli umani non siano mai messi al corrente di tutto ciò.
In Garfield la situazione è molto diversa.
Qui la mente animale non ha nessuna differenza rispetto a quella umana.
Le bestie sono perfettamente capaci di intendere, di volere e di interagire con tutta la tecnologia e strumentazione delle persone.
Qual è la politica vigente in questo mondo?
Garfield, peraltro, è proprietà privata di John.
Lo vediamo chiaramente quando finisce al gattile e John va a riprenderselo, no questions asked.
Non esibisce nemmeno un documento.
Bon, non c’è nessuna morale o soluzione in questa roba che ho scritto.
Mi sono solo accorto di questa cosa e dovevo dirlo al mondo.
Nessun uomo nella storia ha mai sofferto come gli animali del film di Garfield.
Dio santo, immaginate i pollai.
Spero che il sequel sia una specie di Sophie’s Choice, è onestamente il minimo.
P.S.
John ha soldi infiniti: nell’arco del film Garfield spende migliaia di dollari in food delivery, la cui maggior parte nel climax d’azione.
Il denaro non è un problema, spenderne troppo è divertente e utile per risolvere i propri problemi.
Siamo nel deserto.
ho bisogno di vedere questo film ora ma in realtà solo la parte della sbirra che usa il traduttore
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